In principio furono le materie prime. Ora arrivano gli investimenti in altri settori, compreso quello bancario.
La presenza cinese in Africa obbedisce alla pragmaticissima strategia win-win che il Dragone applica con gli altri Paesi emergenti: si identifica un mercato di facile ingresso, si valuta che cosa ci sia d'interessante e si fanno investimenti in loco, soprattutto nelle infrastrutture. In base al principio di non intromissione nelle questioni interne di altri Paesi, Pechino contratta con chi si trova davanti, chiunque sia.
Dal punto di vista dei numeri, questa strategia sembra funzionare per tutti. Oltre Muraglia vanno le preziose materie prime che pompano energia nel motore della "fabbrica del mondo". In cambio, in Africa vanno soldi, tecnologie, know-how. Secondo l'ultimo "Regional Economic Outlook" del Fondo Monetario Internazionale, è anche grazie alla Cina che l'Africa Subsahariana, presa nel suo complesso, crescerà quest'anno del 5 per cento e l'anno prossimo del 5,5.
Le infrastrutture - strade, ponti, dighe - sono l'avanguardia dell'investimento cinese e innescano un meccanismo virtuoso, perché attirano altri investitori di diverso genere. Insomma, la Cina "fa sistema".
Ecco un esempio. Nel 2008, la Industrial and Commercial Bank of China ha acquisito il venti per cento della Standard Bank sudafricana, per un valore di 5,6 miliardi di dollari. Pochi giorni fa, i due istituti hanno creato il primo "sistema bancario sino-africano" - come lo definisce China Daily - che consiste nella gestione diretta degli investimenti in Africa da una filiale di Wuhan, nella provincia dello Hubei cinese.
E' oltremodo significativo che i primi due clienti della banca siano la China Gezhouba Group Corp - che costruisce dighe sia in Africa sia in altre economie emergenti - e il Wuhan Iron and Steel Group, che tra le altre cose opera anche nel settore minerario.
Tuttavia, quando dai numeri si passa ad analizzare la qualità della crescita, la situazione si fa meno univoca.
La presenza della Cina è un bene per le popolazioni locali o no?
Oltre alla quasi extraterritorialità di cui le imprese cinesi godono in molti Paesi africani, c'è infatti il problema che alla crescita complessiva dell'economia non corrisponde sempre un'equa ridistribuzione dei benefici.
In Angola, uno dei partner privilegiati dal Dragone per la sua disponibilità di petrolio, gas e risorse minerarie, i cinesi arrivano, investono, comprano concessioni, ma impiegano soprattutto forza lavoro che arriva dalla madrepatria (spesso galeotti) per fare i lavori. Non solo: inondano anche il mercato locale di merci low-cost che tagliano le gambe alle produzioni autoctone e al piccolo commercio.
Tuttavia, la Cina offre anche un’alternativa al colonialismo de facto europeo e poi americano, teoricamente ispirato da motivi umanitari ma concretamente diseguale.
Secondo questa scuola di pensiero, nella competizione tra giganti economici, l’Africa può ritagliarsi uno spazio di contrattazione e sviluppo autonomo, come ai "bei tempi" della Guerra Fredda e dei blocchi contrapposti.
Per molti, nel rendere espliciti i propri interessi esclusivamente economici, il Dragone è semplicemente meno ipocrita dell'Occidente.
Gabriele Battaglia