Alcuni celebri dissidenti sono tornati in libertà, altri no: il rilascio di decine - probabilmente centinaia a conti fatti - di prigionieri politici avvenuto oggi in Birmania non sarà abbastanza per spingere gli Stati Uniti e l'Unione Europea a rimuovere le sanzioni, ma rappresenta comunque un progresso sulla scia di altre misure distensive adottate negli ultimi sei mesi dal nuovo governo civile dell'ex generale Thein Sein. Una serie di piccoli passi che, messi insieme, contribuiscono alla sensazione che qualcosa sia effettivamente cambiato in meglio nel Paese. Il punto di arrivo è però ancora nebuloso, e col senno di poi l'apparente disgelo in corso potrebbe rivelarsi poco più di un'abile strategia per ripulire l'immagine del Paese, facendo sì che la struttura di potere attuale non sia minacciata.
Nell'ambito dell'amnistia presidenziale per 6.359 prigionieri, oltre a una ventina di attivisti della "Lega nazionale per la democrazia" (Nld) di Aung San Suu Kyi, sono stati rilasciati il comico Zarganar ("reo" di aver criticato l'ex giunta militare per la malagestione del disastroso passaggio del ciclone Nargis nel 2008), il monaco Ashin Gambira (uno dei leader delle proteste pro-democrazia del 2007) e il generale Hso Ten, a capo delle milizie dello Shan State Army, che scontava una condanna a 106 anni di reclusione. Ma dato che nelle carceri languivano circa 2 mila prigionieri politici, sono molti di più quelli rimasti dietro le sbarre: tra di essi diversi attivisti eccellenti delle manifestazioni represse nel 1988.
L'amnistia per i "prigionieri di coscienza" era stata raccomandata dalla neonata Commissione nazionale per i diritti umani; già di per sé un segno del cambiamento, dato che fino a poco tempo fa la linea ufficiale delle autorità birmane era che in cella ci fossero soltanto criminali. I rilasci di massa sono periodici in Birmania, solo lo scorso maggio erano tornati in libertà circa 15 mila detenuti; ma di solito la proporzione di prigionieri politici tra di essi è di uno a cento. Stavolta le aspettative erano più alte, date le recenti aperture di Thein Sein.
Nominato presidente dal Parlamento uscito dalle elezioni-farsa del novembre 2010 e dominato dal blocco di potere fedele all'ex giunta militare, Thein Sein si è ormai guadagnato l'etichetta di "riformista", almeno rispetto alla parte del regime considerata più irriducibile. Ha invitato i dissidenti della diaspora a tornare in patria, ha allentato la censura mediatica e le restrizioni alla navigazione su Internet, e il 19 agosto ha parlato per oltre un'ora in privato con Aung San Suu Kyi, tradizionalmente ignorata dai generali. Due settimane fa, inoltre, Thein Sein ha annunciato la sospensione ("perché contraria alla volontà del popolo") della costruzione della diga di Myitsone, una joint venture birmano-cinese da 3,6 miliardi di dollari sul fiume Irrawaddy. La decisione, vista la stizzita reazione di Pechino, è stata apparentemente presa senza consultare il potente vicino, primo investitore nel Paese.
E' l'avvio di una "primavera birmana" - come l'ha definita l'Economist - o una gattopardesca messa in scena per dare l'impressione di un cambiamento affinché nulla cambi? Lo si vedrà col tempo. Suu Kyi, rilasciata lo scorso novembre dopo 15 anni degli ultimi 22 passati in detenzione, si è detta "moderatamente ottimista" ed è ormai - da leader de facto dell'opposizione - una legittima interlocutrice del governo. Il premio Nobel per la Pace ha abbandonato la tradizionale indisponibilità al compromesso, optando per un approccio graduale e testando i suoi reali spazi di manovra senza provocare il regime.
Di sicuro, gli sviluppi sono stati notati da Usa e Ue, che hanno sempre posto la liberazione di tutti i prigionieri politici come una precondizione per la rimozione delle sanzioni economiche applicate dagli anni Novanta. Tale obiettivo potrebbe essere la priorità principale del governo birmano, nel tentativo di smarcarsi dall'abbraccio cinese, che porta sì miliardi di dollari con i suoi investimenti nelle infrastrutture - un oleodotto e un gasdotto sono già in costruzione - ma può essere soffocante; tra la popolazione il malcontento per la penetrazione di piccoli imprenditori cinesi è sempre più alto.
Molto potrebbe ancora andare storto. All'inizio dello scorso decennio si respirava anche un'aria nuova, grazie alle aperture dell'allora premier Kim Nyunt; fu poi confinato agli arresti domiciliari, e i timidi progressi vennero presto azzerati. Anche per questo, futuri giri di vite - o un colpo di stato - non possono essere esclusi. Se invece la volontà riformatrice si dimostrerà genuina e duratura, è da vedere come evolverà l'opposizione democratica in vista delle elezioni del 2015. L'Nld di Suu Kyi ha boicottato il voto dell'anno scorso, spaccando il campo dei dissidenti; la sua classe dirigente è piena di ottuagenari che hanno sofferto sulla propria pelle le conseguenze della lotta per una Birmania democratica, ma idee alternative covano tra i più giovani e i tanti gruppuscoli non allineati con Suu Kyi.
Le placche sismiche della struttura politica nel Paese, insomma, si stanno muovendo. E una volta che il tappo alla libertà di espressione viene rimosso, può bastare una scintilla al momento giusto per far precipitare la situazione.
Alessandro Ursic