Vi ricordate di quando il pacifico,
democratico, ricostruito Afghanistan era il modello pubblicitario su
cui si doveva rifare l'Iraq?
Nell'agosto 2002, il segretario alla
difesa Donald Rumsfeld parlava del nuovo Afghanistan come di una
"straordinaria vittoria" ed un "modello di successo
per ciò che potrebbe accadere in Iraq".
Come tutti ormai
sanno, il modello in Iraq non sta funzionando. Perciò, non
dovremmo sorprenderci nel sapere che non sta funzionando neppure in
Afghanistan.

La storia del successo afgano è sempre stata più
una favola che un fatto. Ora, mentre l'amministrazione Bush passa il
"
peacekeeping" alle forze Nato, l'Afghanistan è la
scena della più vasta operazione militare nella storia del
trattato del nordatlantico.
Le mie mail di oggi riportano l'appello
di una chirurga statunitense che lavora a Kabul: la sua squadra medica
d'emergenza non riesce a trattare neanche la metà dei civili
feriti che le vengono inviati dalle province in cui si combatte, a
sud e a est.
Truppe Usa, britanniche e canadesi si trovano
in guerra contro i combattenti talebani, mentre sconcertati
comandanti Nato si stanno già chiedendo cos'è che è
andato male.
La risposta sta in un triplice fallimento: niente pace,
niente democrazia e niente ricostruzione. L'amministrazione Bush ha
fatto politicamente le cose a rovescio.
Dopo aver spinto i talebani a
suon di bombe nelle periferie, nel 2001, ha messo in piedi un governo
senza siglare una pace, uno scenario che più tardi si sarebbe
ripetuto in Iraq.
Invece di premere per negoziati di pace fra i
partiti afgani rivali, i vittoriosi americani hanno dato il potere
agli islamisti ed ai comandanti delle milizie che erano servite a
sostituire i soldati Usa nella guerra contro l'Unione Sovietica degli
anni '80.
Poi l'amministrazione Bush ha messo in scena elezioni per
questi candidati, ed ha proclamato che i risultati erano la
democrazia. Ha anche confinato la International Security Assistance
Force (Isaf), composta largamente da truppe europee, alla capitale,
creando così un'oasi di sicurezza per il governo, mentre
sguinzagliava i signori della guerra di sua scelta alla ricerca di
Osama bin Laden nel resto del paese.
Ad est e sud, che è come
dire in metà del paese, i talebani non hanno mai smesso di
combattere. Oggi, rimpolpate dall'arrivo di combattenti importati da
al-Qaida (detti arabi-afgani) e con l'ausilio di nuove tecniche
apprese dall'insorgenza irachena (le bombe sulle strade o quelle
suicide), le forze talebane sono più forti di quando gli Usa
le "sconfissero" nel 2001.

Secondo la Commissione
indipendente afgana per i diritti umani, la maggioranza degli afgani
avrebbero visto con favore un processo di amnistia e riconciliazione,
e persino il presidente Karzai ha di recente chiesto
all'amministrazione Bush di cambiare metodo, e di smettere di
uccidere afgani.
Ma le politiche riaffermate a Kabul dalla segretaria
di stato Condoleeza Rice chiedono di combattere sino all'eliminazione
dell'ultimo talebano. Com'era da aspettarsi, l'opinione pubblica ha
cominciato ad avversare con forza un governo centrale largamente
privo di potere, tenuto sotto scorta nella capitale da forze armate
straniere.
L'insicurezza che la maggior parte degli afgani subiscono,
l'assenza di pace, è abbastanza per aver fatto loro perdere
fiducia nel presidente Karzai, spesso definito sarcasticamente "il
sindaco di Kabul" o "l'assistente dell'ambasciatore americano".
Storicamente, gli afgani hanno scelto e seguito
leader forti: da chi guida si aspettano sicurezza, lavoro, o almeno
che faccia qualcosa. Il governo Karzai, costretto a seguire un'agenda
al servizio degli Usa, si trova spesso in difficoltà nel
difendere gli interessi afgani, e non ha dato nulla al cittadino
medio che vive ancora in una povertà abissale.
Nel 2004,
doverosamente, gli afgani votarono per Karzai, quale strumento delle
promesse americane. Nel 2005, quando si tennero le elezioni
parlamentari, gli elettori indicarono che ne avevano abbastanza degli
stessi candidati, comandanti di milizie ed estremisti islamisti, e
delle stesse vuote promesse.
La parte più triste della
storia sta qui: nonostante la finta pace e la democrazia da burletta
vantate dell'amministrazione Bush, quest'ultima avrebbe potuto fare
dell'Afghanistan un successo solo se avesse portato a compimento la
terza e più grande promessa, quella di ricostruire un paese
bombardato.
La maggioranza degli afgani, dopo la dispersione dei
talebani, era piena di speranza e desiderosa di mettersi al lavoro. I
benefici tangibili della ricostruzione (impieghi, case, scuole,
assistenza sanitaria) avrebbero potuto indurli a sostenere il governo
e a trasformare una democrazia illusoria in qualcosa di più
reale.
Ma la ricostruzione non è avvenuta.
Quando le forze
Nato si sono mosse quest'estate nelle province del sud, per
"mantenere la pace e continuare lo sviluppo", il generale
David Richards, comandante britannico dell'operazione, sembra essere
rimasto scioccato nello scoprire che nessuno sviluppo, o ben poco,
era mai cominciato. Di questo fallimento, i primi responsabili sono
gli Usa.
Fino a quest'ultimo anno, la coalizione guidata dagli
americani ha assunto per sé sola il compito di ristabilire
condizioni di sicurezza fuori Kabul, ma non vi ha impiegato sul
terreno un solo uomo.
Come risultato, i volontari di associazioni
umanitarie (internazionali e afgane) hanno perso la vita, quasi tutte le Ong si
sono ritirate all'interno di Kabul o, come Medecins sans Frontieres, hanno lasciato il paese.
I mercenari, ancora
presenti nel paese, si trovano regolarmente coinvolti in progetti
relativi alla "sicurezza", così che il denaro degli
aiuti umanitari, come sta accadendo anche in Iraq, finisce nel budget
militare.
Una recente testimonianza dell'Ispettore generale per la
ricostruzione dell'Iraq ha rivelato come l'Agenzia statunitense per
lo sviluppo internazionale (Usaid) manipoli i propri conti per
nascondere i mastodontici costi che i problemi di sicurezza
aggiungono ai progetti d'aiuto (si arriva a maggiorazioni del 418 percento).
E' ragionevole pensare che se ascoltassimo l'Ispettore
responsabile per l'Afghanistan ci racconterebbe le medesime storie:
le ditte sotto contratto per l'Usaid sono le stesse.
Senza pace non
può esserci sicurezza, e senza sicurezza non c'è
ricostruzione.

Ma c'è di più. Per capire
il fallimento,
e la frode, di tali progetti di ricostruzione, bisogna dare
un'occhiata allo specifico sistema con cui gli Usa forniscono aiuto
per lo sviluppo a livello internazionale. Durante gli ultimi cinque
anni gli Usa e molti altri donatori hanno mandato miliardi di dollari
in Afghanistan, eppure gli afgani continuano a chiedere: "dove sono
finiti i soldi?"
Chi paga le tasse negli Stati Uniti dovrebbe fare la stessa
domanda. La risposta ufficiale è che i fondi inviati dai
donatori si perdono nella corruzione afgana. Ma gli afgani equivoci,
abituati alle bustarelle da due soldi, stanno imparando come la
corruzione ad alto livello funzioni benissimo per i padroni del
mondo.
Un rapporto del giugno 2005, molto circostanziato, di Action
Aid (Ong con sede centrale a Johannesburg in Sudafrica, assai
rispettata) ci aiuta a far chiarezza su come funzioni questo mondo.
Il rapporto ha studiato gli aiuti allo sviluppo forniti da tutti i
paesi sul globo ed ha scoperto che solo una piccola parte di essi
(forse tocca il 40 percento) è concreta.
Il resto è "aiuto
fantasma", il che significa che i soldi non arriveranno mai ai
paesi a cui sono destinati. Parte di questi soldi non esistono
proprio, se non come voce in bilancio, come quando i paesi
contabilizzano la cancellazione del debito o i costi di costruzione
di una bella nuova ambasciata nella colonna degli aiuti. Molti di
questi soldi non lasceranno mai la propria casa: i mandati di
pagamento per gli "esperti" statunitensi sotto contratto
dall'Usaid, per esempio, vanno direttamente dall'agenzia alle banche
Usa, senza mai passare per i "paesi che devono essere
ricostruiti". Molto altro denaro, conclude il rapporto, è
buttato via in "assistenza tecnica superpagata e inefficace"
(come gli "esperti" di cui sopra, per dire). Ed un'altra
bella fetta di soldi è legata alla nazione donatrice, il che
vuol dire che chi la riceve è obbligato ad usare il denaro per
comprare prodotti del paese donatore: soprattutto quando le stesse
merci potrebbe trovarle a prezzo assai più basso in casa
propria.
Gli Usa sono ai più alti livelli nella classifica dei
"donatori fantasma", solo la Francia qualche volta li
supera.
Il 47 percento dell'aiuto statunitense allo sviluppo va alla
"superpagata assistenza tecnica"; solo il 4 percento dell'aiuto
svedese lo fa, e il 2 percento dell'aiuto lussemburghese o irlandese. E per
quanto riguarda il dover acquistare prodotti del paese donatore, né
la Svezia, né la Norvegia, né l'Irlanda o il Regno
Unito adottano questa pratica.
Il 70 percento del denaro statunitense legato agli aiuti ha
questa clausola, di doverci comperare roba made in Usa, soprattutto
sistemi d'arma. Considerate queste pratiche, Action Aid calcola che
86 centesimi su ogni dollaro siano "aiuto fantasma".
Secondo gli standard fissati anni orsono dall'Onu e ai quali ha
aderito praticamente ogni nazione del mondo, un paese ricco dovrebbe
dare lo 0,7 percento del suo introito nazionale annuale a quelli poveri. Solo
i paesi scandinavi, l'Olanda ed il Lussemburgo (con lo 0,65 percento) si
avvicinano alla percentuale; all'altro capo della fila, ci sono gli
Usa con lo 0,02 percento: 8 dollari l'anno a persona dal "paese più
ricco del mondo" (a confronto, pensate che la Svezia ne dà
193, la Norvegia 304 e il Lussemburgo 357).
Il presidente Bush si
vanta di aver mandato miliardi di dollari in Afghanistan, ma in
effetti avremmo ottenuto un miglior risultato passando in giro un
cappello.

L'amministrazione Usa spesso deliberatamente rappresenta
in modo falso il suo programma di aiuti ad uso delle popolazioni. Lo
scorso anno, per esempio, mentre il presidente Bush mandava sua
moglie a Kabul per poche ore, il tempo di fare qualche fotografia
pubblicitaria, il
New York Times riportava che la
missione di costei era "la promessa di un impegno a lungo
termine per l'istruzione di donne e bambini". Nel suo discorso
di Kabul, la signora Bush disse che gli Usa avrebbero fornito 17,7
milioni di dollari in più per sostenere l'istruzione in
Afghanistan.
Quello che è accaduto è che il fondo in
questione è stato usato per costruire un'università
privata, l'Università americana dell'Afghanistan, diretta alle
elite afgane e statunitensi, e a cui si accede a pagamento: il fatto
che un'università privata venga finanziata dai soldi delle
tasse pubbliche e costruita dal corpo dei genieri dell'esercito Usa è
un'altra delle peculiarità degli aiuti in stile Bush.
Ashraf
Ghani, l'ex ministro delle finanze afgane, e presidente
dell'Università di Kabul, si è lamentato: "Non si
può continuare a sostenere l'istruzione privata ed ignorare
quella pubblica".
Tipicamente, gli Usa preferiscono
canalizzare il danaro degli aiuti umanitari verso appaltatori
statunitensi.
L'assistenza umanitaria Usa è sempre più
privatizzata, ed è ormai solo un meccanismo per trasferire i
dollari delle tasse ai forzieri di ditte americane selezionate, ed
alle tasche di chi i soldi li ha già. Nel 2001 Andrew Natsios,
l'allora direttore di Usaid, citò i fondi per l'assistenza
all'estero come "uno strumento politico chiave", disegnato
per aiutare gli altri paesi a "diventare migliori mercati per
l'esportazione statunitense". Per garantire che tale missione
vada a buon fine, il Dipartimento di Stato ha di recente assunto la
direzione di quelle che prima, almeno formalmente, erano agenzie
umanitarie semi-autonome.
E poichè lo scopo dell'aiuto
americano è quello di rendere il mondo sicuro per gli affari
americani, Usaid si serve di una lista di ditte "favorite"
(che può leggermente mutare a seconda dei risultati
elettorali) a cui chiede di sottoporre progetti, e talvolta
interpella un solo appaltatore, la stessa efficiente procedura che ha
reso l'Halliburton così fortunata in Iraq.
Le ditte
preselezionate stipulano un contratto con l'Usaid, detto Iqc (ovvero
"per quantità indefinite"). Le ditte presentano
informazioni vaghe su cosa potrebbero fare in aree non meglio
specificate, riservandosi le definizioni per un successivo contratto.
La ditta di volta in volta scelta verrà invitata a
materializzare le sue speculazioni tramite il formato Rfp (ovvero
"richiesta di proposte"), e poi inviata in un paese
straniero a cercare di rendere reale qualsiasi tipo di lavoro sognato
da teorici di Washington, assolutamente non oberati dalla conoscenza
di prima mano dello sfortunato paese in questione.
I criteri con cui
si scelgono gli appaltatori ha poco o niente a che fare con le
condizioni del paese che li riceve, e non sono esattamente ciò
che chiamereste campioni di trasparenza.

Prendete il caso della
strada maestra Kabul-Kandahar, che il sito dell'
Usaid propaganda con
orgoglio come un successo.
In cinque anni è la sola strada che
sia mai stata finita, il che supera almeno di un punto il record
dell'amministrazione Bush nella costruzione di sistemi idrici o
fognari (nessuno).
Nel marzo 2005, la superstrada in questione
apparve sul giornale Kabul Weekly sotto il titolo:
"Milioni buttati via per strade di seconda mano". Il
giornalista afgano Mirwais Harooni raccontò che sebbene ditte
internazionali si fossero offerte per ricostruire la strada al prezzo
di 250 dollari al chilometro, gli statunitensi del Louis Berger Group
avevano ottenuto il lavoro al prezzo di 700 dollari al chilometro (ce
ne sono 389). Perchè?
La risposta standard americana è
che gli americani lavorano meglio, sebbene non sia il caso della
ditta Berger che all'epoca era già in ritardo su un altro
contratto di 665 milioni di dollari per costruire scuole in
Afghanistan. La Berger subappaltò la costruzione della stretta
strada a due corsie, priva di guard-rail, a ditte turche ed indiane,
al costo finale di un milione di dollari a miglio: e chiunque ci
viaggi oggi può constatare che sta già cadendo a pezzi.
L'ex ministro della pianificazione Ramazan Bashardost fece notare che
in materia di strade i talebani avevano fatto un miglior lavoro, ed
anche lui pose la fatidica domanda: "Dove sono finiti i soldi?".
Oggi, con una mossa che certamente farà crollare gli indici di
gradimento di Karzai, e danneggerà ulteriormente le truppe Usa
e Nato presenti nell'area, l'amministrazione Bush sta facendo
pressione sul governo afgano affinchè questo "dono del
popolo degli Stati Uniti" (così venne definita la strada)
sia trasformato in una strada a pagamento: 20 dollari a guidatore per
un permesso di transito valido un mese. In questo modo, dicono gli
esperti americani fornitori di superpagata assistenza tecnica,
l'Afghanistan potrebbe avere un introito annuo di 30 milioni di
dollari dai suoi cittadini immiseriti e alleggerire finalmente il
"peso" dell'aiuto che grava sugli Usa.
C'è da
stupirsi se l'aiuto straniero sembra all'afgano ordinario qualcosa di
cui sono gli stranieri a godere? Ad una estremità dell'infame
superstrada, a Kabul, gli afgani si lamentano dei fantasiosi
ristoranti dove questi esperti ed altri forestieri si riuniscono per
bere alcolici, divertirsi e piombare nudi nelle piscine. Obiettano
alla presenza di bordelli in città (otto nel 2005), bordelli
in cui donne afgane vengono trafficate per servire ai "bisogni"
degli stranieri. Si lamentano del fatto che la capitale è
ancora un ammasso di rovine, che molte persone vivano ancora sotto le
tende, che in migliaia non trovano lavoro, che i bambini sono
denutriti, che le scuole e gli ospedali sono sovraffollati, che donne
in burqa stracciati mendicano nelle strade e finiscono per
prostituirsi, che i bambini vengono rapiti e venduti in schiavitù,
o assassinati per ricavarne organi da trapianto.
Si chiedono dove sia
finito il denaro degli aiuti promessi e cosa questo governo fantoccio
possa fare per migliorare le cose.
All'altra estremità della
strada c'è Kandahar, la città natale del presidente
Karzai. Nelle
province del sud (Kandahar, Helmand, Zabul e Uruzgan)
si stima che il comandante talebano Mullah Dadullah abbia più
di 12.000 uomini armati e squadre di suicidi pronti a farsi saltare
in aria con bombe. Tendono agguati alle truppe Nato arrivate di
fresco. Il comandante britannico Richards ha di recente dato il suo
avviso: "Dobbiamo capire che in effetti qui possiamo fallire".
Gli Usa attaccano i talebani come fecero nel 2001, con i
bombardamenti aerei. Il Times di Londra riporta che solo
nel maggio scorso ce ne sono stati 750; ogni giorno ci sono notizie
di vittime prodotte dai combattimenti fra Nato e talebani, e di
vittime che erano "sospetti" talebani o semplici civili,
uccisi dai bombardamenti americani a largo raggio.
Nel frattempo, i
talebani prendono il controllo dei villaggi. Uccidono gli insegnanti
e fanno saltare per aria le scuole. Le squadre antidroga guidate
dagli Usa pure prendono il controllo di villaggi e distruggono le
coltivazioni di papavero da oppio di contadini in miseria. Presi,
come al solito, nel mezzo di due fazioni in guerra, gli afgani del
sud e dell'est hanno da tempo cessato di chiedersi dove sono finiti i
soldi.
Si chiedono invece chi sia a governare.
E che fine abbia fatto la
pace.