I coloni si appropriano della Città Vecchia. La storia della famiglia Tams
Dalla nostra corrispondente - Francis Tams vive nella sua casa in città vecchia a Gerusalemme dal giorno in
cui è nato. Era il 1967. Allora, le due stanze in cui la sua famiglia aveva vissuto
fin dal 1936, ospitavano sua madre, suo padre, le sue quattro sorelle, i suoi
due fratelli e Francis, appena nato. Pagavano un affitto al signor Abu Znini,
il proprietario palestinese del loro appartamento e di tutto l’edificio in pieno
quartiere musulmano, dove vivevano altre cinque famiglie palestinesi. Abu Znini
aveva a sua volta comprato l’edificio dal precedente proprietario, il signor Hossein,
anche lui palestinese. Oggi sulla facciata dell’edificio che ospita l’appartamento
di Francis si srotola una lunga bandiera bianca e blu con la stella di Davide
e sul tetto troneggia un imponente candelabro ebraico. Tra la gente, il palazzo
è ormai conosciuto come la “casa di Sharon”.
L'appuntamento con Francis è fissato per il pomeriggio, intorno alle sei. La
porta blindata dell’edificio si affaccia su un affollato vicolo del quartiere
musulmano di Gerusalemme, di fronte un negozio di dolci fa bella mostra delle
sue profumate leccornie ripiene di frutta secca e formaggio. Di tanto in tanto
dalla porta esce qualcuno, soprattutto famiglie o gruppetti di bambini ebrei accompagnati
da due guardie armate munite di pistola. Al citofono risponde una voce in ebraico,
Francis aveva avvertito di dire nome e che si carcava lui. La porta si è aperta
e dalla cima delle scale due uomini in piedi, entrambi armati, guardano per capire
chi sta entrando, mentre un altro sta seduto dentro uno sgabuzzino che funziona
da portineria. Appese alle finestre degli appartamenti che si affacciano tutti
su un cortiletto interno sventolano bandiere israeliane. Francis aspetta sulla
porta di casa, insieme a lui sua moglie Maha e i suoi due bambini, Jasmine, di
5 anni e Fadi di 2. La sua famiglia e quella dei Kawasme oggi sono le uniche due
famiglie palestinesi rimaste nell’edificio. Una cristiana e l’altra musulmana.
“I problemi”, racconta Francis, “sono iniziati nel 1987, quando i coloni hanno
iniziato a offrire grandi somme di denaro per appropriarsi dell’edificio”. In
quell’anno i coloni, che appartengono ad un’organizzazione chiamata Ateret Cohanim, riuscirono a convincere il proprietario palestinese, il signor Abu Znini, a
vendere tutto il palazzo e per di più regalarono uno degli appartamenti all’allora
ministro dell’Industria e del Commercio. Ariel Sharon. L’attuale primo ministro
d’Israele vi si trasferì il 15 dicembre 1987, a meno di una settimana dallo scoppio
della prima Intifada.
“Qui i coloni non sono venuti con l’intenzione di essere dei buoni vicini”, Francis
ricordando quei tempi, “ogni settimana entravano nel nostro appartamento per perquisirlo,
entravano con i cani, accompagnati da soldati e poliziotti e a qualsiasi ora del
giorno e della notte. Come pretesto per le perquisizioni usavano il fatto che
il signor Sharon sarebbe venuto nel suo appartamento per qualche giorno, ma era
solo una scusa”.
Allora Francis viveva solo con sua madre e i suoi due fratelli. Il padre era
stato ucciso, colpito alla testa da una pallottola, come la definisce Francis,
“non identificata”, quando lui aveva solo 6 anni, mentre le sue sorelle si erano
già tutte sposate ed erano andate a vivere altrove. “Vivevamo qui”, ricorda Francis,
“ma non ci sentivamo a casa, eravamo sempre in pericolo”. Nonostante le minacce
e le frequenti promesse di una sostanziosa ricompensa in denaro, la famiglia di
Francis decise di non cedere e di rimanere nella propria casa perché, come lui
stesso spiega: “andarsene significava abbandonare la nostra storia di cristiani
palestinesi in Terra Santa e allo stesso tempo compiere un atto che ci avrebbe
messo in pericolo di vita, visto che lasciare le proprie case agli ebrei era considerato
un crimine gravissimo in tutta la comunità palestinese di Gerusalemme”.

Come gran parte dei giovani palestinesi, anche Francis e i suoi fratelli presero
parte all’Intifada e tutti loro furono costretti a scontare diversi anni in prigione.
Questo diede ai coloni di
Ateret Cohanim il pretesto per dire che nel palazzo dove per brevi periodi viveva anche il
ministro Sharon, abitavano dei “terroristi” e che quindi il loro appartamento
doveva essere sequestrato per motivi di sicurezza.
Fu così che dal 1989, l’anno in cui Francis fu arrestato, neanche a sua madre
fu permesso di rimanere nella casa dove per anni aveva vissuto. Fino al 1997 nessuno
dei Tams ha potuto rimettere piede in quella casa. Alla fine della sua lunga prigionia,
nel 1995, fu proprio Francis a decidere di fare di tutto per rientrare in casa.
Contattò un’avvocatessa israeliana e grazie al suo aiuto riuscì ad ottenere il
permesso di tornare a vivere nella sua casa, questa volta insieme alla moglie
Maha, con la quale si era appena sposato.
“Ancora oggi”, spiega Francis mentre sua moglie versa la seconda tazza di tè
alla salvia, “cercano di buttarci fuori. Ma lo fanno in un modo molto più cortese.
Se qualcuno vuol venire a farmi visita devo avvisare le guardie, e se mi dimentico
la carta magnetica per la porta nessuno mi apre. Sono piccole cose che ti fanno
sentire costantemente controllato e in una situazione non naturale”. Certo i rapporti
non sono più tesi come una volta, ma la vita non è semplice per Francis e per
la sua famiglia. Lui mi racconta che la piccola Jasmine ogni tanto saluta i vicini
in ebraico. Dice shalom, sperando di ricevere una risposta, ma finora pare che nessuno abbia mai ricambiato
il suo saluto.
Lasciando stare i rapporti con i vicini la questione non è comunque risolta.
“Dal ‘99 a oggi siamo costretti ad andare regolarmente in tribunale”, continua
Francis “e sfortunatamente sono i giudici stessi ad incoraggiare mia madre ad
accettare i soldi e ad andarsene”. Da una parte la legge sembra proteggere il
diritto delle famiglie palestinesi che vivono in città vecchia da prima del 1967,
l’anno della rioccupazione israeliana sulla parte araba della città, a rimanere
nelle case in cui hanno vissuto per generazioni, anche se i vecchi proprietari
hanno venduto ad organizzazioni ebraiche come Ateret Cohanim. Dall’altra parte, Ateret Cohanim, rivendica il proprio diritto a riappropriarsi di quelle che definisce “vecchie
proprietà ebraiche”, palazzi cioè, come quello dove abita Francis, che intorno
agli anni ’40 dell’Ottocento sono appartenuti, per alcuni anni, ad ebrei arrivati
da vari paesi del mondo, con l’intenzione di stabilirsi nella “Terra Promessa”.
Quello di Ateret Cohanim è un vero e proprio piano di “riconquista” della parte araba di Gerusalemme,
come dimostra la mappa che orgogliosamente mostra Daniel Louria, portavoce dell’organizzazione.
Rappresenta la città vecchia e Gerusalemme est, tempestati di stelle di Davide
bianche e blu, nei punti in cui Ateret Cohanim ha comprato case e palazzi dai palestinesi per darli alle famiglie ebree.
“La nostra missione è di ricomprare Gerusalemme”, afferma, “perché vogliamo rafforzare
le radici ebraiche, portando le famiglie ebraiche, l’insegnamento ebraico e le
scuole ebraiche. Perché vogliamo assicurarci che rimanga nelle mani degli ebrei”.
Il progetto va avanti da ben 25 anni e comprende tutta Gerusalemme est, compresi
i quartieri musulmano, cristiano e armeno della città vecchia, dove abitano in
maggioranza palestinesi. Ormai in Città Vecchia oggi vivono 60 famiglie ebree,
circa 800 persone, mentre in tutta l’area di Gerusalemme est, punteggiata di popolosi
insediamenti israeliani, come Ramot, French Hill, Ramate Shkoll, Gilo, ci sono ben 210 mila ebrei.

Risale a circa sei mesi fa l’ultima “appropriazione” compiuta da
Ateret Cohanim, un condominio per 8 famiglie nel cuore dell’affollato e molto popolare quartiere
di
Silwan, ai piedi della Città Vecchia, che secondo certe indicazioni bibliche gli ebrei
preferiscono chiamare “antico villaggio yemenita” o
Shiloak. Si tratta dell’ennesimo passo rivolto alla realizzazione del disegno che vorrebbe
la popolazione ebrea di Gerusalemme est più numerosa di quella palestinese. E’
un disegno che sembra gettare benzina sul fuoco, in una situazione come quella
di Gerusalemme, già abbastanza esplosiva.
“E’ vero che la situazione a volte può diventare esplosiva”, ammette Daniel Louria,
“ma se ogni volta dovessimo essere preoccupati delle reazioni degli arabi, non
avremmo mai avuto lo stato di Israele. Non possiamo sempre preoccuparci di cosa
faranno gli arabi, dobbiamo fare ciò che è giusto dal nostro punto di vista, storico,
tradizionale e religioso. Noi stiamo tornando a casa, questo è il nostro paese,
non appartiene a nessun altro se non ai figli di Isacco, Abramo e Giacobbe, e
io sono uno di questi discendenti. Se questo agli arabi non piace, non mancano
gli stati arabi in cui possono andare”.
Non sembra proprio che in questo quadro rimanga spazio per il negoziato, nella
mente dei coloni di Ateret Cohanim sembra scontato che Gerusalemme sarà la capitale indivisa dello stato ebraico
di Israele. Del resto il muro che lo stesso stato di Israele le sta costruendo
intorno va nella stessa direzione, quella di lasciare fuori dalla città molti
sobborghi palestinesi i cui abitanti non avranno più accesso alla città santa.
Come se non bastasse, gli insediamenti disposti in cerchio intorno a Gerusalemme
si allargano e stringono in una morsa sempre più stretta i palestinesi che finora
sono rimasti in città.
Laila Tamimi