28/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La compagnia di sicurezza viene denunciata per la morte di 4 suoi contractor a Falluja
Fu l’episodio che ispirò, o almeno accelerò, l’offensiva delle forze Usa su Falluja: quattro contractor statunitensi, uomini della sicurezza al soldo di una compagnia privata, furono linciati, bruciati e appesi a un ponte da una folla inferocita nella città roccaforte della ribellione sunnita. Era il 31 marzo 2004: le immagini fecero il giro del mondo provocando la reazione dell’esercito di Washington, che da quel giorno strinse Falluja in una morsa letale. Due anni dopo quell’episodio assume un altro significato. I familiari delle quattro vittime hanno fatto causa alla Blackwater, la compagnia che aveva assunto i servigi dei contractor caduti nell’imboscata. E per il settore delle compagnie di sicurezza private, che ha vissuto il suo boom con la guerra in Iraq, una sconfitta della Blackwater sarebbe un colpo durissimo.
 
La denuncia. L’accusa delle famiglie di Stephen Helvenston, Mike Teague, Jerzo Zovko e Wesley Batalona è questa: la Blackwater avrebbe mandato i quattro allo sbaraglio in un posto dove il rischio di morire era altissimo. E l’avrebbe fatto non per incompetenza, ma con l’intento di risparmiare fino a 1,5 milioni di dollari (1,2 milioni di euro) sui costi, nel tentativo di fare una colossale cresta sui conti dichiarati al dipartimento della Difesa. Le disposizioni iniziali, contenute in un contratto ottenuto dalla rivista statunitense The Nation, prevedevano infatti che nel “pericoloso” teatro iracheno i veicoli della Blackwater dovessero essere blindati, con tre persone a bordo: una alla guida, una a fare da navigatore, e una pronta a sparare con un fucile mitragliatore.
 
La responsabilità della compagnia. In realtà, delle clausole aggiunte in seguito tra la Blackwater e altre compagnie operanti in Iraq eliminarono la parola “blindati” dal riferimento ai veicoli. E almeno uno dei quattro contractor seppe di essere stato assegnato a Falluja solo un giorno prima: alle sue rimostranze, sarebbe stato minacciato di licenziamento in tronco. Helveston, Teague, Zovko e Batalona, secondo i loro familiari, furono quindi mandati nella roccaforte dei ribelli a bordo di due veicoli (quindi in due su ognuno, non tre come previsto) non blindati e senza una mappa dettagliata. La prima notte si persero, e trovarono rifugio in una base dei Marines. Il giorno successivo, attraversarono il centro della città, si imbottigliarono nel traffico e furono circondati da decine di uomini armati, che aprirono il fuoco da dietro i veicoli. “La Blackwater ha mandato mio figlio e gli altre a Falluja, sapendo che c’era una buona possibilità che ciò potesse accadere”, dice Katy Helvenston, la madre di uno dei quattro contractor. “Fisicamente mio figlio l’hanno ucciso gli iracheni. Ma ritengo responsabile la Blackwater, al mille per cento”.
 
La versione della Blackwater. La compagnia del North Carolina non è d’accordo. Nei contratti con i suoi uomini, è specificato il rischio di morte, tra le altre, per “sollevamenti popolari” e “attività terroristica”. Secondo la Blackwater, chiunque firmi quel contratto “capisce pienamente i pericoli e sa che questi rischi, non che altri, fanno parte dell’impegno che si apprestano ad accettare”. La linea difensiva della compagnia è che, siccome lavora in appoggio alle forze armate statunitensi, non può essere denunciata per la morte o il ferimento dei suoi uomini. I familiari delle quattro vittime, e quindi anche di tutti gli almeno 428 contractor morti fino ad oggi in Iraq, avrebbero quindi diritto solo a un risarcimento assicurativo da parte dello Stato.
 
Legata ai repubblicani. La denuncia è stata presentata già nel gennaio 2005, la conclusione del processo è prevista a breve. Secondo Marc Miles, uno dei legali delle famiglie, si tratta di “un caso che creerà un nuovo precedente, come lo furono le prime cause contro l’industria del tabacco. Una volta perso il primo processo, temeranno che possano seguire altre denunce”. La Blackwater ha però degli amici influenti: il suo fondatore, Erik Prince, è un donatore storico del partito repubblicano (ha contribuito con 276mila dollari in 17 anni), ed è stato ampiamente ripagato da quando l’amministrazione Bush è al potere. “Altri quattro anni di Bush, yu-huu”, ha scritto in una mail collettiva uno dei responsabili della compagnia, dopo la rielezione del presidente. E in una conferenza di poche settimane fa, alla domanda di regolamentare il settore dei contractor, Bush ha risposto prendendo in giro lo studente che gliel’aveva posta. “Guarda, domani telefono a Donald Rumsfeld e gli dico che hai sollevato una questione importante, per vedere cosa possiamo fare. E’ così che lavoro”, ha risposto il presidente, ridendo. 

Alessandro Ursic

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