Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, si avvia alla riconferma ma, sembrerà paradossale, non è questo ciò che conta. Il risultato delle presidenziali e delle politiche svoltesi lunedì 28 novembre non è mai stato in discussione, tali sono le divisioni dell'opposizione e tanto è schiacciante la superiorità delle risorse (statali) messe in campo dall'esecutivo per garantirsi la sopravvivenza, come in ogni democrazia dai confini incerti. La domanda più interessante semmai è un'altra: sopravvivrà il Congo a queste elezioni, le prime organizzate dal governo in modo quasi autonomo, le seconde dalla fine delle due guerre che devastarono il Paese tra il 1996 e il 2003 e fecero quattro milioni di morti? E la risposta al momento è incerta, perché episodi di tensione e violenza ci sono stati, alcuni prevedibili e messi in conto, altri più preoccupanti e forieri di foschi presagi: tre morti sabato a Kinshasa, quattro lunedì nell'assalto a, dati alle fiamme, a Lumumbashi, la seconda città del Paese, nel Katanga, regione da cui proveniva Laurent Kabila e roccaforte elettorale del governo anche ora che guidarlo c'è suo figlio. Dodici seggi sono stati incendiati a Kananga, capitale della provincia del West Kasai, dov'è più forte l'opposizione: qui sarebbero stati trovati sacchi di schede già compilate con la preferenza accordata a Kabila. La folla si è fatta giustizia da sola. Ci vorranno giorni, prima di conoscere i risultati e di sapere se il Paese avrà fatto un passo in più in direzione della stabilità o se invece si avviterà prima in una crisi politica e poi in un aperto conflitto tra fazioni armate, come accadde giusto un anno fa in Costa d'Avorio.
I numeri da soli spiegano molta della confusione che circonda il voto di lunedì. Il Congo è grande come l'intera Europa occidentale ma possiede una rete ferroviaria e stradale quasi inesistente. Oltre 64mila le sezioni allestite per consentire ai 32 milioni di elettori di votare; 61 gli elicotteri e venti gli aerei dell'esercito congolese ma anche angolano e della missione Onu in Congo (Monusco) che hanno trasportato il materiale elettorale ai seggi. Undici i candidati alla presidenza, oltre 18.835 gli sfidanti per uno dei cinquecento seggi in parlamento. Un marasma nel quale si può mettere ordine semplicemente ricordando che nessuno dei dieci avversari di Kabila ha mai costituito una minaccia credibile. Le forze di opposizione non sono riuscite a convergere su un candidato comune, e così sono andate in ordine sparso: è andato da solo il presidente del Senato, Leon Kengo, 76 anni, come anche Vital Khamerte, ex presidente dell'Assemblea nazionale. Il principale avversario, Etienne Tshisekedi, 78 anni, dell'Union pour la démocratie e le progrès social (Udps), è rimasto da solo, senza nessuna reale possibilità di farcela. Eppure ha deciso di radicalizzare lo scontro: nelle ultime settimane è arrivato a proclamarsi presidente della Repubblica, a chiedere ai suoi sostenitori di "correggere i sostenitori della maggioranza", di "rompere le porte delle prigioni per liberare i detenuti dell'opposizione".
Nelle ore del voto, dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio, la tensione è salita per i prevedibili problemi legati alla scarsa consuetudine con le procedure elettorali, in un Paese in cui ci sono due fusi orari, con una popolazione scarsamente alfabetizzata che tuttavia si è dovuta confrontare con liste elettorali lunghe anche quaranta o sessanta pagine. Alcuni seggi hanno aperto con notevole ritardo, in altri non erano presenti schede né urne. Il timore è quindi che, come più volte annunciato, Tshisekedi possa non riconoscere la sconfitta. Segnali di tensioni crescenti non sono mancati: sabato la guardia presidenziale, un corpo scelto, è intervenuta per impedire al candidato di tenere il comizio finale allo stadio di Kinshasa. Il suo convoglio di venti auto è stato fermato: sono seguite sette ore di confronto tesissimo, mentre all'aeroporto della capitale, dove poco prima erano atterrati Tshisekedi e lo stesso Kabila, si raccoglievano centinaia di sostenitori e si registravano i primi scontri tra le due fazioni. Kabila non è molto popolare a Kinshasa, non parla nemmeno la lingua locale, il lingala, lui che viene dal Kivu meridionale. Il rischio è quello della polarizzazione. Nelle province del Kasai, elettori del Pprd di Kabila hanno più volte denunciato intimidazioni da parte dei sostenitori dell'Upds. Certe immagini hanno evocato pensieri poco confortanti. Li ha espressi il candidato Vital Kamerhe ai microfoni di Radio France International: "La Guardia Repubblicana nelle strade di Kinshasa. È così che sono cominciate le cose in Costa d'Avorio, con le forze speciali". Anche allora, le elezioni che degenerarono in guerra civile si tennero il 28 novembre. In Congo c'è chi fa gli scongiuri.
Alberto Tundo