09/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



WikiLeaks svela i piani sauditi per distruggere Hezbollah, mentre gli Usa tentano di allentare la tensione con l'Iran

Prima o poi, ripensando a questa fine 2010, si parlerà di un'era pre e una post WikiLeaks. Dopo l'Afghanistan e l'Iraq, l'intera diplomazia internazionale è rimasta scossa dalle rivelazione del sito. Quasi tutte le rivelazioni - che giova ricordare sono solo 'pareri' dei diplomatici Usa su tutto lo scibile terracqueo - erano state raccontate da inchieste e dossier dei media internazionali, ma certe rivelazioni hanno comunque un valore.

Che l'Arabia Saudita, da tempo, voglia contrastare con ogni mezzo - lecito o illecito - la crescente influenza iraniana nella regione del Golfo e sulle comunità sciite nel mondo si sapeva. Ma sentire che la monarchia di Riad chiede a Washington di ''schiacciare la testa del serpente iraniano con le armi, prima che sia troppo tardi'' fa una certa impressione. Lo fa anche la rivelazione, del 9 dicembre 2010, che l'Arabia è preoccupata molto anche da Hezbollah, il movimento sciita libanese filo iraniano che controlla il Libano meridionale e parte della capitale Beirut.

Un incontro, a maggio 2008, tra il ministro degli Esteri saudita Said al-Faysal e il diplomatico Usa di lungo corso David Setterfield verteva proprio su Hezbollah. Per i sauditi, bisognava preparare un attacco militare che risolvesse - una volta per tutte - il problema dell'influenza iraniana in Libano. Per l'Arabia, che sosteneva di avere l'appoggio di Lega Araba, Giordania ed Egitto, la Nato doveva garantire appoggio logistico e copertura aereo navale, mentre alle operazioni di terra avrebbe pensato un'unione di truppe arabe. Scenario che Setterfield, relazionando a Washington, definisce poco praticabile. Il problema, però, rimane.

I governi di Riad e Teheran gettano acqua sul fuoco. Il ministro degli Esteri iraniano Mounacher Mottaki, nel primo impegno istituzionale post-WikiLeaks, in Bahrein, ha preso la parola durante un vertice tra i paesi del Golfo per dichiarare: ''Il nostro potere nella regione è il vostro''. Parole, certo. I fatti dicono altro. I due nipoti di Moulana Abdulhamid Esmail-Zehi, leader della minoranza araba e sunnita in Iran, nella provincia iraniana del Sistan-Baluchistan, sono stati arrestati l'8 dicembre 2010. In passato, nelle moschee del capoluogo Zahedan, era stato proibito ai sunniti di pregare con gli sciiti il venerdì. E' almeno dal 2002 che la provincia è rovente.

L'Arabia ci pensa eccome all'opzione militare, provata in Yemen, dove la ribellione sciita nel nord è soffocata nel sangue. Un altro documento di WikiLeaks riporta le preoccupazioni di un diplomatico Usa in Yemen che denuncia un uso sproporzionato della forza da parte dei sauditi contro i ribelli. La stessa fonte, critica Arabia Saudita, Kuwait e altri di sostenere finanziariamente i gruppi integralisti sunniti. In chiave anti-Iran, ovviamente.

Le acque del Golfo ribollono. Gli Stati Uniti, per allentare le tensioni scatenate da queste rivelazioni, hanno ordinato alla portaerei Harry Truman di lasciare il Golfo Persico. L'unità della marina Usa, inquadrata nella Quinta Flotta di base in Bahrein e con la responsabilità della sicurezza nel Golfo e nel Mar Rosso, è stata assegnata alla Sesta Flotta, con responsabilità nel Mediterraneo e nel Mar Nero. La Harry Truman è già in viaggio per il Mar Egeo, allentando la pericolosa compressione di unità navali da combattimento di fronte alle coste dell'Iran. Basterà? Difficile dirlo. Gli Usa, per ora, nonostante le pressioni degli alleati arabi e di Israele, sembrano ancora dell'idea di contenere l'Iran senza misure militari.

Meglio puntare sui colloqui, ancora per un po'. L'ultimo round sul nucleare iraniano, a Ginevra, si è risolto con un nulla di fatto e un aggiornamento a fine gennaio, a Istanbul. Un risultato, però, Washington l'ha portato a casa. Dopo anni di pressioni sugli Emirati Arabi Uniti, ritenuti la 'banca' dell'Iran, grazie alla quale Teheran riusciva ad aggirare le sanzioni, hanno preso una decisione chiave: Abu Dhabi costruirà un oleodotto, fino al Mare Arabico, che permetterà di evitare lo stretto di Hormuz. L'oleodotto, che corre da Hasban, a sud della capitale Abu Dhabi, a Fujairah, unica provincia degli Emirati Arabi Uniti che si affaccia sul mare Arabico, è un corridoio di sicurezza che consentirà di evitare l'instabilità dell'area del Golfo sotto il controllo dell'Iran.

Christian Elia

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