Atene ha soldi in cassa per arrivare fino al mese di ottobre. Se non dovesse essere erogata la sesta tranche di aiuti, l'inizio dell'autunno segnerà la fine della Grecia.
Il ministro delle finanze Evangelos Venizelos è impegnato in teleconferenze fiume con il Fondo monetario internazionale (Fmi) e Bruxelles: l'obiettivo è convincere i 'salvatori' della bontà dei provvedimenti adottati per tenere la Grecia ancorata all'Euro.
Gli investitori non hanno fiducia e stanno abbandonando in tutta fretta la barca ellenica. Unione europea e Fmi provano a scommettere ancora una volta sull'affidabilità di Atene (ma non c'è altra scelta, a sentire le parole di Angela Merkel: "salvare l'euro per salvare l'Unione"). Il Fmi, però, vuole i fatti: implementare il pacchetto austerity o addio alla tranche da 8 miliardi di euro.
Molti osservatori sono convinti che alla fine Atene riceverà un'altra boccata d'ossigeno: ma sarà l'ultima? Sarà quella risolutiva? Secondo i più scettici - che in questi casi sono spesso i più realistici - il nuovo pacchetto di aiuti basterà per tirare avanti fino a dicembre, dopo di che se la Grecia non avrà raggiunto gli obiettivi di bilancio ci si troverà punto a capo che, tradotto, vuol dire: niente stipendi, niente pensione, niente servizi. Fallimento.
Sebbene la cancelliera tedesca continui a brandire lo scudo a difesa dell'euro, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, conferma la linea dura sugli aiuti agli stati in difficoltà. In un'intervista rilasciata al settimanale Der Spiegel, Weidmann rappresenta tutte le sue perplessità sugli interventi delle politiche monetarie per arginare le difficoltà dei paesi più duramente colpiti dalla crisi. Si tratterebbe, prima di tutto, di azioni effimere che non avrebbero durata sul lungo periodo e in più - cosa più preoccupante - questi interventi allentano la pressione sui governi che dovrebbero agire seriamente per introdurre le riforme necessarie: è con le riforme che si correggono gli errori, si rivitalizza la competitività, si riduce il debito. Inoltre, sostiene Weidmann, solo i politici eletti del popolo possono avere la responsabilità di istituire programmi di austerity o di predisporre pacchetti di salvataggio.
Nella sessione di agosto della Bce, Weidmann e il dimissionario Jurgen Stark (unici due) hanno votato contro l'acquisto di titoli italiani: non è quella la soluzione, secondo il pensiero Weidmann che ricalca in pieno la tradizionale dottrina della Bundesbank. Gli investitori metterebbero in discussione l'intero sistema euro qualora venissero meno gli incentivi a seguire una politica fiscale sana e soprattutto se chi sbaglia non incorre in alcuna sanzione. È questione di credibilità.
Con riferimento, poi, alla situazione greca il banchiere centrale tedesco è categorico: "La Grecia deve tenere fede ai suoi impegni: non ci saranno ulteriori pagamenti se le promesse non saranno mantenute".
Nicola Sessa