Intervista a Fernando Botero, autore di opere sulla tortura dalla Colombia a Abu Ghraib
Da giovedì 16 giugno, a Palazzo Venezia a Roma, Fernando Botero mette in mostra
le sue ultime
tele sulle tremende torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib. Sono quindici
anni che l'artista non espone i suoi quadri in una mostra personale nella città
eterna. Indignazione e denuncia dipinte da un pennello e racchiuse in una cornice.
Fino al 25 settembre.
Maestro, che cosa l’ha spinta a dipingere 65 tele sull’orrenda situazione
delle torture di Abu Ghraib?
"Queste sono opere dettate dell’indignazione, che ho sentito io ma che ha sentito
tutto il mondo quando abbiamo saputo che i soldati statunitensi torturavano i
prigionieri iracheni a Abu Ghraib. Lo shock prodotto da questa notizia ha fatto
in modo che iniziassi a buttare giù dei disegni, così ho iniziato a dipingere
questa situazione".
Qual è lo slittamento semantico che avviene nelle immagini di Abu Grahib una
volta che vengono ridipinte? Cosa si aggiunge rispetto al linguaggio della fotografia
fatto passare dai media?
"La fotografia è stata utile per me per vedere l’ambiente del carcere. Ma non
ho preso le foto come punto di partenza per i miei quadri. Non avrebbe avuto senso.
Ho visto le fotografie e ho letto gli articoli, mi sono fatto domande e solo così
mi sono ispirato. Le foto sono lì da guardare. I miei quadri sono un’altra cosa".
La scelta dei temi da lei trattati, quelli della guerra come in Colombia o della
tortura come nel caso di Abu Ghraib, è una forma di polemica contro il disimpegno
e l’individualismo dominanti nella scena dell’arte contemporanea?
"Si, soprattutto su Abu Ghraib, dove tutti gli articoli apparsi sui giornali
americani, dal New York Time Magazine al Washington Post mi hanno ispirato. Dopo averli letti ho avuto una bella capacità creativa e
voluto dare forma alle mie letture e a quello che avevo visto. Non ho inventato
niente. Ho solo riprodotto l’immagine mentale che mi aveva dato la sola lettura
di questi testi. Prima di fare le serie di quadri su Abu Ghraib, ho fatto una
serie di opere che erano ispirate alla guerra violenta che devasta la Colombia,
un’enorme tragedia per la nostra gente, per la nostra terra. Tutte queste opere
adesso sono al museo nazionale della Colombia, le ho donate e sono lì da vedere.
Ma non hanno nulla a che fare con questa serie di quadri ispirati ad Abu Ghraib".
Gli artisti sono un mezzo per comunicare la violenza nella quale vive il mondo?
"L’artista non ha il potere per cambiare le cose, ma allo stesso tempo ha il
“potere” di mettere insieme opere che servano come testimonianza permanente di
quello che
accade".
La violenza della guerra è fonte ispiratrice per gli artisti?
"Quando ci sono situazioni di ingiustizia io mi sento in dovere a fare qualcosa.
Ogni artista reagisce diversamente. Un uomo si indigna e come artista forma delle
opere che siano testimonianze della situazione, che lascino il segno. Non si tratta
di ispirazioni. Non si tratta di specializzarsi nel fare quadri su tutte le tragedie
del mondo. Ci sono tante crudeltà al mondo in questo momento. Credo però che la
gente non si aspettasse che il paese più ricco del mondo facesse queste torture
come facevano 10 secoli fa con una perversione totale".
Lei ha dichiarato che le opere che riguardano Abu Ghraib non saranno messe in
vendita. Perchè?
"Vero, anzi verissimo. Fare soldi sul dolore umano, speculare sulla guerra, non
fa parte della mia cultura. Tutte queste opere saranno senz’altro regalate ad
un museo. Non so ancora a quale, magari a quello di Baghdad se sarà ancora in
“piedi”. Di certo comunque le opere saranno donate".
Quale prevede che sarà la reazione degli spettatori statunitensi quando
andranno a vedere le sue opere su Abu Ghraib?
"Penso che più della metà della popolazione statunitense o comunque la stragrande
maggioranza della gente sia contro questo tipo di pratica. Una cosa da ricordare
è che è stata la stampa statunitense a rivelare queste immagini al mondo e anche
oggi continua a condannare certi comportamenti. Spero e credo che se ci sarà una
mostra dei miei quadri negli Stati Uniti, ci saranno delle persone che li apprezzeranno
e altre persone che saranno disturbate dalla visione di quelle opere".
Qual è il messaggio dei suoi dipinti? Questi in particolare?
"Più che avere un messaggio sono una testimonianza. Per far ricordare alle generazioni
future, per far vedere dal punto di vista artistico immagini che corrispondono
a verità. Grazie all’arte, si aggiunge dal punto di vista artistico un qualcosa
a questa forte denuncia sociale. L’arte per la sua dimensione, per l’estetica
mescolata alla verità, per la sua importanza è uno strumento di comunicazione
impressionante".
Arte e pace possono compiere un cammino comune?
"La pace è il grande desiderio di tutti gli uomini che vogliono vivere una vita
tranquilla.
Nel periodo di pace l’arte gioca un ruolo importante e trova la sua massima
espressione. In un momento di guerra, invece, l’arte non si può apprezzare perché
in quell’attimo l’uomo ha come primario desiderio la ricerca della sopravvivenza.
L’arte in periodo di pace è il massimo desiderio della sollevazione umana".
L’impegno politico è sempre stato caratteristica degli artisti e degli scrittori,
in generale degli uomini di cultura. Perché secondo lei?
"Il mio non è impegno politico. La mia è una posizione umana. Penso che esistano
cose al mondo che non si possono fare. Non è possibile vedere le torture subite
da un uomo come è successo per i detenuti di Abu Grahib".