22/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Interessi strategici e un incidente diplomatico intorno alla materia prima di cui Pechino è monopolista

"Se il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare", diceva Deng Xiaoping trent'anni fa.
Si riferiva a diciassette elementi contenuti in diversi minerali e necessari alla costruzione di una sfilza di prodotti high-tech: dagli iPod alle fibre ottiche, passando per le batterie delle auto ibride e i missili telecomandati.
Da qualche tempo sono al centro di un contenzioso tra Cina e Giappone, perché il Dragone ne detiene il novantasette per cento della produzione mondiale e ha repentinamente deciso di interromperne l'export verso il Sol Levante, lasciando all'asciutto la locale industria dell'eccellenza tecnologica.
Dietro alla vicenda delle terre rare, c'è in realtà una matassa che tiene insieme economia, politica e strategia. Un gioco di interessi incentrato sul Mar Cinese Orientale, con molti protagonisti.

Cina e Giappone
Pechino ha interrotto le forniture di terre rare a settembre, dopo il fermo di un peschereccio cinese - e l'arresto del suo capitano - che aveva speronato due motovedette giapponesi presso le contesissime isole Senkaku-Diaoyu.
Si tratta di isolotti a nord-est di Taiwan, che li considera suoi. Dato che Taiwan è secondo Pechino una provincia cinese, anche la Cina li rivendica. Tuttavia appartengono formalmente al Giappone (dal 1895), che li ha inglobati nella prefettura di Okinawa, l'isola-roccaforte della presenza Usa in Estremo Oriente.
I falchi da entrambe le parti hanno soffiato sul fuoco e la situazione si è esacerbata. In Cina ci sono stati cortei nazionalisti, Pechino ha annullato qualche incontro diplomatico e ha sospeso le trivellazioni congiunte alla ricerca di gas. Dal Giappone giunge notizia che le compagnie aeree abbiano cancellato circa undicimila prenotazioni in direzione Cina.
China Daily ha pubblicato una ricostruzione storica dal titolo esplicito, "La sovranità sulle isole Diaoyu è fuori discussione", a cui ha risposto un diplomatico giapponese con "Le isole Senkaku sono chiaramente parte del Giappone" e Seiji Maehara, ministro degli Esteri nipponico, si è spinto a definire "isteriche" le reazioni cinesi.

Giappone e mondo

Se le terre rare non vanno al Giappone, il Giappone va alle terre rare.
Il 3 ottobre Tokyo e Ulan Bator hanno firmato un accordo in base al quale il Giappone fornirà alla Mongolia la tecnologia per l'estrazione di terre rare in cambio della precedenza sulle forniture. Se infatti la Cina ha il novantasette per cento della produzione mondiale, è pur vero che il suo sottosuolo contiene solo il trentasei per cento delle riserve globali. Semplicemente, i cinesi hanno cominciato prima di altri a cercarle.
Per la Mongolia, alla mercè degli appetiti di materie prime di mezzo mondo, l'accordo significa anche smarcarsi dalla presenza ingombrante del Dragone.
Kazakistan, Australia, Canada, Botswana e pure Stati Uniti potrebbero essere i prossimi fornitori del Giappone.

Usa e Cina (e dollari)
La Cina ha il monopolio della produzione di terre rare anche perché ha fatto fuori potenziali concorrenti con la politica dei prezzi bassi. Ora che chiude i rubinetti e determina un rialzo dei prezzi globali, il gioco si fa interessante per altri player e si scopre che le terre sono all'improvviso un po' meno rare. La compagnia statunitense Molycorp possiede per esempio quella che un tempo fu la più importante miniera al mondo, a Mountain Pass, California. Fu chiusa nel 2002 per ragioni ambientali e perché i prezzi ridotti non rendevano più conveniente l'attività. Lunedì scorso la Cina ha annunciato ulteriori restrizioni all'export (anche verso gli Usa e l'Europa) e le azioni della compagnia hanno registrato un +10 per cento a Wall Street (+124 nelle ultime settimane). Il suo proprietario, Ross Bhappu, è già celebrato come genio degli affari, mentre rastrella soldi per riavviare l'attività estrattiva.
Ma per un'America che ride, ce ne è una che si infuria. Il ministero del Commercio Usa ha interpretato le mosse cinesi come una rappresaglia nei confronti dell'inchiesta statunitense sui sussidi che Pechino fornirebbe ai propri produttori di energia pulita, violando così le regole del Wto. Anzi, il blocco dell'export di materie prime fondamentali per le tecnologie sarebbe un ulteriore trucchetto cinese per favorire la propria industria green.

Ritorno alle "terre"
La Cina ha smentito di avere in programma per il prossimo futuro un nuovo taglio alle esportazioni di terre rare. Il portavoce del ministero del commercio, Shen Danyang, ha però aggiunto che il suo Paese "continuerà anche ad imporre restrizioni allo sfruttamento, alla produzione e all'esportazione di terre rare per proteggere queste risorse che potrebbe esaurirsi".
Quei diciassette elementi della tavola periodica sono l'unica materia prima che il Dragone possiede in abbondanza e a Pechino si sentono assediati. La vicenda delle Senkaku-Diaoyu, le pressioni sullo yuan, le ritorsioni commerciali, la "guerra ideologica dell'Occidente", i rifornimenti di armi a Taiwan, sono percepiti come manovra d'accerchiamento Usa per interposti partner asiatici, finalizzata a contenere la propria ascesa.
Il rubinetto delle forniture si aprirà e chiuderà in base a valutazioni improntate al più accentuato pragmatismo. Ben sapendo che chi possiede una macchina propagandistica molto più potente della tua, può sempre sbatterti sul banco degli imputati.

Gabriele Battaglia

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