Il 18 settembre gli afgani sceglieranno i 249 rappresentanti da mandare in Parlamento. Come sostengono dagli uffici della Commissione indipendente elettorale (Iec), tutto è pronto e anche le schede di voto sono state già consegnate. Ma tutto dipenderà, ovviamente, dalla sicurezza. Rimane costante l'incognita di quanti tra i 17 milioni e mezzo di aventi diritto riusciranno ad esprimere le loro preferenze e quanti altri dei 2500 candidati verranno indotti a ritirarsi dalla corsa, rapiti o uccisi (tre, nelle ultime settimane). L'aumento delle truppe Nato e il costante addestramento dell'esercito afgano non hanno fermato l'escalation di violenza e di attacchi da parte dei talebani, che anzi aumentano in misura proporzionale. Il presidente Hamid Karzai - non si sa quanto creda veramente alle sue stesse parole - è, invece, molto fiducioso: sarà l'occasione per dimostrare - dice - i progressi di esercito e polizia afgana in fatto di sicurezza e controllo del territorio. I numeri presentati dalla Iec di Kabul sembrano però fiaccare i proclami di Karzai. Difatti, secondo la Commissione 938 seggi elettorali sui 6853 inizialmente previsti rimarranno chiusi proprio perché nessuno è in grado di garantire che le operazioni possano svolgersi in sicurezza, scongiurando atti intimidatori o di violenza. Quasi tutte le stazioni elettorali in questione si trovano nella parte meridionale del paese, posta sotto il saldo controllo talebano. Il risultato è che anche queste elezioni (come quelle presidenziali dell'anno scorso) rischiano di rivelarsi una farsa, dal momento che in metà dell'Afghanistan o non si voterà affatto o lo si farà tra infinite difficoltà.
La netta spaccatura dell'Afghanistan, che vede un'ostinata resistenza nel sud a maggioranza pashtun e una più accomodante posizione nei confronti degli Usa&Co nel nord hazara-tagiko-uzbeko, rappresenta un incontrovertibile dato di fatto che sta spingendo think tanker ed esperti di diplomazia ad elaborare soluzioni alternative alla strategia della Counter insurgency (Coin) cavalcata dalla Casa Bianca che mira alla "conquista delle menti e dei cuori" della popolazione afgana strappandoli all'influenza talebana.
In un recente articolo sul Politico, Robert Blackwill - già ambasciatore Usa in India e consigliere delle amministrazioni Bush padre e Bush figlio - ha affermato che le scelte operate dalla Casa Bianca sono destinate a fallire e il motivo fondamentale è la programmazione a lungo termine che richiede l'attuazione della Coin in contrasto con il disimpegno della missione annunciata per luglio del 2011. Secondo il navigato diplomatico statunitense, Washington ha una sola alternativa: procedere alla partizione territoriale dell'Afghanistan, cedendo il sud pashtun ai talebani e mantenendo il controllo sulla parte settentrionale e occidentale del paese - che, per inciso, sono le zone in cui recenti indagini esplorative hanno rilevato ingenti giacimenti di gas, petrolio e litio. Le teorie di Blackwill hanno trovato facile sponda anche nella stampa europea sulle cui pagine editorialisti ed esperti si sono profusi in commenti accordanti. Una prassi, quella della divisione su base etnica, che per la diplomazia Usa è sempre a portata di mano quando la situazione diventa troppo ingarbugliata (si veda da ultimo la Bosnia Erzegovina disegnata dopo la guerra del 1992 - 1995 da Richiard Holbrooke, oggi inviato speciale di Washington per Afghanistan e Pakistan).
Sul Financial Times, però, Ahmed Rashid, il giornalista pakistano che è sicuramente tra i più profondi conoscitori di quell'angolo di mondo, ha lanciato il suo monito bocciando questa sbrigativa soluzione: l'Afghanistan è una nazione dal 1761 e benché vi siano grandissime differenze al suo interno, il popolo afgano ha sempre combattuto per tenere il paese insieme. Rashid senza risalire alla controversa Linea Durand del 1893, ricorda in poche righe i falliti tentativi di dividere il popolo afgano: nel 1989 il generale uzbeko Dostum rimise al mittente sovietico la proposta di creare uno stato cuscinetto per proteggere l'Urss dai mujahedeen, così come il tagiko Ahmed Massud - il leone del Panshir - si rifiutò di cedere alle avances per la costituzione di un Grande Tajikistan e ancora il buco nell'acqua di Teheran che cercò di portare dalla sua parte gli sciiti e gli hazara dell'Afghanistan.
Le elezioni parlamentari non terranno sulle spine solo gli uomini di Kabul: anche la poltrona di pelle nello Studio Ovale risulterà scomoda e traballante. Quello che conterà non sarà l'esito politico del voto (che in fin dei conti non importa poi tanto), quanto la riuscita formale delle operazioni. La exit strategy di Washington passa anche dalle urne afgane e l'opinione pubblica statunitense, sempre più stanca del conflitto e sempre più convinta che la guerra sia persa, seguirà da vicino ciò che accadrà tanto lontano da casa.
Nicola Sessa