02/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Incerta la mano che ha azionato il kamikaze di piazza Taksim, mentre il Paese si prepara a elezioni molto tese

Piazza Taksim, proprio il cuore di Istanbul. Turisti, vita che scorre via veloce, nella parte occidentale della capitale divisa tra due mondi. Fin dagli anni Ottanta, quando in televisione appare la Turchia, se ci sono ambulanze e polizia a sirene spiegate viene in mente il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).

L'attentatore suicida che si è fatto esplodere il 31 ottobre scorso, però, avanzando verso un pullman carico di agenti di polizia, fin dal primo momento parlava d'altro. Sul selciato è rimasto l'attentatore, ucciso dall'esplosivo, che ha ferito diciassette poliziotti e quindici civili. Poco più in là, nella stessa piazza, le forze di polizia hanno rinvenuto un altro ordigno, più potente, che avrebbe potuto causare una strage. Il Pkk, però, non c'entra. Il gruppo armato, abituato a rivendicare i suoi attacchi, privilegia obiettivi militari. Il Pkk, poi, raramente ha fatto uso di attentatori suicidi. Oggi, non a caso, è arrivato il comunicato del gruppo che prende le distanze da quanto è accaduto, con una nota pubblicata sul sito Firat News, vicino alla comunità curda.

"Per noi non è possibile compiere un atto simile nel momento in cui il nostro movimento ha deciso di prolungare la tregua. Non siamo in alcun modo implicati in questo attentato". Prolungare la tregua, questo è il senso della decisione presa da Murat Karayilan, ritenuto il leader del Pkk dopo l'arresto di Abdullah Ocalan, avvenuto nel 1999. Karayilan, in un intervista al quotidiano laico turco Radikal, ha annunciato che la tregua viene estesa fino alle prossime elezioni politiche nel Paese, previste per giugno 2011.

C'è da credergli, come conferma anche la cautela della magistratura turca, di solito pronta a dare la colpa al Pkk. I curdi sono impegnati in un processo politico molto importante con il governo di Ankara e, anche se la tregua cessava proprio il 31 ottobre, non hanno alcun interesse in questo momento ad aumentare la tensione. Certo, i metodi della magistratura e della polizia turca nei confronti dei curdi son sempre gli stessi. Human Rights Watch, il 1 novembre, ha pubblicato un rapporto nel quale denuncia che ai dimostranti curdi (circa il venti per cento della popolazione) che scendono in piazza in Turchia, senza commettere atti violenti, viene comunque applicata la legislazione anti terrorismo.

In questi giorni, poi, a Dyarbakir, sono più di centocinquanta i curdi sotto processo per sostengo al Pkk. Sono gli attivisti, o i semplici simpatizzanti del Koma Civakên Kurdistan (Kck), nato nel 2005, una piattaforma formata da esponenti politici, attivisti, docenti universitari e avvocati che si battono per i diritti della minoranza curda in Turchia e in tutto il Medio Oriente (curdi sono presenti in Iran, in Siria, in Iraq e - molto pochi - in Armenia). Nonostante tutto, quindi, con la mediazione di Ocalan dalla fortezza di Imrali dove è rinchiuso, si tenta una via d'uscita politica al conflitto.

Se non il Pkk, quindi, chi? I 'sospetti' sono tanti. I militari, prima di tutto. I gerarchi delle forze armate non sono contenti dopo la sconfitta nel referendum del 12 settembre scorso, dove il governo islamico moderato di Erdogan è riuscito a limitare il potere della casta armata che dal golpe del 1980 teneva in scacco le istituzioni del Paese. Al punto di boicottare la festa della Repubblica, dove il presidente Abdullah Gul li ha sfidati, portando la moglie velata. Un attacco al laicismo delle forze armate. Altri 'sospetti' potrebbero essere i servizi segreti di stati stranieri, niente affatto contenti del riposizionamento di Ankara sullo scacchiere internazionale.

La rottura con Israele, i ripetuti no agli Usa, la freddezza rispetto alla procedura di adesione all'Unione Europea ricollocano la Turchia come campione della causa palestinese e dei buoni rapporti con Siria e Iran. Ultimo scenario possibile, ma molto remoto, quello dell'estrema sinistra, non meno intollerante dei generali all'islamismo di Erdogan. Il movimento Sinistra Rivoluzionaria, in turco Dev-Sol, poi ribattezzato Fronte-Partito di Liberazione del Popolo Turco (Dhkp-c), negli anni Settanta ha risposto con le armi alla deriva militarista del Paese. I gruppi dirigenti, però, vennero decapitati da una serie di arresti e violenze. Chi allora? In ogni fase delicata della politica turca, e questa lo è, in previsione del voto di giugno 2011, accade sempre qualcosa. Nel 2003, subito dopo la prima vittoria elettorale di Erdogan, e ancora nel 2006, con almeno sessanta vittime. Attentati a Istanbul, rivendicati da al-Qaeda. Ci mancano solo loro.

Christian Elia

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