E' scomparso Ta Mok, uno dei più brutali comandanti dei khmer rossi. A pochi mesi dal processo
Dopo i bombardamenti
dell’esercito statunitense, arrivò lui a guidare la distruzione dell’antica
capitale reale della Cambogia, Oudong, l’evacuazione dei suoi abitanti e
l’uccisione dei soldati filogovernativi che la presidiavano. Non si fermò
davanti a stupa e templi di straordinaria bellezza, resistiti alla guerra, né,
soprattutto, davanti ai volti terrorizzati di una popolazione che ancora non
poteva immaginare il genocidio di almeno un milione e 700mila persone, che
sarebbe stato compiuto nei successivi quattro anni. Era il 1974 e Ta Mok, morto
giovedì 21 luglio all’età di 80 anni per complicazioni respiratorie e soprannominato
“il
macellaio”, era già diventato un comandante di morte all’interno dell’esercito
dei khmer rossi.

Parla un ex vittima. In seguito, negli anni del regime di Pol Pot
(1975-79), “sarebbe stato il grande assassino della Kampuchea Democratica (come
fu rinominata la Cambogia dai guerriglieri, ndr.). Il più crudele e barbaro dei
khmer rossi”, ci dice al telefono da Bruxelles, dove vive da anni, Ong Thong Hoeng,
scrittore cambogiano sopravvissuto
all’orrore dei campi di concentramento, in cui le persone venivano affamate, costrette
ai lavori forzati, torturate e uccise. Il ricordo di quel
periodo è ancora vivo, quasi insostenibile: “Ta Mok ha fatto massacrare tanti
prigionieri. Alcuni li ha uccisi lui stesso”, continua Ong con voce rotta dal
dolore. “La più grande evacuazione dalle città alle campagne ci fu con la presa
di Phnom Penh nell’aprile ’75, ma già negli anni precedenti diversi villaggi
erano stati sfollati”.
In attesa del processo. Dopo che i vietnamiti rovesciarono il regime
dei khmer rossi nel 1979, Ta Mok continuò a controllare un’area a nord dalla
sua base di Anlong Veng. La guerriglia, infatti, rimase attiva almeno fino al
1998, quando perse il suo capo supremo Pol Pot, morto in una località della
giungla al confine con la Thailandia. Un anno dopo anche Ta Mok, che nel 1997
si
era proclamato comandante di una fazione ribelle, fu catturato e costretto a
trascorrere gli ultimi anni della sua vita in carcere.
Al momento in
prigione è rimasto soltanto un altro capo khmer, Kaing Khek Iev, detto Duch,
che diresse il famigerato centro di detenzione di Tuol Sleng o S21, dove furono
torturati e poi uccisi in un campo lì vicino migliaia di cambogiani. Restano in libertà e da giudicare nel
processo che si terrà a metà 2007, almeno altri tre ex leader khmer rossi,
ormai anziani: il braccio destro di Pol Pot, Nuon Chea, 80 anni; il capo di
stato dal ’76 al ’79 Khieu Samphan, 74 anni; e l’ex ministro degli Esteri Ieng
Sary, di età sconosciuta.

Per non dimenticare. Secondo Ong “Il processo sarà importante
anche senza Ta Mok, ma non bisogna aspettare troppo tempo”. L’allestimento di
un tribunale i cui giudici, 17 cambogiani e 10 scelti dalle Nazioni Unite, sono
stati investiti all’inizio di luglio “è indispensabile – insiste lo scrittore
- per
generare un dibattito nel Paese. Alla popolazione e ai dirigenti cambogiani
dovrà arrivare il messaggio che chi ucciderà sarà punito dalla giustizia. In
Cambogia e in Asia l’impunità ha regnato per troppo tempo e troppo spesso i
crimini sono stati dimenticati”.