Nome ufficiale: |
Republique de Cote d'Ivoire |
Ordinamento politico: |
Repubblica |
Governo attuale: |
Laurent Gbagbo, presidente eletto dal 22 ott. 2000 |
Capitale: |
Yamoussoukro |
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Superficie: |
322.460 Kmq |
Popolazione: |
16.600.000 abitanti |
Densità: |
50,8 ab./Kmq |
Crescita demografica annua: |
1,93% |
Lingua: |
Francese (ufficiale), dioula, baoulé, bété, sénoufo |
Religione: |
Cristiana, musulmana |
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Popolazione urbana: |
44,4% |
Alfabetizzazione: |
49,7% (60,3% maschi, 38,4% femmine) |
Mortalità infantile: |
11,6% |
Aspettativa di vita: |
45 anni |
Tasso HIV/AIDS: |
7% |
Indice sviluppo umano: |
0,399 – 163esimo su 177 stati |
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Moneta: |
Franco CFA |
PIL: |
15.600 milioni USD |
Ripartizione PIL: |
Agricoltura 27,6%; Industria 20,8%; Terziario 51,6% |
Crescita economica (2004): |
1,4% |
Reddito nazionale lordo per ab.: |
660 USD/ab. |
Pop. sotto soglia povertà: |
37% |
Inflazione: |
3,3% |
Esportazioni: |
5.844 milioni USD |
Importazioni: |
3.320 milioni USD |
Principali risorse economiche: |
Cacao, cotone, caffè |
Spese militari: |
180,2 milioni USD (1,1% del PIL) |
GEOGRAFIA
Di forma approssimativamente quadrata, la Costa d’Avorio è situata nel pieno
del Golfo di Guinea, e confina a nord con Mali e Burkina Faso, a ovest con Liberia
e Guinea, a est con il Ghana mentre a sud è bagnata dall’Oceano Atlantico.
La Costa d’Avorio è priva di rilievi, se si eccettuano le zone collinari nei
pressi di Man, vicino al confine con la Guinea, e le zone montuose nel nord del
paese. Buona parte della foresta tropicale che caratterizzava il paese è stata
distrutta per fare spazio alle coltivazioni di caffè e cacao, oltre che alle esportazioni
di legname che prima della guerra erano pari a quelle del Brasile.
Nella zona costiera meridionale il clima è umido e subequatoriale, con elevate
temperature soprattutto nei mesi estivi, mentre a nord il clima è più secco e
le piantagioni lasciano spazio alla savana. I rilievi settentrionali nei mesi
invernali sono spazzati dal vento caldo dell’harmattan, proveniente dal Sahara.
STORIA
Occupata intorno al 1840 dai primi contingenti armati francesi, la Costa d’Avorio
ottiene l’indipendenza nel 1960 grazie a uno dei “padri” della decolonizzazione,
Félix Houphouet-Boigny. Legato sia per il proprio passato politico che per gli
interessi economici alla Francia, Boigny garantisce comunque al paese uno sviluppo
economico di tutto rispetto, che grazie a un programma di incentivi statali sostenuti
anche da Parigi porterà la Costa d’Avorio a essere il primo esportatore mondiale
di cacao e il terzo di caffè. Per 20 anni l’economia del paese crescerà al vertiginoso
ritmo del 10% annuo, superato solamente dai grandi produttori petroliferi del
continente. Consapevole di godere di un enorme credito politico, Boigny governa
con pugno di ferro, non permettendo la nascita di partiti politici né libere elezioni
e togliendosi lo sfizio di trasformare Yamoussoukro, il proprio villaggio natale,
nella nuova capitale.
All’inizio degli anni ’80 però il crollo del prezzo di caffè e cacao fa sentire
i suoi effetti sul paese. L’economia crolla, il debito estero triplica e cresce
la criminalità. Ne fa le spese anche la stabilità del governo, che nel 1990 deve
affrontare le prime proteste della popolazione a cui Boigny risponderà con la
concessione di alcune libertà politiche, tra cui il multipartitismo.
Le prime elezioni del paese confermano però Boigny alla guida del paese contro
il candidato del Fpi (Front Populaire Ivorien) Laurent Gbagbo. Il presidente muore
nel 1993 e viene sostituito da Henri Konan Bédié, che riesce a migliorare il quadro
economico anche grazie a una svalutazione del 50% del franco Cfa. La repressione
del dissenso, di cui fanno le spese centinaia di oppositori al regime, crea però
un forte malcontento sfruttato nel 1999 da un gruppo di militari con a capo il
generale Robert Guei, che rovescia Bédié e organizza le elezioni presidenziali
per l’anno successivo.
Le consultazioni del 2000 si svolgono in un’atmosfera pesantissima, caratterizzata
dai tentativi di brogli compiuti da Guei e dall’esclusione di Alassane Ouattara,
principale candidato dell’opposizione, cassato perché di sangue misto (uno dei
suoi genitori proviene dal Burkina Faso). La decisione scatena la rabbia dei musulmani
del nord, che si scontrano con le forze di sicurezza. Dalle urne esce vincitore
Gbagbo.
Nel settembre 2002 un nuovo colpo di scena: parte dell’esercito si ammutina e
tenta di rovesciare il presidente. Gli scontri portano alla morte, tra gli altri,
di Guei, ma Gbagbo resiste e il golpe si trasforma in una vera e propria guerra
civile che spacca il paese in due: il nord controllato dai ribelli confluiti nelle
Fn (Forces Nouvelles) e il sud sotto il controllo del governo. Gli accordi di
pace di Marcoussis, nel gennaio 2003, congelano la situazione in attesa che Gbagbo
approvi alcuni emendamenti costituzionali e che i ribelli accettino di entrare
nel programma di disarmo.
A più di due anni dalla firma dell’accordo la questione ivoriana non è ancora
stata risolta: le modifiche costituzionali, che riguardano soprattutto l’eleggibilità
delle popolazioni di sangue misto, non sono state ancora approvate e di conseguenza
le Fn rifiutano di consegnare le armi. Il nuovo mediatore, il presidente sudafricano
Thabo Mbeki, non è riuscito a sbloccare la situazione nonostante un promettente
meeting tra le parti tenutosi in primavera a Pretoria.
Lo stallo istituzionale paralizza il paese, mentre sul piano militare le forze
leali al presidente Gbagbo hanno tentato nel novembre 2004 di conquistare il
territorio controllato dai ribelli ma senza fortuna, anche grazie all’intervento
della forza di interposizione dell’Onuci che conta 10.000 uomini tra caschi blu
dell’Onu e contingenti francesi e che controlla la zona di sicurezza al confine
tra nord e sud. Il fallimento dell’operazione e la rappresaglia francese seguita
alla morte di 9 soldati ha scatenato una feroce “caccia allo straniero” per le
strade di Abidjan, che ha portato alla fuga di 8.000 persone dal paese e che ha
guastato irrimediabilmente i rapporti tra Gbagbo e l’Eliseo.
Alla
fine di ottobre 2006 l'Onu ha per la seconda volta prolungato i mandati
di Gbagbo e del premier Charles Konan Banny, nella speranza che il
prossimo anno si possano tenere le tanto attese elezioni.
L’instabilità del paese favorisce anche il proliferare di bande armate che sfuggono
a ogni controllo e che operano principalmente nelle zone al confine con Liberia
e Guinea. I periodici attacchi contro la popolazione civile incrinano ancora di
più i rapporti tra il presidente e i ribelli delle Fn, che si accusano a vicenda
degli incidenti.
POLITICA
Il futuro politico del paese dipenderà in larga parte dall’esito del processo
di pace. Lo stallo istituzionale crea non pochi problemi, visto che impedisce
l’organizzazione delle elezioni presidenziali che secondo gli accordi di pace
dovrebbero tenersi il prossimo ottobre. Recentemente le Fn sono arrivate addirittura
a disconoscere Mbeki come mediatore, frapponendo un altro ostacolo alla soluzione
di un problema già di per sé molto intricato.
L’apparente vicolo cieco in cui i soggetti della crisi sembrano essersi cacciati
ha fatto anche aumentare la tensione tra i vari soggetti istituzionali. Le forze
di opposizione
accusano Gbagbo di voler affondare il processo di pace per evitare elezioni da
cui uscirebbe perdente. Il tutto
nonostante il presidente abbia garantito che alle prossime elezioni sia Bédié
che Ouattara potranno essere candidati. In tutta questa confusione
i principali nodi della questione, cioè le riforme costituzionali e il disarmo
di milizie e ribelli delle Fn, non vengono affrontati.
Le
elezioni previste per il 30 ottobre 2005 sono state rimandate per ben
due volte, mentre il mandato di Gbagbo è stato prolungato fino
alla data delle prossime consultazioni. L'opposizione e i ribelli hanno
però dichiarato di non riconoscere più Gbagbo come presidente e
invocano le sue dimissioni, chiedendo più poteri per il premier Charles
Konan Banny.
SOCIETA'
Nonostante il pesante deficit democratico che ha caratterizzato i suoi 43 anni
di dominio, il presidente Boigny ha avuto il pregio di riuscire a tenere assieme
la società ivoriana grazie al pugno di ferro ma anche ai sussidi e a un quadro
economico piuttosto favorevole.
Le prime crepe sono emerse sotto la presidenza di Bédié, il cui frequente ricorso
al termine di “ivoirité” ha avuto come conseguenza la nascita di tensioni tra
le varie comunità che popolano il paese: i Baoulé, di cui fa parte lo stesso Bédié,
che occupano la parte centro-orientale del paese e che costituiscono il 23% della
popolazione; i Bété di Gbagbo (18%), situati nell’ovest e le popolazioni musulmane
del nord (40%), a cui si aggiungono anche milioni di lavoratori impiegati nelle
piantagioni e provenienti dal Burkina Faso e dal Mali. Tensioni che sono sfociate
nell’interdizione delle popolazioni di sangue misto dalle cariche politiche, una
questione non ancora risolta che ha contribuito a scatenare la guerra civile.
Il conflitto ha poi avuto inevitabili conseguenze sulle condizioni di vita della
popolazione: tutti gli indici di sviluppo umano sono negativi, la percentuale
di popolazione affetta da Hiv è del 7% mentre la povertà aumenta. Una situazione
estremamente grave per un paese che fino a 20 anni fa era uno tra i più prosperi
di tutto il continente.
ECONOMIA
Inutile dire che il quadro economico del paese è pesantemente condizionato dalla
situazione di guerra: i frequenti posti di blocco e la spaccatura tra nord e sud
hanno avuto l’effetto di far praticamente cessare i traffici stradali con i paesi
confinanti, mentre il porto di Abidjan è stato soppiantato da quelli di Cotonou
e Lomé. Buona parte della produzione di cacao, caffè e cotone viene contrabbandata
nei paesi limitrofi per evitare i dazi governativi, con il risultato che i conti
sono sempre in rosso. Le autorità non possono neanche sperare in aiuti esterni,
visto che i sussidi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale
sono stati sospesi dopo lo scoppio delle ostilità.
Se l’agricoltura (che occupa il 68% della forza lavoro) è in crisi, anche le
attività industriali sono in forte calo, come testimoniano anche i due anni di
forte recessione (-1,65%) interrotti solo nel 2004. L’industria e i servizi hanno
risentito anche della “caccia allo straniero” dello scorso novembre, che ha provocato
la fuga di 8.000 occidentali dal paese e ha costretto molte imprese straniere
a chiudere o a ridurre al minimo le proprie attività, con la conseguenza che almeno
30.000 ivoriani sono stati licenziati.
Una volta terminato il conflitto una delle priorità, oltre alla riattivazione
delle infrastrutture, sarà quella di diversificare le attività economiche per
permettere al paese di non basare il proprio sviluppo solo sui volatili prezzi
delle materie prime agricole.
MASS MEDIA
Nonostante le forti tensioni che percorrono il paese, il quadro dei mass media
nel paese è piuttosto buono. Non mancano di certo intimidazioni ai giornalisti
e periodici ammonimenti delle Forze Armate a radio e televisione, ma la libertà
di espressione è sostanzialmente garantita, anzi. L’estrema virulenza dei giudizi
espressi dai giornali, pro e contro Gbagbo, influisce probabilmente anche sul
clima di tensione che si respira nel paese.
Mentre in gran parte dei paesi africani il principale problema dei mass media
è quello della libertà di espressione, per quanto riguarda la Costa d’Avorio il
maggior cruccio è rappresentato dalla mancanza di obiettività e dalla sfacciata
partigianeria di organi dell’informazione che, comunque, sono liberi di esprimere
le proprie idee.