13/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'assistenza sanitaria in Colombia è un bene difficile da raggiungere
Le squadre mediche mobili di Msf portano assistenza nelle zone isolate. Foto di Juan Carlos Tomasi/MsfMalattie infettive, mancanza di acqua e delle condizioni igieniche di base per vivere e sopravvivere. Sono le difficoltà cui si stanno già trovando di fronte i 300 abitanti di San José de Apartado, in Colombia, dopo aver abbandonato il loro villaggio. Hanno infatti lasciato le loro case, dopo gli omicidi di metà febbraio e l’arrivo della polizia. Hanno costruito un nuovo centro abitato, con legno e lamiere, e lo hanno chiamato San Josesito. “E’ come un mini campo profughi in costruzione” ha dichiarato Steve Hide, coordinatore del gruppo di Medici Senza Frontiere (Msf) che ha raggiunto la comunità. “Stanno aumentando i problemi respiratori, la diarrea, le infezioni dermatologiche, i casi presunti di malaria e leishmaniosi. Inoltre ci sono molte persone con problemi psicologici legati al trauma che hanno vissuto” continua Hide.

Intervento delle cliniche mobili di Msf in Colombia. Foto di Juan Carlos Tomasi/Msf Sofferenza della mente. San Josesito non è un caso isolato e i disturbi mentale accomunano buona parte della popolazione della Colombia. Racconta a PeaceReporter Kostas Moschochoritis, coordinatore dall’Italia di alcuni progetti di Msf in Colombia: “La salute mentale è un problema grave, che secondo alcune stime interessa circa il 40 per cento degli sfollati. Teniamo presente che il numero di sfollati in Colombia è il terzo al mondo, dopo Sudan e Congo: ben tre milioni di persone. Quanto è successo a San José purtroppo non è insolito, succede dappertutto in Colombia, il villaggio non si chiama San José, si chiama con un altro nome ma la storia è la stessa. Ma le sofferenze non derivano solo dal conflitto, in atto ormai da quarant’anni: vi è anche una criminalità diffusa che fa più vittime del conflitto armato. Nella bidonville di Cali, che conta 500 mila abitanti, si registrano livelli di criminalità tra i più alti del mondo. Quando sono giunto a Cali nel 1999, gli abitanti potevano muoversi e uscire dalla città, seppure vi fossero già episodi di violenza. Una settimana dopo il mio arrivo c’è stato un sequestro di 80 persone in una località a 18 chilometri, dove tutti andavano ogni fine settimana per mangiare. Cali all’improvviso è diventata una città sotto assedio, dalla quale la gente non poteva più uscire, gli asili nido erano come prigioni, con serrature, recinti, per paura di rapimenti”. Il frutto di questa continua insicurezza e precarietà di vita è davanti agli occhi, con quel numero così alto di sfollati con disturbi mentali.

Intervento delle cliniche mobili di Msf in Colombia. Foto di Juan Carlos Tomasi/Msf Anonimi per tutto. I colombiani lasciano le loro case e si rifugiano alla periferia delle grandi città, scappando dalla violenza ma anche dal loro stesso nome, dalla loro identità: vogliono sparire, essere dimenticati. Questa ricerca di anonimato si ritorce però contro di loro: “In Colombia, per avere accesso al sistema sanitario, devi essere iscritto e aver dato un contribuito economico: se non paghi nulla devi comprarti i farmaci, pagarti gli esami” prosegue Moschochoritis. “Ma gli sfollati che partono dalla selva, dai piccoli villaggi e arrivano nelle grandi città, incrementando le bidonville, cercano l’anonimato: quando arrivano non vanno certo a registrarsi. In questo modo però sono fuori dal sistema e privati di qualsiasi possibilità di assistenza sanitaria. In altri casi invece non sanno nemmeno di doversi registrare e c’è una grande confusione”.

Intervento delle cliniche mobili di Msf in Colombia. Foto di Juan Carlos Tomasi/Msf Isolati dalle cure. Questo ai confini delle città, dove gli operatori umanitari cercano di assistere la popolazione appoggiandosi ai centri sanitari esistenti, fornendo i medicinali, aiutando nella registrazione, offrendo assistenza sanitaria per le ferite del corpo e della mente. “I colombiani si devono confrontare con diverse forme di violenza e traumi psicologici. Vi è il conflitto, la criminalità comune, ma sono anche diffusi gli abusi sessuali, nelle zone di conflitto come nelle bidonville, e la violenza domestica. Lontano dalle città poi, nelle zone di conflitto, le possibilità di cura sono ancora più difficili: la gente non può muoversi o lo Stato è assente a causa della insicurezza. Raggiungiamo quelle zone con squadre mediche mobili: curiamo soprattutto infezioni respiratorie, diarree, malattie della pelle, pratichiamo le vaccinazioni; anche qui, l’assistenza mentale fa parte integrante del nostro aiuto” conclude Moschochoritis.

 

Valeria Confalonieri

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