08/11/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



L'agenzia di stampa ufficiale festeggia il compleanno e punta sempre più al mercato globale

da Pechino

"Stabilità", "orientamento dell'opinione pubblica", "sviluppo culturale". Nel segno di queste parole d'ordine, l'agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua ("Nuova Cina") ha festeggiato lunedì i suoi ottant'anni in pompa magna, con una cerimonia nella Grande sala del popolo, a Pechino.
Quando è nata, nel 1931, il Partito comunista stava ancora lottando disperatamente per la propria sopravvivenza. Oggi, l'agenzia è un colosso multimediale che impiega 11mila persone - di cui 5mila giornalisti - ha 31 uffici in Cina e 107 uffici di corrispondenza sparsi per il mondo. Fornisce almeno un quarto dei contenuti delle testate nazionali ed è il gruppo editoriale a cui fanno capo oltre 20 giornali e una decina di riviste in 8 lingue. Il suo network televisivo - ricorda in questi giorni la stessa agenzia - raggiunge ormai 5 miliardi e mezzo di persone sparse per il globo.

A parte i numeri sventolati con orgoglio e non troppo verificabili, Xinhua si trova oggi di fronte a una grande sfida: diventare qualcosa di molto simile a una al Jazeera cinese. Un media, cioè, che ribalta grazie alla propria autorevolezza il flusso dei contenuti globali: non più dagli Usa (e dall'Occidente in genere) verso il resto del mondo, ma in senso contrario.
Il mandato del potere cinese è esplicito. I prossimi anni saranno dedicati a rafforzare l'immagine della Cina all'estero e per questo motivo è necessario il soft power, quella formula magica che permette alle superpotenze di far eseguire al resto del mondo ciò che è nei propri interessi: Hollywood, Google, la Cnn e il New York Times sono nei nostri cervelli.

E qui l'agenzia cinese incontra una contraddizione: come può conquistare menti e cuori del mondo se è per definizione una dependance del Partito comunista cinese e non un "media indipendente"?

L'esempio di al Jazeera non può essere a questo proposito ripetuto. L'emittente del Qatar ha cominciato in sordina, conquistandosi autorevolezza via via che gli Usa esportavano guerre travestite da operazioni umanitarie e proprio raccontando ciò che media come la Cnn occultavano. La sua copertura del conflitto in Palestina ha rotto il monopolio dell'informazione filo-israeliana. Il suo avanzato e spregiudicato utilizzo delle piattaforme di social networking le ha permesso di arrivare ovunque e di presidiare i nuovi territori dell'informazione.
Ha così contribuito a fondare una rinnovata coscienza nel mondo arabo. Poi, qualcosa è cambiato: con le recenti rivolte "del gelsomino", l'emittente di Doha è diventata sempre più il megafono dell'emirato del Golfo (legato a doppio filo con Washington) anche a seguito di alcune sostituzioni ai suoi vertici. C'è da chiedersi se il percorso non fosse predefinito, ma qui peccheremmo di dietrologia.

Xinhua invece non nasce oggi e reca con sé il carico di quel che è stata per gli ottant'anni della sua vita trascorsa: la voce del Partito comunista cinese. Più propaganda, quindi, che informazione.
Per continuare il paragone con al Jazeera, è come se cercasse di agire al contrario: deve convincere il mondo nonostante il proprio passato.

Il governo cinese sembra per il momento offrire la stessa ricetta che ha avuto successo in altri campi della vita sociale: la potenza dell'economia di scala. Si magnifica l'enorme tabellone luminoso che festeggia gli ottant'anni di Xinhua nella Times Square newyorchese, mentre si annuncia che entro il 2020 le redazioni all'estero diventeranno duecento. Sempre più grandi, sempre più pervasivi, riempire l'infosfera con la propria mole.

L'altra strategia è quella di puntare all'Africa, facendo leva sul "servizio completo" che l'industria cinese, anche quella dell'informazione, può offrire ai Paesi in via di sviluppo. Ad aprile, Xinhua ha lanciato in Kenya il primo quotidiano su piattaforma mobile dell'Africa subsahariana. Oltre ai contenuti dell'agenzia di Stato, l'informazione made in China - sotto forma di sms - beneficerà della tecnologia messa a disposizione da Huawei e viaggerà sulla rete messa a disposizione da Safaricom, il provider locale. L'ipotesi plausibile è che Pechino cerchi di ripetere la "strategia del binario": esportare linee ferroviarie complete di tutto (dai bulloni alle locomotive veloci) nelle economie più o meno emergenti, per poi conquistare i mercati più evoluti. Alla base del successo, il proprio indubbio vantaggio competitivo. Ma l'informazione non è una merce come le altre e non è chiaro come Pechino possa esportare la sua strategia win-win al mondo delle news. E, in fondo, anche i treni non godono più di grande reputazione nella Cina stessa.

Il rilancio di Xinhua va comunque osservato con favore e interesse. Si tratta pur sempre di un ampliamento dell'offerta: un pizzico di Cnn, uno di al Jazeera e uno di Nuova Cina, un passaggio su Twitter e uno sguardo a Weibo, senza dimenticare le tecnologie pret à porter per bypassare i Grandi Firewall del momento. Sempre più le opinioni si formeranno così. Basta non scordarsi che ogni media veicola interessi ben precisi.

Intanto, a Washington qualcuno mette le mani avanti. Alcuni membri repubblicani del Congresso hanno infatti deciso di colpire proprio la strategia quantitativa messa in campo dalla Cina. A settembre, hanno proposto un disegno di legge che limiti il numero di giornalisti cinesi di "media legati al governo" operativi sul territorio statunitense. La misura appare come una ritorsione contro il ridotto numero di visti giornalistici concessi dalla Cina a redattori collegati ad agenzie dell'amministrazione Usa: solo due - sostiene il repubblicano Dana Rohrabacher - alle dipendenze di Voice of America e Radio Free Asia. I giornalisti cinesi accreditati in Usa - sempre secondo il parlamentare Usa - sarebbero 650. La nuova norma invoca il principio di reciprocità e chiede il ritiro dei visti "in eccesso".
Al di là dei discorsi di principio, c'è da chiedersi perché una misura del genere venga proposta proprio ora. Forse, la potenza di fuoco dell'ottantenne Xinhua fa davvero paura.

 

Gabriele Battaglia

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