Wen Jiabao, premier cinese, è sotto i riflettori. Il volto gentile del potere cinese o, per i detrattori, lo "sbirro buono" (quello cattivo, si presume, sarebbe il presidente Hu Jintao) è affettuosamente chiamato "nonno Wen" dai cinesi, che non dimenticano le sue lacrime in Sichuan, ai tempi del terremoto (2008), e il suo accorrere sul luogo della più recente tragedia: la frana di Zhouqu, nel Gansu, che ha provocato più di mille morti.
Il coup de théâtre degli ultimi giorni è l'improvvisa apertura del premier a qualcosa di molto simile alla democrazia, ovviamente "secondo caratteristiche cinesi".
Visitando Shenzhen, la città nata come Zona Economica Speciale ai tempi di Deng Xiaoping e oggi megalopoli, Wen si è pronunciato per la necessità di garantire i "diritti democratici" e di mobilitare i cittadini affinché si occupino della cosa pubblica. Ha inoltre affermato la necessità di riformare le istituzioni per contrastare "l'eccessiva concentrazione del potere e i meccanismi di controllo inefficace". Ha infine fatto appello affinché si creino le condizioni per "permettere al popolo di criticare e controllare il governo".
C'è tutto: partecipazione, un abbozzo di divisione dei poteri, controllo del manovratore e diritto di critica.
Suona quindi paradossale che, in quanto a "critiche", Wen sia proprio in questi giorni sotto tiro incrociato.Il primo cecchino si chiama Yu Jie, è un dissidente. Nelle librerie di Hong Kong è attualmente disponibile il suo "China's Best Actor: Wen Jiabao", un libro che dipinge il premier come un "pupazzo" e un "impostore", nient'altro che la faccia sorridente di un regime sempre uguale a se stesso.
Il secondo cecchino è l'ala conservatrice del Partito, i "maoisti" contrari a ogni apertura democratica. Che il dibattito a Zhongnanhai (la residenza pechinese dei massimi dirigenti) sia aspro, ce lo rivela il titolo di un recente articolo (14 luglio), comparso su un sito di cinesi all'estero e scritto dal funzionario riformista Du Guang: "Analisi contestuale dell'ondata di critiche a Wen Jiabao".
Come inserire l'uscita del premier in questo contesto?
L'accoppiata Hu-Wen, ha due esigenze: rimanere in sella e garantire alla Cina uno sviluppo armonioso, cioè non troppo moderato - una crescita inferiore al 6 per cento annuo significherebbe infatti recessione, per un'economia che deve assorbire continuamente forza lavoro - né troppo sostenuto: la forbice tra ricchi e poveri e il surriscaldamento dell'economia, con tanto di inflazione, rischiano infatti di scatenare proteste violente e di destabilizzare il Paese.
E' un lavoro di sottili equilibri tra nuovi ceti emergenti (ben rappresentati nel partito dalla cosiddetta "cricca di Shanghai" dell'ex presidente Jiang Zemin), vecchia nomenklatura rivoluzionaria, masse proiettate ex novo nella società dei consumi e nuovi poveri (soprattutto migranti rurali) che sembrano aver perso il treno dell'arricchimento "glorioso".
Le parole di Wen appaiono quindi funzionali a un duplice scopo: da un lato, si tratta di concedere ai riformisti sul piano politico per poter frenare gli eccessi in campo economico; dall'altro, di introdurre gradualmente quelle aperture che possano davvero garantire una crescita dell'opinione pubblica e un ampliamento del consenso, scongiurando così i ritorni al passato.
Resta un ventaglio di congetture per quel diritto di critica e controllo che rischia di mettere in dubbio il monopolio politico del moderno imperatore, cioè il Partito.
Se il dissidente-cecchino Yu Jie rivendica che "il diritto di criticare è più importante del contenuto delle critiche... io ho cercato la libertà di criticare perfino un alto dirigente", è probabile che Wen non intenda la stessa cosa quando parla di "criticare e controllare il governo". La chiosa "in osservanza della legge" sembra garantire alle autorità di Pechino ampio spazio di manovra. Ed è esplicita la precedenza della ragione economica: "Senza una riforma politica, la Cina potrebbe perdere quello che ha ottenuto attraverso la ristrutturazione dell'economia e gli obiettivi della modernizzazione potrebbero non essere raggiunti".
Va infine ricordato che la democrazia è un'invenzione occidentale. Oltre Muraglia, essere "democratici" significa soprattutto portare sempre più gente nel benessere materiale. Ogni eventuale sviluppo democratico sarà, come da copione, "secondo caratteristiche cinesi".
Nè si vede perché dovrebbe essere altrimenti.
Gabriele Battaglia