Sono bastate poche settimane per vedere distrutti otto anni di processo di pace e adesso la Costa d'Avorio è a un passo dalla guerra civile. Questo raccontano i massacri di Abobogar, la violenza che sta divampando nell'ovest del Paese, gli strani movimenti che si notano al confine con l'Angola e il flusso di profughi che si ammassa a ridosso della frontiera con la Liberia.
Dopo un mese e mezzo, il presidente-golpista Laurent Gbagbo è ancora al suo posto. Quello che dovrebbe lasciare al vincitore del ballottaggio del 28 novembre, Alassane Ouattara. E' sempre più isolato, dichiarato illegittimo dalla comunità internazionale. Gli Stati Uniti gli hanno bloccato gli asset bancari, l'Ue ha messo lui e la sua corte nella lista delle persone alle quali è vietato l'ingresso; l'Ecowas (la comunità di stati dell'Africa occidentale, ndr) - di cui pure la Costa d'Avorio è membro - minaccia di muovere il suo esercito per imporgli di lasciare il potere e intanto ha tagliato i flussi di denaro. Dicono fonti ben informate che dopo essersi permesso il lusso di negarsi al telefono al presidente americano Barack Obama e a quello francese Nicholas Sarkozy, adesso non lo chiami più nessuno. Ma lui rimane lì, in un Paese che ha trasformato in un fortilizio assediato, mentre i suoi sgherri, a loro volta, assediano Ouattara, costretto a vivere in un albergo di Abidjan, protetto dai caschi blu dell'Onu, e annichiliscono quella parte di popolazione che lo appoggia, i Malinké ma non solo. Perché in Costa d'Avorio, come in molti altri Paesi africani, le divisioni politiche spesso coincidono con quelle etniche. E così la miscela della guerra civile, esplosa nel 2002, è tornata a fermentare. Si prenda l'ovest del Paese, in pochi giorni sono state uccise una cinquantina di persone: tutto è nato dall'omicidio di un commerciante che ha rimesso in circolo il virus delle tensioni etniche tra Malinké e Gueré. Fonti governative parlano di 30 soldati uccisi dai ribelli. A Guiglo e Duékoué, in mano alle forze governative, si raccolgono i sostenitori di Gbagbo mentre a Man e Danané, dove regna la guerriglia delle Nouvelles Forces pro-Ouattara, confluiscono i supporter di quest'ultimo. In tanti però, fuggono oltreconfine, circa 600 al giorno: sono già più di 25 mila gli sfollati sistemati in territorio liberiano.
Il regime ha piani genocidari, profetizzano alcuni analisti. Forse è troppo ma si dice che emissari del presidente golpista si siano recati in Angola per sollecitare un irrobustimento del flusso di armi, in spregio ad un embargo imposto dalle Nazioni Unite: l'esercito si riarma, in vista di cosa? Questa è la domanda che assilla tutti. Una risposta ce l'hanno quelli che vivono nell'enorme sobborgo di Abobogar, a nord di Abidjan, un milione e mezzo di persone, ritenuta una roccaforte di Ouattara, da giorni razziato dagli squadroni della morte. Su molte porte sono comparsi segni che indicano l'appartenenza etnica delle famiglie e orientano i raid notturni. "Si sentono colpi ogni dieci minuti, mezzi d'assalto circolano in continuazione, non si può più dormire", ha riferito un testimone all'agenzia Irin. Altri hanno raccontato scene di esecuzioni sommarie, di commando che irrompono nelle abitazioni nel cuore della notte col pretesto di cercare armi. Sono membri dei famigerati Cecos, l'unità antisommossa creata all'interno della Gendarmerie. Intanto il capo dell'esercito Philippe Mangou ha dichiarato che i civili che attaccheranno esercito e polizia saranno considerati alla stessa stregua di militari nemici in tempo di guerra.
E' questa la parola che fa paura. "Gbagbo si è preparato per anni a questo esito, a restare al potere manu militari e noi non lo abbiamo capito", dicono fonti vicini a Ouattara. "Si prenda Mangou: nel 2002 era un semplice tenente colonnello, ora è generale di Corpo d'armata: dove le ha trovate le quattro stelle? La verità è che i generali promossi in questi ultimi anni sono stati puntualmente preparati a quello che stiamo vivendo". Ma Mangou è solo un prestanome, la vera eminenza grigia è il capo della Guardia Repubblicana, Dogbo Blé Brunot: è lui che pianifica giorno per giorno le operazioni di repressione. Il gioco di Gbagbo è chiaro, temporeggiare. Più passa il tempo, più è probabile che la comunità internazionale venga distratta da altri teatri caldi, lasciandolo dov'è. Ma anche lui ha il tempo contato: tra tre mesi, dopo il blocco del credito, il governo non avrà più soldi per pagare l'apparato repressivo che lo tiene in piedi. Dovrà allora decidere se farsi da parte, negoziare un accordo di divisione del potere con Ouattara o incendiare il Paese. Fino ad ora, le forze dell'Ecowas non sono intervenute e anche gli ufficiali fedeli a Ouattara non si sono pronunciati, temendo una rappresaglia sulle loro famiglie. Tutti ricordano bene le lacrime che il generale Luis-André Dacoury Tabley pianse dopo aver appoggiato la guerriglia durante la guerra civile. Tanti altri militari che in precedenza hanno "tradito" il regime hanno già visto sparire le loro famiglie ad opera degli squadroni. Più isolato di Gbagbo c'è solo Ouattara, chiuso nel suo albergo, in attesa che il rivale si faccia da parte e sciolga l'assedio. O che una forza internazionale lo liberi. L'Onu mantiene una missione di 9500 soldati nel Paese, 900 dei quali sono forze speciali francesi. A dicembre, le Nazioni Unite ne hanno prorogato il mandato con un voto adottato in base al capitolo VII del trattato fondativo, quello che autorizza l'uso della forza in risposta (anche) ad un atto di aggressione. Le forze governative negli ultimi giorni hanno attaccato diversi veicoli dell'Onu, incendiandone una decina. La fossa comune di Daloa è inavvicinabile: le forze di sicurezza non fanno avvicinare nemmeno gli operatori umanitari. La settimana prossima al Palazzo di vetro verrà approvato un rinforzo del contingente Onuci di circa duemila unità. Gbagbo continua a giocare col fuoco.
Alberto Tundo