Carlos Lupi, ministro del Lavoro del Brasile, si è dimesso ieri diventando il settimo ministro che il governo Rousseff perde dal gennaio e il sesto che è costretto a farlo per le accuse di corruzione.
Secondo alcuni analisti consultati da Bbc, queste rinunce riflettono le deficienze del sistema politico brasiliano. Lupi (storico esponente del Partito dei lavoratori) ha reassegnato le dimissioni dopo essere stato accusato dalla stampa locale di aver deviato denaro pubblico del Ministero verso Ong che avevano accordi con il governo. In una udienza alla Camera, il ministro dimissionario negò di aver avuto relazioni con le organizzazioni favorite dal suo ministero, assicurando di non conoscere il direttore della Pró-Cerrado, André Meira, e che mai era stato nel suo jet privato. Ma giorni dopo, una pagina web ha pubblicato foto di Lupi che scende dall'aereo. Da lì le accuse di avere mentito al paese e le sue recriminazioni: "non ho mai detto di non conoscere Meira". Ma a questo episodio molto grave è seguita la denuncia di un giornale che accusava il ministro di essere stato un funzionario fantasma della Camera dei deputati e di aver accumulato molti incarichi simultaneamente e in modo irregolare come assessore in differenti organismi pubblici.
Secondo il politologo brasiliano João Paulo Peixoto, de la Universidad de Brasilia, "l'uscita di Lupi è un episodio increscioso ma non avrà grosse conseguenze per il governo".
L'immagine di Dilma Rousseff, dunque, non ha ricevuto molti danni dalle dimissioni a catena dei suoi ministri, anche se su Lupi la presidente contava, tanto da aver pensato di mantenerlo al suo posto nonostante la grande riforma ministeriale prevista a gennaio. Però l'afflato di ‘limpidezza e pulizia' chiesto da Rousseff è oramai compromesso. C'è infatti chi chiede una diminuzione del numero dei ministeri in segno di buona volontà e persone più tecniche affinché aumenti l'efficienza del governo.
Stella Spinelli