L'ultima è del 26 ottobre scorso. Secondo il quotidiano turco Sabah, che cita fonti governative, i vertici dell'intelligence di Ankara hanno interrotto qualsiasi forma di collaborazione con il Mossad, il servizio segreto israeliano. Il quotidiano israeliano Ha'aretz ha tentato di ottenere una conferma o una smentita dal premier d'Israele Benjamin Netanyahu, raccogliendo il silenzio che i politici dello Stato Ebraico riservano all'argomento fin dai tempi di Ben Gurion.
La notizia è più che verosimile, visto e considerato che la tensione tra Turchia e Israele è a livelli di guardia fin dal 31 maggio scorso, giorno dell'assalto in acque internazionali alla Freedom Flotilla, carovana di navi cariche di aiuti umanitari dirette a Gaza. I corpi speciali israeliani hanno assassinato nove militanti, tutti cittadini turchi. Le autorità israeliane si sono rifiutate di presentare le scuse ufficiali richieste dal governo turco e, il 24 ottobre scorso, hanno diffuso i risultati della loro indagine interna sui computer dei militanti a bordo della Mavi Marmara, nave della Freedom Flotilla che ha subito l'assalto più violento e aveva a bordo le vittime. Secondo i documenti sequestrati ai manifestati all'epoca, ci sarebbe un legame diretto tra gli organizzatori della spedizione a Gaza e il governo turco. Un altro attacco alla Turchia. A giugno scorso, del resto, subito dopo la crisi per la Freedom Flotilla, il governo israeliano si era detto furioso con quello quello turco a causa della nomina di Hakan Fidan quale capo dei servizi segreti turchi. Fidan, fedelissimo del premier turco Erdogan, viene ritenuto un sostenitore della cooperazione della Turchia con l'Iran.
Il 25 ottobre scorso, ennesima puntata di questa sfida, il governo di Ankara - secondo quanto riportato dal quotidiano turco Zaman - ha reso note a Washington le precondizioni con le quali si vuole sedere al tavolo negoziale del vertice Nato in programma a Lisbona il 19 e 20 novembre prossimo. Nella capitale portoghese, tra gli altri, sarà affrontato il tema dello scudo anti-missile, vissuto dall'Iran come una mossa della Nato contro il suo programma nucleare. L'esecutivo turco ha fatto presente che per concedere il suo territorio alle installazioni necessarie allo scudo, che saranno anche in Polonia e Repubblica Ceca, vuole la garanzia assoluta che nessuna informazione del sistema di difesa integrato venga passata a paesi non membri della Nato. Che è come dire Israele.
La tensione con Israele è solo la parte più evidente di una diffidenza che, fin dalla sua elezione nel 2002, accompagna il premier turco Erdogan e il suo partito Akp. Il primo passo fu il rifiuto alle truppe Usa di utilizzare le basi in Turchia per attaccare l'Iraq nel 2003. Non era mai successo prima. Come la cooperazione militare con Israele, dopo la Seconda Guerra mondiale, è stata una costante della politica estera di Ankara. Le cose hanno iniziato a cambiare nel 2006, con l'attacco israeliano al Libano, deteriorandosi fino allo scontro aperto nel 2008, con l'attacco israeliano a Gaza.
Le posizioni del governo turco sono diventate sempre più ostili, anche perché Erdogan e i suoi non hanno mai fatto mistero di vedere in Israele e nell'intelligence Usa la fonte di approvvigionamento della guerriglia curda del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), in lotta da anni contro il potere centrale in Turchia. Secondo la Turchia, il Pkk viene utilizzato per destabilizzare il governo di Ankara.
In questo quadro si inserisce l'ultimo sgarbo, almeno nella percezione di Ankara. Il vertice dei ministri degli Interni Ue a Lussemburgo, il 25 ottobre scorso, ha deliberato il dispiegamento di una forza di intervento rapido, in gergo Rapid Border Intervention Teams (Rabit-s), al confine tra la Grecia e la Turchia. La decisione è stata presa dopo il rapporto pubblicato da Human Rights Watch, che monitora il rispetto dei diritti umani nel mondo, il 20 settembre 2010. L'organizzazione denuncia i ritardi nella riforma delle norme di Atene in materia di diritto d'asilo e ricorda come siano più di quarantamila le persone che attendono l'esito dei loro ricorsi contro i provvedimenti d'espulsione. L'Onu ha stigmatizzato la Grecia, che ha ribadito di non essere in grado di far fronte da sola alle migliaia (il novanta per cento degli ingressi illegali in Europa avvengono in Grecia) al flusso illegale dalla Turchia. L'Ue ha risposto all'appello di Atene mandando i militari che, come da mandato dell'agenzia Frontex che 'difende' le frontiere europee dai disperati, può anche usare la forza. Un messaggio alla Turchia: l'Europa per Ankara è sempre più lontana. Secondo alcuni, lo slittamento della politica estera turca lontano dall'Occidente è colpa di quella porta chiusa, secondo altri è frutto di una lucida strategia. Il fatto, per ora, è che quella frontiera, dopo anni di discorsi vacui su visti agevolati e abbattimento delle dogane, torna a essere militarizzata come nel peggior passato recente.
Christian Elia