Morti, feriti, sfollati, ammalati, affamati, spaventati. Niente di nuovo: è la guerra

“Proibito
spettegolare”. E’ questo il divieto imposto dal sindaco di Icononzo ai suoi
cittadini e che gli è valso articoli a tutta pagina su molti dei più importanti
media internazionali. Un provvedimento che a tanti è apparso bizzarro e curioso,
quindi degno di essere raccontato. Peccato che dietro a questo regolamento, che
impone multe fino a 1600 dollari e pene sino a 4 anni di carcere, si celi un
vero e proprio dramma. Da quando la Colombia è teatro di una sanguinosa guerra
civile, vale a dire da oltre 40 anni, la popolazione è sotto il tiro di un fuoco
incrociato: da una parte i guerriglieri marxisti, dall’altra i paramilitari di
destra, spalleggiati dai militari. Nel mezzo dunque i civili, la gente
comune, il cui sogno è vivere una vita normale, pura utopia in un Paese senza
pace. Così ogni azione, anche la più banale, si trasforma in un atto greve, carico
di conseguenze spesso incontrollabili.
Oltre le apparenze. Nel
vietare i chisme, infatti, il sindaco
ha gridato un fermo no alla giustizia sommaria. Perché spifferare e
ingigantire fatti e azioni, in un Paese come la Colombia, non porta solo a
dover sopportare pettegolezzi, dicerie o prese in giro, ma anche
al rischio di venire
trascinati in carcere per giorni interminabili, senza processi, né condanne, né
appelli.
Succede
spesso. Troppo. Basarsi sulle denunce sommarie, sul detto e non detto, sulle
spiate, sembra essere diventato uno degli strumenti basilari per combattere i
guerriglieri, bravi a nascondersi e a mimetizzarsi. Al grido di “o con noi o
contro di noi”, filosofia che sostiene la lotta alla guerriglia del presidente
Álvaro Uribe, l’approccio prediletto dei militari e dei paramilitari ai
campesinos della selva è “Manténgase alerta, denuncie cualquier situación
sospechosa. Trabajemos por el futur de nuestra region. Así ganamos todos” (stai
allerta, denuncia qualsiasi situazione sospetta, lavoriamo per il futuro
della nostra regione)… con risultati che minano alla radice lo stato di
diritto, la giustizia, la democrazia.
Uno strano baratto. Il
coinvolgimento dei civili nella guerra e l’arresto di innocenti sono dunque
due delle conseguenze di una politica che sta dilagando ovunque in
Colombia. Non solo. Spesso, in cambio di informazioni, si offrono generi
alimentari, prodotti di vario genere, soldi,
tentazioni spesso irresistibili
per contadini poveri. Sono spesso i più piccoli, infatti, a
entrare in questo strano giro di soffiate. Bambini che, o perché
spaventati
dai modi certo non delicati dei personaggi in mimetica e anfibi, o
perché attirati
da doni e promesse, elencano nomi
ed episodi che da soli bastano a incastrare interi gruppi di persone.
Ma non solo. L'azione di ingaggiare spie e delatori è diventato ormai
un'istituzione. Promettendo di proteggerne l'identità, le forze
dell'ordine radunano ogni settimana informatori incappucciati che
depongono a sfavore di conoscenti presunti filo-guerriglieri, prendono
un bel gruzzolo di compenso e se ne vanno. E senza nemmeno l'obbligo di
tornare a deporre in futuro processo, ormai sempre più raro.
O con noi o contro di noi. La
crociata di Uribe tende a fagocitare tutti, senza rispetto per i
civili. Lo slogan è “Tutti contro il terrorismo”, dunque se intere comunità scelgono
la
pace, optano per la neutralità - sulla scia della scelta fatta da
San José de Apartadó - sono giudicati conniventi, traditori della patria da
perseguire o da convincere con ogni mezzo a unirsi alla lotta.
Sfollati per sopravvivere. Pressione
psicologica, dunque, che si unisce spesso a quella fisica. Sono migliaia i
contadini costretti a sgomberare dai propri villaggi per non scendere
a patti con i militari. In fuga per mantenersi neutrali, in fuga per la pace.
Un fenomeno molto complesso quello del desplazamiento, spesso conseguenza anche
di atti di violenza dei paramilitari o dell’esercito che costringono intere comunità
a sfollare perché accusate di favoreggiamento nei confronti dei guerriglieri.
Le
principali vittime sono, in questo caso, le popolazioni afrodiscendenti e gli
indios.
Recentemente
l’Organizzazione Nazionale degli Indigeni della Colombia - Onic - ha lanciato
un
appello alla comunità nazionale colombiana e a quella internazionale per una
mobilitazione che faccia fronte all’ondata di violazioni dei diritti umani,
detenzioni di massa e omicidi che stanno colpendo i popoli indigeni della
Colombia. Durante il
2004 sono stati uccisi 110 indigeni per
mano degli attori coinvolti nel conflitto interno colombiano e 3.500 si sono
visti costretti ad abbandonare le loro terre. Nel solo mese di gennaio di
quest’anno sono gia nove gli indigeni che hanno perso la vita in assassini
selettivi. E non solo: gli indios devono anche subire arresti di massa da parte
dell’Esercito Colombiano e dal Das (polizia segreta).
Stime
non ufficiali indicano fra i 2 e i 3 milioni e mezzo di desplazados.
Fatti non parole. Questa è
la guerra. Alla quale si aggiungono gli oltre 150mila morti, che ogni
giorno aumentano. I fatti e le cifre, comunque, parlano da soli. Guardando solo
l’ultima
settimana, questo è quanto è successo: il 20
i ribelli colombiani hanno teso un’imboscata a un convoglio di polizia,
iniziando uno scontro a fuoco con le forse governative lungo il confine con
l’Ecuador. Morti 13 poliziotti. L’attacco è stato sferrato dai guerriglieri
delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) in risposta alle bombe
lanciate da aerei militari pochi giorni prima su un gruppo di guerriglieri che
stavano camminando nella selva, a sud del Paese, e che hanno ucciso 16
combattenti. Il 25, invece, un gruppo di uomini armati ha ucciso 6 consiglieri
comunali, il presidente del consiglio e 4 poliziotti. Secondo il dipartimento
di sicurezza amministrativa a sparare sarebbero state le Farc. E’ accaduto a
Puerto Rico, paese a 310 chilometri a sud di Bogotá. Per non parlare dei sette
indigeni Nukak Makú rimasti feriti per l’esplosione di alcune granate in un
campo di addestramento militare che sorge nel cuore della riserva indigena. O
per lo meno secondo la versione ufficiale. Per le associazioni vicine agli
indios, invece, si tratta di un campo minato non segnalato, che prima faceva
parte di un’area militare ora dimessa. La Colombia è, infatti, uno dei paesi a
più alta densità di mine al mondo, disseminate un po’ ovunque da entrambe le
parti in lotta.
E purtroppo così accade ogni settimana, da quarant'anni.