"[Soccer Manager 2005] è un pericolo per la sovranità e l'integrità territoriale del Paese".
Ministero della Cultura, Cina
Due computer game di strategia, uno di guerra, l'altro di sport, entrambi proibiti dalle autorità cinesi qualche anno fa. Nel primo - "Soccer Manager 2005" - figurava una nazionale di calcio di Taiwan indipendente dalla Cina continentale; nel secondo - "Hearts of Iron" - l'isola contesa veniva assegnata al Giappone durante la Seconda guerra mondiale.
Tutta roba che urta i nervi a Pechino e dintorni, ma la cosa divertente è che i giochi erano assolutamente corretti: la nazionale di calcio di "Taipei Cinese" (nome imposto dall'opportunismo politico della Fifa) esiste e gioca con scarsi risultati a livello internazionale; l'isola era effettivamente sotto dominio nipponico durante la guerra, a causa di un trattato diseguale di molti anni prima.
Scherzi della censura cinese che, come si vede, non riguarda solo i media strettamente intesi, ma anche i giochi online, una forma di intrattenimento che però veicola anche contenuti sensibili.
Così nel 2004, il ministero della Cultura ha creato una task force che filtra i giochi provenienti dall'estero o monitora quelli prodotti in casa.
Chi in Occidente strilla contro la violazione dei diritti civili non se ne è occupato granché. I motivi sono diversi.
Primo. Il tema è piuttosto controverso anche da noi. E' difficile criticare Pechino per regole che molti vorrebbero applicare nei cosiddetti Stati democratici. Si pensi alle associazioni di genitori che premono per vietare giochi dai contenuti sessualmente espliciti o eccessivamente violenti ai minori di 18 anni.
Secondo. I produttori occidentali di giochi online, che hanno una piccola fetta del mercato cinese ma grandi speranze nel futuro, non vogliono irritare Pechino e quindi non sollevano il tema. Preferiscono auto-normarsi (o censurarsi) per un mercato che già cinque anni fa valeva cinquecento milioni di dollari.
Terzo. Molti dei giochi vietati sono in realtà copie pirata delle versioni legali vendute in Occidente. Se la Cina li vieta, non c'è che da guadagnarci.
Il punto è che le autorità di Pechino prendono di mira non soltanto i contenuti politicamente pericolosi, per cui la materia si fa scivolosa. Cos'è pornografico? Cos'è moralmente sconveniente? Cos'è dannoso per la salute?
A partire dal 2003, gli adolescenti cinesi hanno continuato ad aumentare il numero di ore trascorse al computer o alla consolle. Ci sono stati casi patologici che hanno fatto notizia e veri e propri transfert dal mondo virtuale a quello reale. Nel 2005, il ventiseienne Zhu Caoyuan fu accoltellato a morte perché aveva venduto per 7.200 Yuan virtuali la spada che il coetaneo Qiu Chengwei, l'assassino, gli aveva prestato nel gioco di ruolo "Legend of Mir 3".
Così è stato introdotto il "kill switch", cioè un timer che fa sì che, in un gioco di ruolo, dopo tre ore i personaggi virtuali perdano potere e, dopo cinque, si vedano rispediti al livello base.
Si tende poi a rimuovere tutto ciò che abbia a che fare con violenza, sesso e gioco d'azzardo, secondo la regola aurea per cui "ciò che non si vede, non esiste". I risultati sono anche grotteschi, come per esempio nel caso dell'arcinoto "War of warcraft", dove sono stati rimossi tutti gli scheletri e sostituiti con sacchi di iuta.
Le ultime normative sono state annunciate a giugno 2010. Questa volta nel mirino c'è la valuta virtuale, cioè i soldi "finti" che si utilizzano nei giochi di ruolo. Si è scoperto che la necessità di procacciarsi questo tipo di denaro, spinge molti ragazzi a passare sempre più ore online, è un motore della dipendenza da gioco. Non solo: c'è il sospetto che valuta e merci virtuali vengano scambiati anche nella vita "reale" in una sorta di mercato parallelo: un mercato nero.
In questo senso, la Cina è ancora una volta specchio delle nostre contraddizioni. Fin dove arriva la tutela dei minori e dove comincia la censura? Cosa è protezione da violenza, truffe, pornografia e cosa invece limitazione della libertà?
Domande a cui non sappiamo rispondere univocamente quando si tratta della nostra, di morale. Figuriamoci quando pretendiamo di giudicare un sistema di valori "altro" come quello cinese.
Gabriele Battaglia