
In Colombia la situazione rimane incadescente. A raccontarci cosa
stia realmente accadendo nel Paese sudamericano martoriato da quaranta
anni di conflitto è Cristiano Morsolin, cooperante e giornalista
italiano, che è stato
costretto a fuggire da Bogotà perché minacciato
di morte.
L'antecedente.
Da alcuni mesi in Colombia per lavorare come cooperante in vari
progetti di ong, Morsolin aveva denunciato la
strage
compiuta dai militari nella comunità di pace San Josè de Apartadó,
contribuendo così a mobilitare l'attenzione dell'opinione
pubblica internazionale sul caso.
Un'azione di denuncia che gli
ha
attirato contro le ire dei responsabili dell'eccidio, i quali non hanno
perso tempo: con lettere minatorie e pedinamenti lo hanno costretto ad
abbandonare la città, il Paese.
Non arrendersi al silenzio. E' il
silenzio il primo connivente, il primo complice del massacro che sta
avvenendo nel Paese andino da decenni, del sangue delle migliaia e
migliaia di vittime versato per gli scontri fra guerriglieri e
paramilitari appoggiati dall'esercito. E contro il silenzio, Morsolin
continua a raccontare quanto siano in pericolo i colombiani.
"Per il
Presidente della Repubblica non succede niente a livello di ordine
sociale e considera nemici della sua rielezione, nemici della patria e
dello sviluppo della nazione, coloro che si sono inventati la guerra.
Per il Presidente Uribe, i massacri, gli assassinati, i desplazados, le
massicce violazioni dei diritti umani sono fatti meramente fortuiti,
casi isolati che in nessun modo hanno un significato politico" ha spiegato il
giornalista, citando quanto espresso da Luis Evelis
Andrade Casama, Presidente dell’Organizzazione Nazionale
degli indigeni della Colombia, che non si stanca di ricordare la
resistenza e la politica di pace delle comunità indigene per
fronteggiare un conflitto che Uribe non vuole riconoscere.
Denunciare. "Continuano anche le azioni di terrore dello Stato
contro la
comunità di pace di San Josè de Apartado, e non solo" denuncia. "Il gesuita Javier
Giraldo,
da
tempo minacciato di morte per il suo impegno perché coordinatore della
ong ecclesiale Giustizia e Pace impegnata anche in azioni di denuncia,
ha scritto una dura
lettera al presidente Uribe per far cessare la disumana catena di
crimini di lesa umanità perpetrati da agenti dello Stato colombiano.
Questo è l'atteggiamento giusto. Dobbiamo continuare così. Dobbiamo
cercare di alimentare la
mobilitazione internazionale che si è mossa dopo le minacce che ho
subito perchè figure come Padre Javier Giraldo e Gloria Cuartas, sindaco di San
Josè, restano là e continuano ad
essere nel mirino, bersagli del potere arrogante di una democrazia
fittizia che criminalizza i difensori dei diritti umani, i movimenti
popolari, i sindacalisti. Ora le minacce sono dirette anche contro il
collettivo di avvocati “Restrepo” e la sua Presidente Soraya Gutierrez
Arguiello".
Senza paura. "Ricordo le forti parole di Soraya Gutierrez.
In
Democrazia o impunidad dell'aprile
2005 ha puntualizzato come il
paramilitarismo sia un fenomeno militare, sociale, economico e politico
che sta
cresendo a dismisura negli ultimi anni, grazie anche alla connivenza di
Stato e
esercito”. I gruppi
paramilitari combattono contro le Forze armate rivoluzionarie colombiane e contro
l'Esercito di liberazione nazionale ormai
da quaranta anni. Ultimamente, però, sono riusciti a cacciare i guerriglieri da
importanti zone
del paese, proprio grazie all'appoggio dell'esercito. In molte delle
aree in
cui adesso spadroneggiano hanno rivoluzionato le relazioni con la
popolazione.
Hanno, infatti, annullato ogni forma di opposizione democratica messa
in atto
dalla società civile, non rispettando la scelta di molti villaggi
di
diventare "comunità di pace", neutrali al conflitto, super partes sia
rispetto ai guerriglieri che ai paramilitari. Seguendo il principio o
"con
noi o contro di noi", hanno dunque avviato il tragico fenomeno del
desplazamento
forzato, costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie terre.
Questo li ha portati a poter controllare immense distese di terre,
ricche e fertili e a poterne dispensare a proprio
piacimento, con la connivenza dello Stato. Di conseguenza hanno potuto
contribuire a lasciare il via libera ai grandi
progetti agro-industriali. Per questo i paramilitari sono appoggiati
da ampi settori d'impresa, e non solo. Possono contare su commercianti,
istituzioni di sicurezza dello Stato, forze militari e di
polizia, rappresentanti del
potere giudiziario e governi locali e regionali e godono di una
significativa
rappresentanza nel parlamento colombiano e di una profonda affinità con
l’attuale
amministrazione statale".
L'altra voce degli Usa. Questa complicità che unisce Stato e paramilitari è stata
analizzata e denunciata
anche dalle principali Ong statunitensi come Wola, Lawgef, Cip che hanno
presentato un interessante rapporto sui cinque anni del Plan Colombia,
in occasione della visita di Condoleezza Rice in Colombia a fine aprile.
Adam Isacson del
Center for International Policy
di
Washington (tra i massimi esperti al mondo di narcotraffico e di
Colombia) mi ha scritto per esprimere la sua solidarietà nei miei
confronti, per inviarmi uno scottante rapporto e confermarmi il loro
impegno e indignazione nei confronti del massacro di San Josè de
Apartado del 20 febbraio scorso.
Una strage che ha inquietato numerosi
senatori
democratici, i quali hanno messo fortemente in discussione il Plan
Colombia
che in sei anni (2000-2005) ha sborsato 4.000 milioni di dollari.
Queste le sue parole: anche se la crisi in Colombia è urgente, gli USA
devono cambiare le
priorità. Invece di aiutare le forze militari della Colombia ad
occupare il territorio, dobbiamo appoggiare i dirigenti eletti in
Colombia affinché rafforzino lo Stato di Diritto e promuovano uno
sviluppo più equo, governando per il bene di tutti”.