Il monaco tibetano diciottenne che il 7 ottobre si è dato fuoco per protestare contro l'occupazione cinese del Tibet è morto. Lo scrivono diversi siti tibetani. Khayang, assieme a Choepel, un altro giovane del monastero di Kirti da mesi sotto assedio della polizia cinese, si sono immolati ad Aba (Ngaba in tibetano), provincia occidentale cinese del Sichuan. Le autorità cinesi stanno cercando di nascondere la sorte dei due giovani. Fino a ieri dicevano che i due erano in ospedale e non in condizioni gravi. Secondo i siti tibetani, Khayang, invece, è morto il giorno dopo l'immolazione, e in ospedale prima di morire si sarebbe detto contento di aver fatto il suo gesto e di morire per la causa tibetana. Choepel sembra essere ancora in gravissime condizioni. Secondo testimoni, i due sarebbero anche stati picchiati dagli agenti mentre venivano soccorsi. A seguito del loro gesto, molti negozi a Ngaba hanno chiuso per tre giorni per rispetto verso il sacrificio dei due. La polizia ha vietato a parenti e amici della famiglia di Khaying di offrire condoglianze ai genitori. In ospedale, infine, c'è anche un terzo monaco, Kesang Wangchuk, anche lui immolatosi per la causa quattro giorni prima di Khayang e Chaopel. Il monaco, che non sembra in pericolo di vita, viene interrogato continuamente dalla polizia. Secondo una dichiarazione riportata stamattina dall'agenzia Nuova Cina del portavoce del ministero degli Esteri cinese Liu Weimin, "le attività religiose nella provincia del Sichuan restano normali, tutte le richieste dei fedeli sono state soddisfatte ampiamente". Liu ha nuovamente accusato la "cricca del Dalai Lama" di fomentare l'odio e incitare gli episodi di immolazione. Dal marzo scorso, sono sette i tibetani che si sono dati fuoco per protestare contro l'occupazione cinese del Tibet e per chiedere il ritorno del Dalai Lama.