Prima o poi bisognerà ammetterlo. Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad pesa molto più delle sue parole nello scacchiere internazionale. Le sue dichiarazioni sull'Olocausto e sull'esistenza d'Israele, ormai è chiaro a tutti, sono a uso e consumo dell'opinione pubblica più intransigente del mondo islamico. La sua idea sulla collocazione dell'Iran al centro della scena politica mondiale è, invece, molto più che un soliloquio improvvisato.
Mohammed Alì Qanezadeh, grigio funzionario della Repubblica Islamica, passerà alla storia. E' infatti il primo rappresentante ufficiale iraniano invitato a un vertice internazionale sulla questione afgana. In occasione del nono incontro del gruppo di contatto (che comprende quarantaquattro paesi) sulla questione Afghanistan - Pakistan, tenutasi a Roma lunedì 18 ottobre, il generale Usa David H. Petraeus, comandante in capo delle forze internazionali in Afghanistan, ha incontrato Qanezadeh. Un faccia a faccia che Richard C. Holbrooke, inviato speciale del presidente statunitense Obama per l'Afghanistan, ha definito importante, in quanto ''la collaborazione dell'Iran nel controllo della sua frontiera con l'Afghanistan è determinante per indebolire il traffico di droga che finanzia la guerriglia talebana".
"E' la cosa più naturale del mondo avere gli iraniani qui", ha minimizzato Michael Steiner, portavoce del gruppo di contatto, organismo voluta da Obama nel 2009. ''La loro presenza prova che siamo sulla buona strada''. Le solite frasi fatte della diplomazia, certo, ma resta che Ahmadinejad ha piazzato un altro colpo a segno: la Nato e l'Occidente non possono fare a meno di quella che ormai è diventata una potenza regionale.
La visita di Ahmadinejad in Libano ne è la prova. Un trionfo, certo, ma non solo rispetto al partito sciita Hezbollah. Con loro, e quindi con il Libano meridionale, si gioca in casa. Il filo rosso che lega Teheran e gli uomini di Hassan Nasrallah in Libano è noto a tutti, da sempre. Quello che più di ogni altra cosa ha avuto valore simbolico è il trattamento riservato ad Ahmadinejad dalle altre anime del puzzle libanese, dove cristiani e sunniti si rendono conto che Hezbollah - e quindi il padrino iraniano - sono realtà chiave della regione, senza le quali non esiste un equilibrio stabile e che possa resistere nel tempo. La stretta di mano tra il presidente siriano Assad e il premier libanese Hariri, poi, è il colpo di genio. Il primo ministro libanese Saad Hariri si recherà in visita a Teheran entro la fine dell'anno ''come parte degli sforzi per sviluppare buone relazioni tra i due Paesi''. La Siria, Paese sunnita, è governata da un élite vicina allo sciismo e la riconciliazione con Hariri, figlio dell'ex premier Rafik Hariri assassinato nel 2005 a Beirut, è un successo diplomatico iraniano, che lavora alacremente alla definizione di un asse sciita che va da Damasco a Teheran. Un asse ora più solido, grazie alla nomina del generale Hamad quale nuovo capo dell'intelligence siriana (al centro di una grande rimpasto due mesi fa), uomo ritenuto molto vicino a Teheran. Si lavora all'asse, dunque, passando per l'Iraq.
Dopo sette mesi di stasi politica seguita alle elezioni, infatti, a Baghdad sembra profilarsi la nascita di un governo. Il migliore possibile, pare, per l'Iran. L'ex premier Nouri al-Maliki, nonostante sconfitto alle urne dalla lista laica di Iyad Allawi, è a un passo da un nuovo mandato come primo ministro. L'Iraq è un Paese a maggioranza sciita, pari al sessanta per cento della popolazione. Per tutto il regime di Saddam Hussein, però, il potere è stato saldamente nelle mani dei sunniti. Adesso è finita e la lotta di potere tra le due correnti sciite pare volgere a favore dei filo-iraniani. Maliki, per avere una maggioranza parlamentare, non potrà fare a meno dei deputati fedeli all'ayatollah Moqtada al-Sadr, da sempre influenzato da Teheran, a scapito di quella che fa riferimento all'ayatollah al-Sistani, sciita noto per non condividere la teoria dell'ayatollah Khomeini, secondo la quale ai religiosi spetta anche il potere temporale. Maliki, secondo il quotidiano iracheno al-Alam, ha incontrato prima lo stesso Ahmadinejad e poi Moqtada, trovando l'accordo per il governo.
Prevarrebbe, dunque, una linea dello sciismo messianica, della quale Ahmadinejad è uno zelante sostenitore. Anche più dell'ayatollah Khomeini che, dopo la rivoluzione in Iran nel 1979 e la guerra con l'Iraq di Saddam (appoggiato dall'Occidente) fino al 1988 , aveva optato per lo sciismo 'in un solo Paese'.
Dal 2004, anno dell'elezione di Ahmadinejad, l'Iran è tornato a ruggire sulla scena internazionale. Dopo il Libano e la Siria, oggi conta anche in Iraq e nella Penisola Arabica, dove sostiene i gruppi di sciiti in Arabia Saudita, Yemen e Bahrein. Ma non tutti stanno a guardare.
Il 12 ottobre scorso un'esplosione ha distrutto una base militare dei Pasdaran, corpo d'élite iraniano, nei pressi della città di Khorramabad, nella provincia del Lorestan. Un impianto nel cuore dei monti Zogros dove, secondo fonti d'intelligence israeliana pubblicate dal sito Debka, si trovava una delle basi chiave di difesa antiaerea iraniana. Il governo di Teheran, confermando la morte di diciotto Pasdaran, ha continuato a sostenere la tesi dell'incidente. Nessuna verifica è possibile, ma che l'intelligence israeliana tenga monitorati i siti sensibili è un fatto e con ogni probabilità, vista anche la posizione della base, potrebbe trattarsi di una delle rampe di lancio degli Shehab-3, i missili iraniani capaci di colpire Israele. Chi ha distrutto la base? Un'esplosione o un incursione mirata, tipica della guerra sporca che ormai si combatte in tutto il mondo, con l'uso di droni e di piccole squadre d'incursori?
Non solo Israele e Usa sono attenti all'espansionismo di Teheran. Nella visione integrale dello sciismo, infatti, il contrasto con i sunniti non è meno grave di quello con l'Occidente e lo Stato ebraico. Il tempio del sunnismo, l'Arabia Saudita, vede come il fumo negli occhi questa fase dinamica in politica estera di Teheran, anche e soprattutto per un fattore di dominio regionale. La religione, poi, torna utile nei momenti di tensione politica o economica per aumentare la tensione. Da mesi Riad e Teheran si fronteggiano, conto terzi, in Yemen. Venerdi scorso, 15 ottobre, il sito Sunnionline ha pubblicato un'intervista a un portavoce del movimento al-Dawa wa al-Islah, vicina alla comunità sunnita iraniana. "Venerdì' a noi sunniti è stato impedito di pregare a Teheran da agenti della sicurezza nazionale. Il governo continua a rassicurare, ma le autorità violano l'articolo 12 della nostra Costituzione che prevede libertà di culto per i sunniti". Divisione che, in particolare nel biennio 2005-2007, ha insanguinato l'Iraq. Secondo Amnesty International, sono almeno trenta mila le persone scomparse in Iraq, quasi tutti sunniti, svaniti negli oltre trenta centri di detenzione delle milizie sciite. Il medico egiziano al-Zawahiri, numero due di al-Qaeda, ha attaccato spesso gli sciiti nei suoi messaggi, definendoli apostati e in Pakistan la frattura tra sunniti e sciiti è diventata spesso pretesto per attacchi e violenze. Una fase molto fluida, dove Ahmadinejad continua a piazzare le sue pedine. In attesa che cominci il Grande Gioco.
Christian Elia