20/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I coloni si appropriano della Città Vecchia. La storia della famiglia Tams
vicolo di gerusalemmeDalla nostra corrispondente - Francis Tams vive nella sua casa in città vecchia a Gerusalemme dal giorno in cui è nato. Era il 1967. Allora, le due stanze in cui la sua famiglia aveva vissuto fin dal 1936, ospitavano sua madre, suo padre, le sue quattro sorelle, i suoi due fratelli e Francis, appena nato. Pagavano un affitto al signor Abu Znini, il proprietario palestinese del loro appartamento e di tutto l’edificio in pieno quartiere musulmano, dove vivevano altre cinque famiglie palestinesi. Abu Znini aveva a sua volta comprato l’edificio dal precedente proprietario, il signor Hossein, anche lui palestinese. Oggi sulla facciata dell’edificio che ospita l’appartamento di Francis si srotola una lunga bandiera bianca e blu con la stella di Davide e sul tetto troneggia un imponente candelabro ebraico. Tra la gente, il palazzo è ormai conosciuto come la “casa di Sharon”.
 
L'appuntamento con Francis è fissato per il pomeriggio,  intorno alle sei. La porta blindata dell’edificio si affaccia su un affollato vicolo del quartiere musulmano di Gerusalemme, di fronte un negozio di dolci fa bella mostra delle sue profumate leccornie ripiene di frutta secca e formaggio. Di tanto in tanto dalla porta esce qualcuno, soprattutto famiglie o gruppetti di bambini ebrei accompagnati da due guardie armate munite di pistola. Al citofono risponde una voce in ebraico, Francis aveva avvertito di dire nome e che si carcava lui. La porta si è aperta e dalla cima delle scale due uomini in piedi, entrambi armati, guardano per capire chi sta entrando, mentre un altro sta seduto dentro uno sgabuzzino che funziona da portineria. Appese alle finestre degli appartamenti che si affacciano tutti su un cortiletto interno sventolano bandiere israeliane. Francis aspetta sulla porta di casa, insieme a lui sua moglie Maha e i suoi due bambini, Jasmine, di 5 anni e Fadi di 2. La sua famiglia e quella dei Kawasme oggi sono le uniche due famiglie palestinesi rimaste nell’edificio. Una cristiana e l’altra musulmana.
 
“I problemi”, racconta Francis, “sono iniziati nel 1987, quando i coloni hanno iniziato a offrire grandi somme di denaro per appropriarsi dell’edificio”. In quell’anno i coloni, che appartengono ad un’organizzazione chiamata Ateret Cohanim, riuscirono a convincere il proprietario palestinese, il signor Abu Znini, a vendere tutto il palazzo e per di più regalarono uno degli appartamenti all’allora ministro dell’Industria e del Commercio. Ariel Sharon. L’attuale primo ministro d’Israele vi si trasferì il 15 dicembre 1987, a meno di una settimana dallo scoppio della prima Intifada.
 
“Qui i coloni non sono venuti con l’intenzione di essere dei buoni vicini”, Francis ricordando quei tempi, “ogni settimana entravano nel nostro appartamento per perquisirlo, entravano con i cani, accompagnati da soldati e poliziotti e a qualsiasi ora del giorno e della notte. Come pretesto per le perquisizioni usavano il fatto che il signor Sharon sarebbe venuto nel suo appartamento per qualche giorno, ma era solo una scusa”.
 
Allora Francis viveva solo con sua madre e i suoi due fratelli. Il padre era stato ucciso, colpito alla testa da una pallottola, come la definisce Francis, “non identificata”, quando lui aveva solo 6 anni, mentre le sue sorelle si erano già tutte sposate ed erano andate a vivere altrove. “Vivevamo qui”, ricorda Francis, “ma non ci sentivamo a casa, eravamo sempre in pericolo”. Nonostante le minacce e le frequenti promesse di una sostanziosa ricompensa in denaro, la famiglia di Francis decise di non cedere e di rimanere nella propria casa perché, come lui stesso spiega: “andarsene significava abbandonare la nostra storia di cristiani palestinesi in Terra Santa e allo stesso tempo compiere un atto che ci avrebbe messo in pericolo di vita, visto che lasciare le proprie case agli ebrei era considerato un crimine gravissimo in tutta la comunità palestinese di Gerusalemme”.
 
spianata delle moschee a gerusalemmeCome gran parte dei giovani palestinesi, anche Francis e i suoi fratelli presero parte all’Intifada e tutti loro furono costretti a scontare diversi anni in prigione. Questo diede ai coloni di Ateret Cohanim il pretesto per dire che nel palazzo dove per brevi periodi viveva anche il ministro Sharon, abitavano dei “terroristi” e che quindi il loro appartamento doveva essere sequestrato per motivi di sicurezza.
 
Fu così che dal 1989, l’anno in cui Francis fu arrestato, neanche a sua madre fu permesso di rimanere nella casa dove per anni aveva vissuto. Fino al 1997 nessuno dei Tams ha potuto rimettere piede in quella casa. Alla fine della sua lunga prigionia, nel 1995, fu proprio Francis a decidere di fare di tutto per rientrare in casa. Contattò un’avvocatessa israeliana e grazie al suo aiuto riuscì ad ottenere il permesso di tornare a vivere nella sua casa, questa volta insieme alla moglie Maha, con la quale si era appena sposato.
 
“Ancora oggi”, spiega Francis mentre sua moglie versa la seconda tazza di tè alla salvia, “cercano di buttarci fuori. Ma lo fanno in un modo molto più cortese. Se qualcuno vuol venire a farmi visita devo avvisare le guardie, e se mi dimentico la carta magnetica per la porta nessuno mi apre. Sono piccole cose che ti fanno sentire costantemente controllato e in una situazione non naturale”. Certo i rapporti non sono più tesi come una volta, ma la vita non è semplice per Francis e per la sua famiglia. Lui mi racconta che la piccola Jasmine ogni tanto saluta i vicini in ebraico. Dice shalom, sperando di ricevere una risposta, ma finora pare che nessuno abbia mai ricambiato il suo saluto.
 
Lasciando stare i rapporti con i vicini la questione non è comunque risolta. “Dal ‘99 a oggi siamo costretti ad andare regolarmente in tribunale”, continua Francis “e sfortunatamente sono i giudici stessi ad incoraggiare mia madre ad accettare i soldi e ad andarsene”. Da una parte la legge sembra proteggere il diritto delle famiglie palestinesi che vivono in città vecchia da prima del 1967, l’anno della rioccupazione israeliana sulla parte araba della città, a rimanere nelle case in cui hanno vissuto per generazioni, anche se i vecchi proprietari hanno venduto ad organizzazioni ebraiche come Ateret Cohanim. Dall’altra parte, Ateret Cohanim, rivendica il proprio diritto a riappropriarsi di quelle che definisce “vecchie proprietà ebraiche”, palazzi cioè, come quello dove abita Francis, che intorno agli anni ’40 dell’Ottocento sono appartenuti, per alcuni anni, ad ebrei arrivati da vari paesi del mondo, con l’intenzione di stabilirsi nella “Terra Promessa”.
 
Quello di Ateret Cohanim è un vero e proprio piano di “riconquista” della parte araba di Gerusalemme, come dimostra la mappa che orgogliosamente mostra Daniel Louria, portavoce dell’organizzazione. Rappresenta la città vecchia e Gerusalemme est, tempestati di stelle di Davide bianche e blu, nei punti in cui Ateret Cohanim ha comprato case e palazzi dai palestinesi per darli alle famiglie ebree.
 
“La nostra missione è di ricomprare Gerusalemme”, afferma, “perché vogliamo rafforzare le radici ebraiche, portando le famiglie ebraiche, l’insegnamento ebraico e le scuole ebraiche. Perché vogliamo assicurarci che rimanga nelle mani degli ebrei”. Il progetto va avanti da ben 25 anni e comprende tutta Gerusalemme est, compresi i quartieri musulmano, cristiano e armeno della città vecchia, dove abitano in maggioranza palestinesi. Ormai in Città Vecchia oggi vivono 60 famiglie ebree, circa 800 persone, mentre in tutta l’area di Gerusalemme est, punteggiata di popolosi insediamenti israeliani, come Ramot, French Hill, Ramate Shkoll, Gilo, ci sono ben 210 mila ebrei.
 
muro del pianto di gerusalemmeRisale a circa sei mesi fa l’ultima “appropriazione” compiuta da Ateret Cohanim, un condominio per 8 famiglie nel cuore dell’affollato e molto popolare quartiere di Silwan, ai piedi della Città Vecchia, che secondo certe indicazioni bibliche gli ebrei preferiscono chiamare “antico villaggio yemenita” o Shiloak. Si tratta dell’ennesimo passo rivolto alla realizzazione del disegno che vorrebbe la popolazione ebrea di Gerusalemme est più numerosa di quella palestinese. E’ un disegno che sembra gettare benzina sul fuoco, in una situazione come quella di Gerusalemme, già abbastanza esplosiva.
 
“E’ vero che la situazione a volte può diventare esplosiva”, ammette Daniel Louria, “ma se ogni volta dovessimo essere preoccupati delle reazioni degli arabi, non avremmo mai avuto lo stato di Israele. Non possiamo sempre preoccuparci di cosa faranno gli arabi, dobbiamo fare ciò che è giusto dal nostro punto di vista, storico, tradizionale e religioso. Noi stiamo tornando a casa, questo è il nostro paese, non appartiene a nessun altro se non ai figli di Isacco, Abramo e Giacobbe, e io sono uno di questi discendenti. Se questo agli arabi non piace, non mancano gli stati arabi in cui possono andare”.
 
Non sembra proprio che in questo quadro rimanga spazio per il negoziato, nella mente dei coloni di Ateret Cohanim sembra scontato che Gerusalemme sarà la capitale indivisa dello stato ebraico di Israele. Del resto il muro che lo stesso stato di Israele le sta costruendo intorno va nella stessa direzione, quella di lasciare fuori dalla città molti sobborghi palestinesi i cui abitanti non avranno più accesso alla città santa. Come se non bastasse, gli insediamenti disposti in cerchio intorno a Gerusalemme si allargano e stringono in una morsa sempre più stretta i palestinesi che finora sono rimasti in città.
 
Laila Tamimi
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