La strada per il campo profughi di Krnjaca è ricoperta da cumuli di rifiuti e spazzatura, dune di vestiti e materiali da costruzione. Il campo è circondato da filo spinato, con un insediamento Rom e gli edifici di una fabbrica a fare da vicini. A prima vista il campo profughi sembra una prigione, c'è anche una guardia a presidiare l'ingresso.
"Noi chiamiamo questo campo ‘prigione', perché viviamo dietro un recinto di filo spinato", dice una giovane ragazza all'entrata, e aggiunge: "Se partiamo per più di tre giorni, dobbiamo informare il direttore del campo, e se stiamo via per più di cinque giorni dobbiamo riferire la cosa al commissariato per i rifugiati. Noi non abbiamo libertà qui".
Il campo è costituito da decine di file di baracche non verniciate, con attorno niente a parte il bucato steso su uno stenditoio fatto a mano, una corda e un palo che oscillano al freddo vento d'autunno che proviene dal vicino Danubio. Alcuni abiti sono caduti a terra, mentre quelli ancora stesi subiscono i violenti colpi del vento. Attorno al campo non c'è nessuno spazio all'ombra, qui non è stato piantato neanche un albero. Fuori c'è a malapena qualcuno. Ogni volta che individuano un estraneo rientrano frettolosamente nelle loro baracche. Successivamente mi è stato detto che le persone qui sono diffidenti nei confronti dei giornalisti. "Noi - lamenta un uomo anziano dal corpo esile - protestiamo a vuoto. I politici e gli stranieri vengono qui solo a posare per i media, promettono castelli e terre e poi se ne vanno senza aiutarci affatto. I giornalisti ci sfruttano. Le nostre cattive notizie sono buone notizie per loro. La nostra sofferenza è un bene per le storie sui giornali ", e aggiunge puntando il dito verso la fotocamera: "Non fotografatemi".
L'isola dei rifugiati
Il campo di Krnjaca ospita 315 persone tra rifugiati e sfollati. Alcuni vengono dalla Bosnia-Erzegovina, altri dal Kosovo, ma la maggior parte di loro proviene dalla Croazia. Sono fuggiti nel 1995 durante l'offensiva croata denominata Operazione Tempesta, avente come obiettivo quello di conquistare la regione a maggioranza serba della Krajina.
Secondo la signora Zorica Isailovic, responsabile per gli alloggi del campo di Krnjaca, questo insediamento sarà l'ultimo a chiudere nella regione. Dice anche che il campo deve rimanere aperto principalmente a causa della sua vicinanza al centro della città ed agli ospedali. Ecco perché, quasi ogni settimana, nuovi rifugiati arrivano a Krnjaca mentre gli altri campi in Serbia chiudono dopo che il grosso dei loro abitanti si è spostato per vivere in abitazioni più convenzionali.
I residenti di questo campo sono generalmente quelli le cui condizioni sono le più difficili, troppo vecchi o troppo malati per prendere in considerazione l'ipotesi di ritornare a casa o iniziare una nuova vita in Serbia.
Molti soffrono di disturbi psichici, cancro, diabete, insufficienza renale e altre malattie, e sono sotto costante controllo medico. Nessuno sa quando questo campo chiuderà i battenti, ma fino a quando questo non accade, questa è l'unica casa che i rifugiati conoscano.
La società di costruzioni Ivan Milutinovic PIM, proprietaria del terreno, ha firmato un contratto con il Commissariato per i profughi della Serbia nel 1993, aprendo i locali del campo come si trattasse di un paradiso per i profughi. I blocchi prefabbricati di legno contengono sedici camere ciascuno, che vanno da 8 a 15 metri quadrati. La maggior parte delle camere ospita fino a tre persone, a seconda della situazione familiare, in questo modo ogni blocco arriva ad ospitare tra i quaranta e i cinquanta profughi che a loro volta condividono quattro bagni e tre docce.
"Ci sono - dice la signora Isailovic - dei bagni in comune nel campo, senza barriere ne pareti divisorie. Non c'è privacy rispetto alle differenze di sesso o di età ... neanche per i bambini".
Innamorarsi a Krnjaca
Da quando il campo è stato aperto, nel 1993, più di tremila persone hanno vissuto qui. Alcuni di loro sono emigrati tra diversi campi profughi, mentre altri vi hanno vissuto sin da quando ha aperto le sue porte. Una di quelle che non si è mai spostata da Krnjaca è Mira Pozar, una casalinga di 37 anni di Daruvar, Croazia. Non solo Mira ha vissuto in questo campo sin da quando è arrivata in Serbia nel 1995, ma qui si è anche innamorata, sposata e dato alla luce suo figlio.Mira è arrivata nel campo profughi di Krnjaca nel maggio 1995, durante l'Operazione Flash condotta dall'esercito croato, nel corso della quale sono state rimosse la popolazione e le forze armate serbe dalla regione croata della Slavonia. L'operazione ha causato un gran numero di vittime civili di etnia serba, mentre oltre 15mila persone sono state sfollate dalle loro case. L'operazione in questione è stata un'anticipazione della più nota Operazione Tempesta, avvenuta in seguito nel mese di agosto e che ha costretto 200mila Serbi-Croati a lasciare il Paese.
Il padre di Mira è stato ucciso dai croati nel 1994, i quali hanno poi costretto la madre a mandar via la figlia per salvarle la vita. "Mia madre è rimasta lì perché non voleva lasciare la nostra casa di famiglia e la tomba di mio padre", dice Mira con le lacrime agli occhi. "E' stata una guerra, un sacco di persone hanno perso le loro famiglie, da entrambe le parti. Non posso essere arrabbiata con nessuno".
Nel 1996 ha incontrato il suo futuro marito Zoran, che aveva appena lasciato l'esercito in Croazia a causa di problemi di salute e si era trasferito nel campo di Krnjaca. "Non mi sarei mai aspettata di innamorarmi qui. Dopo aver perso membri della mia famiglia, la mia casa e i miei amici, l'ultima cosa a cui pensavo era l'amore, ma è successo. Senza Zoran la mia vita nel campo di Krnjaca non sarebbe la stessa".Mentre parla muove costantemente una mano dentro la tasca del vestito. Dopo un po', sentendosi più a suo agio, la tira fuori. La mano sembra contratta, e mi spiega che ciò era dovuto ad un incidente d'auto che aveva avuto un paio di anni fa, e che le ha reso impossibile lavorare ovunque.
Ho incontrato Mira lungo la strada che dal centro della città conduce al campo. Ogni giorno porta a scuola il suo figlioletto di otto anni, Zoran jr, e poi lo accompagna lungo la strada di ritorno. All'interno del campo, Zoran, è l'unico ragazzo di quell'età ad andare a scuola. Ha ancora paura ad andare da solo, specialmente da quando è necessario attraversare un'autostrada molto trafficata che collega Belgrado con la vicina città di Pancevo. La sera, Mira fa lo stesso percorso per le lezioni di basket di suo figlio. "Zoran jr è stata una sorpresa per noi. Non avevamo davvero intenzione di avere figli. Ma quando sono rimasta incinta ho chiesto a mio marito Zoran cosa dovessimo fare. Vedi, non potevo utilizzare una mano, e si sa, un bambino ha bisogno di un'attenzione costante. Così mio marito rispose: "Se siamo sopravvissuti alla guerra, siamo in grado di sopravvivere al bambino". Ecco come Zoran jr è nato, e aggiunge scherzando: " Anche se non avremo nessun altro figlio. Non abbiamo le condizioni per crescere un altro bambino. Oggi lui è l'unica cosa preziosa nella nostra vita. Ecco perché abbiamo bisogno di prenderci cura di lui".
Cresciere in un campo profughi
A Zoran jr piace quando qualcuno parla di lui, ride e ascolta con attenzione mentre sua madre gli dice che lui non è diverso dagli altri bambini, ma la sua vita sicuramente lo è.
Nella baracca dove la famiglia Pozar ha vissuto per undici anni Zoran jr era l'unico bambino. La gente era nervosa e agitata a causa della vita che conducevano all'interno della baracca. Spesso si verificavano scontri, liti e parecchio rumore. "E' un peccato - continua Mira - perché finora Zoran jr non ha avuto un'infanzia normale. Il campo non è un ambiente perfetto per bambini ".
C'è un aneddoto particolare che la famiglia Pozar ricorda spesso e di cui gli piace parlare. Fino all'età di sei Zoran jr non sapeva nemmeno che cosa fosse una tavoletta del wc, né aveva mai usato un gabinetto moderno. "Quando andò a scuola, il suo maestro mi disse che andava in bagno ogni cinque minuti, e non perché aveva ne avesse realmente bisogno, ma semplicemente perché voleva utilizzare lo sciacquone. E' stata un'esperienza totalmente nuova per lui ". Questo racconto genera un mucchio di risate all'interno della famiglia. Al momento Zoran jr è uno dei nove bambini del campo profughi. Tuttavia, gli altri sono tra loro fratelli e sorelle e non possono giocare con lui tutto il tempo. È per questo che Zoran ha un gatto di nome Maza, che tiene in posa di fronte alla telecamera.
Un altro dei suoi hobby è la raccolta di pietre. Mentre ne parla, apre una grossa valigia piena di sassi e pietre provenienti dalla terra di suo padre. "Voglio fare il ricercatore. C'è un antico insediamento vicino casa di mio nonno e ci sono un sacco di pietre. Una signora di Zagabria ha preso una delle mie pietre. Mi disse che voleva esaminarla, ma non è mai più tornata ".
Lasciatosi alle spalle la valigia piena di sassi, rivolge la sua attenzione su di me, chiedendomi con molta disinvoltura quali fossero i miei interessi. Mira sussurrò che era per il disegno. Sorprendentemente al ragazzo piace sempre chiedere questa cosa ai visitatori, in modo che possa disegnare le loro preferenze, ma tutto ciò che può davvero disegnare con le sue piccole mani di otto anni sono dei piccoli cuoricini. Beh, gli ho detto che mi piacevano gli animali selvatici e le montagne. Così Zoran jr si è appartato immediatamente in un angolo tranquillo, concentrandosi intensamente sul suo disegno. Quindici minuti dopo riappare consegnandomi una cartolina fatta a mano su cui era scritto: "Sono davvero felice di averti conosciuto". Sul foglio poi c'era anche disegnato un leone, una montagna su di esso e un sacco di cuori, naturalmente!
La famiglia Pozar è una delle poche all'interno del campo che ha avuto il privilegio di spostarsi dai baracconi affollati verso quelli con un po' più di privacy, attualmente infatti condividono la loro baracca solo con un'altra famiglia. Questa camera di 16 metri quadrati con un gabinetto all'interno è il loro unico spazio. La stanza è piena di cose, c'è un letto matrimoniale in mezzo ed uno più piccolo acquistato di recente per Zoran jnr. Su un angolo della casa hanno sistemato un giardino con diversi tipi di piante. "E' un buon contrasto con il resto della stanza", spiega Mira. Nel resto dell'appartamento invece ci sono degli armadi e scaffali improvvisati che Zoran senior ha costruito in modo da creare più spazio nella stanza.
I Pozar mi spiegano anche che acquistano mobili nuovi di volta in volta perché sperano che un giorno avranno un posto tutto loro. "La vita è dura, ma spero che un giorno mio figlio ne avrà una più semplice e che magari possiamo comprargli una casa prima di morire ", dice Mira, che vive con la pensione di invalidità di Zoran, e aggiunge "Non vogliamo vivere solo di elemosina, vogliamo avere la possibilità di accendere un mutuo in banca, abbiamo abbastanza soldi per pagare il canone mensile, ma come rifugiati non godiamo di questo diritto".
Secondo la legge sui rifugiati, chiunque ottiene la cittadinanza serba viene automaticamente eliminato dal database dei rifugiati ed è obbligato a lasciare il campo subito o a pagare per continuare a viverci. La famiglia Pozar è davvero disposta a valutare questa opzione, perché significherebbe avere finalmente un'identità e un luogo che possono chiamare casa.
Bloccati nel mezzo - Arrestato Rambo
Una volta tornati a casa la maggior parte dei rifugiati croati incontrano diversi problemi rispetto al diritto di riavere indietro le proprie abitazioni. In genere è davvero difficile per loro riottenere le case, ma i Pozar non hanno questo problema. Inoltre, la loro casa di famiglia è stata ricostruita e il padre di Zoran vive lì. Loro, in realtà, hanno un problema di natura diversa.
Mentre serve il suo succo d'uva fatto in casa, Zoran inizia a parlare di ciò che egli chiama la sua "avventura di guerra" e del motivo per cui non può tornare in Croazia. Zoran jr avvicina una sedia accanto a suo padre ed inizia ad ascoltare prestando la massima attenzione. Probabilmente ha sentito questa storia un migliaio di volte, ma la ascolta ancora attentamente. "Avevo diciotto anni quando sono stato arruolato dal servizio militare jugoslavo - racconta - pochi mesi dopo la guerra tra Croazia e Jugoslavia è scoppiata. Non avevo ancora capito cosa stesse accadendo fino a quando non sono stato arrestato dall'esercito croato. Ho vissuto in prigione per 126 giorni. E' stato come nel film Rambo, anche se non con quel tipo di dramma e con forme meno estreme di tortura, nel senso che non c'erano le gabbie in acqua come nel film. Ho avuto abbastanza tempo per pensare a quello che mi stava accadendo. Di tanto in tanto mi tornavano in mente alcune scene del film, ma sapevo di non essere un super eroe, né il tipo di Rambo in grado di uccidere cento persone e salvare il mondo intero, così ho aspettato con pazienza per il mio rilascio".
Dopo quattro mesi di agonizzante attesa, Zoran fu finalmente rilasciato nel corso di un'operazione militare nella quale l'esercito jugoslavo scambiò 16 soldati croati con la libertà di Zoran. "Era ancora l'inizio della guerra, quindi c'erano più croati che serbi arrestati", spiega Zoran. Subito dopo essere stato liberato, dovette comunque tornare nell'esercito. Tuttavia, dopo qualche tempo gli fu diagnosticato un cancro, così fu congedato e rimandato Serbia. Nel frattempo, gli fu comunicato che lo Stato croato aveva iniziato un processo contro di lui a causa del suo servizio nell'esercito jugoslavo e che era stato condannato in contumacia a 6 anni di reclusione.
Da allora Zoran ha paura di tornare in Croazia. Dice di essere innocente, era giovane e stava svolgendo il servizio militare. Suo padre, che vive ancora in Croazia, ha cercato di convincere il giudice ad annullare la sentenza, ma gli è stato detto che Zoran deve comparire davanti al giudice di persona per discutere del suo caso, ma lui dice che è una trappola e di non voler correre il rischio di finire in carcere, lasciando la sua famiglia a soffrire.
Quest'uomo di 38 anni, con un sorriso quasi permanente sul suo volto, si è ora rassegnato al destino di passare il resto del suo tempo nel campo, suonando una fisarmonica arrugginita e crescendo suo figlio. Negli ultimi 15 anni, Zoran non è mai uscito dalla Serbia. E' guarito dal cancro, ma nel frattempo ha riscontrato dei problemi cardiaci. "Sai, sono stato un prigioniero di guerra, so com'è. Ora mi dicono che devo scontare una pena di sei anni per non essermi unito all'esercito croato, ma io sto scontando la mia pena qui. Può sembrare come se fossi libero, ma io sono un prigioniero in questo luogo, sto scontando qualcosa che si avvicina molto agli arresti domiciliari". Dice Zoran sorridendo nervosamente. "Ho incontrato il Presidente Croato Josipovic in diverse occasioni e gli ho chiesto di aiutarci, ma lui ha detto che il sistema giudiziario richiede sempre del tempo".
"Vogliamo indietro la nostra casa"
Alcune famiglie del campo, tuttavia, stanno lottando da anni per tornare nelle case che hanno perso in Croazia. La famiglia Pjevalica, anch'essa nel campo di Krnjaca, è una di queste.
Abitano di fronte la famiglia Pozar, e anche loro stanno cercando di integrarsi in Serbia. I Pjevalica sono molto legati alla loro terra d'origine. Le pareti della loro piccola baracca sono ricoperte di foto e poster di Krajina, la regione croata da dove sono fuggiti durante l'Operazione Tempesta. C'è anche un vecchio calendario con una foto panoramica di Knin, la loro città natale.
Dusanka Pjevalica è fuggita dalla Croazia con i suoi due figli adolescenti nell'agosto del 1995. Da allora hanno cambiato diversi campi profughi. "Abbiamo perso le nostre case non solo in guerra, ma anche a causa di terremoti, incendi ed altre catastrofi. Prima di Krnjaca, abbiamo vissuto nel campo profughi di Cortanovci in Vojvodina per sette anni, fino a quando un incendio non ha distrutto quel posto insieme a tutto ciò che avevamo ".
Dice che non dimenticherà mai la notte in cui la sua vita cambiò per sempre. "E' stata la notte in cui iniziarono i bombardamenti. Scappai da casa mia in camicia da notte e pantofole con i miei due figli, era il 4 agosto ed era il sedicesimo compleanno di uno di loro. Mentre fuggivamo pensavo che questo è il modo peggiore per festeggiare il compleanno del tuo bambino. Viaggiammo per tre giorni e tre notti verso la Serbia, a piedi, in trattore e con l'autobus. C'erano un sacco di persone anziane e malate con noi, non sapevo cosa ci sarebbe accaduto. Non avevo né soldi, né cibo e non sapevo se avrei mai più rivisto mio marito".
Alla fine dell'Operazione Tempesta, durata quattro giorni, quasi l'intera popolazione serba era fuggita dalla Croazia dirigendosi in Bosnia e in Serbia. Nei giorni che seguirono, quasi 2mila serbi furono uccisi e circa 20mila case bruciate e saccheggiate.
Come la famiglia Pozar, anche il marito di Dusanka, Milan, è stato catturato durante la guerra, sebbene fosse un civile. Era un insegnante di chimica e biologia, ma ora vive in pensione forzata. Mentre a Dusanka piace parlare con i media in modo che tutti possano vedere cosa sta succedendo con i rifugiati, Milan si rifiuta di comparire davanti alla telecamera. Si siede in un angolo e solo di tanto in tanto aggiunge un commento prima di ritirarsi di nuovo nel suo silenzio. Dusanka spiega che Milan vive ancora il trauma di aver trascorso 45 giorni in carcere e aver assistito a stupri ed altre orrende torture. Ci spiega anche che è diventato quasi totalmente sordo da allora e che non gli piace parlare di questo periodo della sua vita.
Mentre beve il caffè, Dusanka mostra dei vecchi album del periodo precedente allo scoppio della guerra, l'appartamento, i vicini e la loro famiglia. Poi tira fuori un mucchio di carte e documenti, tra cui la loro causa contro la Croazia. Mostra i documenti attestanti le loro proprietà, le decisioni e la corrispondenza con Zagabria, ma sebbene siano passati 14 anni non vi è stata alcuna evoluzione nel procedimento giudiziario.
Dal 1998, la famiglia Pjevalica è in giudizio contro lo Stato croato per la perdita dei propri diritti di proprietà. Non avevano un proprio appartamento, ma uno di proprietà dello Stato. Tuttavia, era pratica comune durante il periodo comunista, perché la gente riceveva le case da aziende statali e investiva denaro in forme di partenariato pubblico del settore immobiliare, conosciuto anche come "beni di proprietà sociale".
I lavoratori cui venivano concessi i diritti di residenza avevano diritto a tenersi la proprietà a vita e successivamente a trasmetterla agli eredi. Potevano anche subaffittare parte della proprietà per generare reddito. Tali diritti potevano essere annullati solo da un procedimento giudiziario nel caso in cui, per esempio, un lavoratore non usasse il suo appartamento per più di sei mesi. Tuttavia, tali cancellazioni sono state molto rare. C'erano centinaia di migliaia di persone, prima della guerra, che vivevano in appartamenti come questi, persone che sono state costrette a lasciare le loro case a causa della guerra e che a causa di ciò hanno fatto scadere il termine dei sei mesi, perdendo così i loro appartamenti, che quindi sono andati a quei croati che non avevano nessuna abitazione. Di conseguenza, più di 30mila altri croati sono diventati degli sfollati e hanno trovato rifugio in Serbia.
I Pjevalica si sono rassegnati a vivere per il resto della loro vita come rifugiati. Non si aspettano di tornare nella loro casa in Croazia. Vogliono indietro il loro appartamento solo per poterlo vendere, ma un po'anche per testardaggine. "Era nostra - dice Dusanka - se vogliamo vivere lì o meno dovrebbe essere solo una nostra decisione, e non invece la decisione di chi ha due case e non sa cosa si prova a vivere per strada".
Grandi speranze
Nonostante le loro condizioni di vita, i residenti di Krnjaca non si arrendono. Continuano a lottare per un futuro al di fuori del campo. Sanno che questo posto non durerà per sempre e che prima o poi dovranno spostarsi di nuovo. Speriamo, questa volta, in un luogo che possano sentire loro.
Secondo la signora Isailovic, sono in costruzione case e appartamenti per un terzo dei residenti del campo. Inoltre, ci sono tra i 50 e i 60 anziani senza famiglia che probabilmente andranno a vivere in case per anziani. Per gli altri al momento non c'è ancora una soluzione pianificata. In questo gruppo si trovano anche le famiglie Pozar e Pjevalica. Ecco perché cercano disperatamente un posto dove vivere in futuro.
"Voglio avere qualcosa che posso dire sia nostra. Voglio vivere e morire in pace e con dignità", dice Dusanka ripiegando l'ultima foto. Fino a quando questo non accadrà, per molti nel campo di Krnjaca, pietre e sassi in una valigia, come quella di Zoran jr, saranno l'unico collegamento con la terra che hanno lasciato anni fa, una terra ora piena di ricordi lontani e un futuro che possono solo sognare.
Traduzione di Gianpaolo Schittone