Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Hassan ha 17 anni.Vive a Tayyoun, un quartiere di Beirut. Ha
aspettato con ansia la chiusura della scuola. In fretta ha messo da parte i
quaderni e i libri dell' “Ecole international de Beirut”. Poi l’estate, il mare,
le spiagge e le serate di feste a Beirut hanno incominciato a
riempirgli le giornate. Il suo sogno? Vedere cantare Fairouz. L'avrebbe
realizzato il 14 agosto a Baalbek, dove la star della canzone araba si sarebbe
esibita al festival cittadino. Ma in una sera i sogni di Hassan sono
svaniti e le sue giornate cambiate.
Il rifugio. E' stato un passaggio rapido quello di
mercoledi, 12 luglio. Da uno stato di pace a uno stato di guerra. I minuti che
hanno preceduto le 9 e un quarto di questo mercoledì sono differenti da quelli
che hanno seguito quest’ora. Hassan ha visto le strade svuotarsi, i caffè del
lungomare che ai tempi dei mondiali erano pieni di gente, chiudere. Ha visto la gente fuggire, ha
sentito le bombe, ha assistito al crollo di case, ponti e strade. Hassan vive
in
un rifugio, assieme a sua madre e a quattro sorelle, da una settimana. E
racconta: “Stanotte, per la settima volta, ho dormito nel bunker-rifugio a
pochi passi da casa mia. Per terra, ma meno male che porto sempre il mio cuscino con me. Il bunker scende tre piani
sotto il livello del terreno e può ospitare almeno 1500 persone, circa 500 per
ogni piano. La gente del Sud e dei quartieri di Beirut Sud passa qui intere
giornate visto che non ha più una casa. Gli assistenti sociali e gli Hezbollah portano da mangiare, distribuiscono pane e
carne. Il problema sono i medicinali che non arrivano perché spesso i camion
che li trasportano vengono attaccati dall'aviazione israeliana. Non so come
faranno i malati e gli anziani”.
La casa. “La mia casa è ancora intatta, per questo la mattina
se non ci sono attacchi e allarmi ci vado, perché sotto terra si è isolati, non
si sente niente. Solo il pianto dei bambini che non sanno perché sono lì e di
qualche madre che venendo dal sud ha perso i suoi bambini. Ieri ho dovuto raccontare
una storia lunghissima a mia sorella di tre anni per farla addormentare, Lei
ancora non capisce perché siamo lì e forse è meglio così. Un altro bambino
invece piangeva perché voleva andare al mare. Gli ho detto che l'avrei portato
al sorgere del sole. La corrente elettrica va e viene, mentre i depositi
d'acqua scarseggiano sempre di più. Ecco ora bombardano Tiro, devo tornare nel
rifugio". E’ così la vita di Hassan da quando è scoppiata la guerra. Tra
il rifugio e la sua casa. La sua vita da diciassettenne è simile a quella di
tutti gli altri ragazzi del Libano. Pensa ai tempi passati con gli amici, ai
tempi delle discoteche e delle risate. Lui l'orrore della guerra non l'aveva mai
provato perché era troppo piccolo al tempo della guerra civile. Adesso Hassan
aspetta. E spera
che la sua vita ritorni com’era prima del 12 luglio.