03/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ann Jones, giornalista Usa, racconta la pace che non c'è
di Ann Jones*
 
Vi ricordate di quando il pacifico, democratico, ricostruito Afghanistan era il modello pubblicitario su cui si doveva rifare l'Iraq?
Nell'agosto 2002, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld parlava del nuovo Afghanistan come di una "straordinaria vittoria" ed un "modello di successo per ciò che potrebbe accadere in Iraq".
Come tutti ormai sanno, il modello in Iraq non sta funzionando. Perciò, non dovremmo sorprenderci nel sapere che non sta funzionando neppure in Afghanistan.
 
la giornalista e scrittrice Ann Jones La storia del successo afgano è sempre stata più una favola che un fatto. Ora, mentre l'amministrazione Bush passa il "peacekeeping" alle forze Nato, l'Afghanistan è la scena della più vasta operazione militare nella storia del trattato del nordatlantico.
Le mie mail di oggi riportano l'appello di una chirurga statunitense che lavora a Kabul: la sua squadra medica d'emergenza non riesce a trattare neanche la metà dei civili feriti che le vengono inviati dalle province in cui si combatte, a sud e a est.
Truppe Usa, britanniche e canadesi si trovano in guerra contro i combattenti talebani, mentre sconcertati comandanti Nato si stanno già chiedendo cos'è che è andato male.
La risposta sta in un triplice fallimento: niente pace, niente democrazia e niente ricostruzione. L'amministrazione Bush ha fatto politicamente le cose a rovescio.
Dopo aver spinto i talebani a suon di bombe nelle periferie, nel 2001, ha messo in piedi un governo senza siglare una pace, uno scenario che più tardi si sarebbe ripetuto in Iraq.
Invece di premere per negoziati di pace fra i partiti afgani rivali, i vittoriosi americani hanno dato il potere agli islamisti ed ai comandanti delle milizie che erano servite a sostituire i soldati Usa nella guerra contro l'Unione Sovietica degli anni '80.
Poi l'amministrazione Bush ha messo in scena elezioni per questi candidati, ed ha proclamato che i risultati erano la democrazia. Ha anche confinato la International Security Assistance Force (Isaf), composta largamente da truppe europee, alla capitale, creando così un'oasi di sicurezza per il governo, mentre sguinzagliava i signori della guerra di sua scelta alla ricerca di Osama bin Laden nel resto del paese.
Ad est e sud, che è come dire in metà del paese, i talebani non hanno mai smesso di combattere. Oggi, rimpolpate dall'arrivo di combattenti importati da al-Qaida (detti arabi-afgani) e con l'ausilio di nuove tecniche apprese dall'insorgenza irachena (le bombe sulle strade o quelle suicide), le forze talebane sono più forti di quando gli Usa le "sconfissero" nel 2001. 
 
una strada della capitale KabulSecondo la Commissione indipendente afgana per i diritti umani, la maggioranza degli afgani avrebbero visto con favore un processo di amnistia e riconciliazione, e persino il presidente Karzai ha di recente chiesto all'amministrazione Bush di cambiare metodo, e di smettere di uccidere afgani.
Ma le politiche riaffermate a Kabul dalla segretaria di stato Condoleeza Rice chiedono di combattere sino all'eliminazione dell'ultimo talebano. Com'era da aspettarsi, l'opinione pubblica ha cominciato ad avversare con forza un governo centrale largamente privo di potere, tenuto sotto scorta nella capitale da forze armate straniere.
L'insicurezza che la maggior parte degli afgani subiscono, l'assenza di pace, è abbastanza per aver fatto loro perdere fiducia nel presidente Karzai, spesso definito sarcasticamente "il sindaco di Kabul" o "l'assistente dell'ambasciatore americano".
Storicamente, gli afgani hanno scelto e seguito leader forti: da chi guida si aspettano sicurezza, lavoro, o almeno che faccia qualcosa. Il governo Karzai, costretto a seguire un'agenda al servizio degli Usa, si trova spesso in difficoltà nel difendere gli interessi afgani, e non ha dato nulla al cittadino medio che vive ancora in una povertà abissale.
 
Nel 2004, doverosamente, gli afgani votarono per Karzai, quale strumento delle promesse americane. Nel 2005, quando si tennero le elezioni parlamentari, gli elettori indicarono che ne avevano abbastanza degli stessi candidati, comandanti di milizie ed estremisti islamisti, e delle stesse vuote promesse. 
La parte più triste della storia sta qui: nonostante la finta pace e la democrazia da burletta vantate dell'amministrazione Bush, quest'ultima avrebbe potuto fare dell'Afghanistan un successo solo se avesse portato a compimento la terza e più grande promessa, quella di ricostruire un paese bombardato.
La maggioranza degli afgani, dopo la dispersione dei talebani, era piena di speranza e desiderosa di mettersi al lavoro. I benefici tangibili della ricostruzione (impieghi, case, scuole, assistenza sanitaria) avrebbero potuto indurli a sostenere il governo e a trasformare una democrazia illusoria in qualcosa di più reale.
Ma la ricostruzione non è avvenuta.
 
Quando le forze Nato si sono mosse quest'estate nelle province del sud, per "mantenere la pace e continuare lo sviluppo", il generale David Richards, comandante britannico dell'operazione, sembra essere rimasto scioccato nello scoprire che nessuno sviluppo, o ben poco, era mai cominciato. Di questo fallimento, i primi responsabili sono gli Usa.
Fino a quest'ultimo anno, la coalizione guidata dagli americani ha assunto per sé sola il compito di ristabilire condizioni di sicurezza fuori Kabul, ma non vi ha impiegato sul terreno un solo uomo.
Come risultato, i volontari di associazioni umanitarie (internazionali e afgane) hanno perso la vita, quasi tutte le Ong si sono ritirate all'interno di Kabul o, come Medecins sans Frontieres, hanno lasciato il paese.
I mercenari, ancora presenti nel paese, si trovano regolarmente coinvolti in progetti relativi alla "sicurezza", così che il denaro degli aiuti umanitari, come sta accadendo anche in Iraq, finisce nel budget militare.
 
Una recente testimonianza dell'Ispettore generale per la ricostruzione dell'Iraq ha rivelato come l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) manipoli i propri conti per nascondere i mastodontici costi che i problemi di sicurezza aggiungono ai progetti d'aiuto (si arriva a maggiorazioni del 418 percento).
E' ragionevole pensare che se ascoltassimo l'Ispettore responsabile per l'Afghanistan ci racconterebbe le medesime storie: le ditte sotto contratto per l'Usaid sono le stesse.
Senza pace non può esserci sicurezza, e senza sicurezza non c'è ricostruzione.
 
il logo di UsaidMa c'è di più. Per capire il fallimento, e la frode, di tali progetti di ricostruzione, bisogna dare un'occhiata allo specifico sistema con cui gli Usa forniscono aiuto per lo sviluppo a livello internazionale. Durante gli ultimi cinque anni gli Usa e molti altri donatori hanno mandato miliardi di dollari in Afghanistan, eppure gli afgani continuano a chiedere: "dove sono finiti i soldi?"
Chi paga le tasse negli Stati Uniti dovrebbe fare la stessa domanda. La risposta ufficiale è che i fondi inviati dai donatori si perdono nella corruzione afgana. Ma gli afgani equivoci, abituati alle bustarelle da due soldi, stanno imparando come la corruzione ad alto livello funzioni benissimo per i padroni del mondo. 
Un rapporto del giugno 2005, molto circostanziato, di Action Aid (Ong con sede centrale a Johannesburg in Sudafrica, assai rispettata) ci aiuta a far chiarezza su come funzioni questo mondo. Il rapporto ha studiato gli aiuti allo sviluppo forniti da tutti i paesi sul globo ed ha scoperto che solo una piccola parte di essi (forse tocca il 40 percento) è concreta.
Il resto è "aiuto fantasma", il che significa che i soldi non arriveranno mai ai paesi a cui sono destinati. Parte di questi soldi non esistono proprio, se non come voce in bilancio, come quando i paesi contabilizzano la cancellazione del debito o i costi di costruzione di una bella nuova ambasciata nella colonna degli aiuti. Molti di questi soldi non lasceranno mai la propria casa: i mandati di pagamento per gli "esperti" statunitensi sotto contratto dall'Usaid, per esempio, vanno direttamente dall'agenzia alle banche Usa, senza mai passare per i "paesi che devono essere ricostruiti". Molto altro denaro, conclude il rapporto, è buttato via in "assistenza tecnica superpagata e inefficace" (come gli "esperti" di cui sopra, per dire). Ed un'altra bella fetta di soldi è legata alla nazione donatrice, il che vuol dire che chi la riceve è obbligato ad usare il denaro per comprare prodotti del paese donatore: soprattutto quando le stesse merci potrebbe trovarle a prezzo assai più basso in casa propria.
Gli Usa sono ai più alti livelli nella classifica dei "donatori fantasma", solo la Francia qualche volta li supera.
Il 47 percento dell'aiuto statunitense allo sviluppo va alla "superpagata assistenza tecnica"; solo il 4 percento dell'aiuto svedese lo fa, e il 2 percento dell'aiuto lussemburghese o irlandese. E per quanto riguarda il dover acquistare prodotti del paese donatore, né la Svezia, né la Norvegia, né l'Irlanda o il Regno Unito adottano questa pratica.
Il 70 percento del denaro statunitense legato agli aiuti ha questa clausola, di doverci comperare roba made in Usa, soprattutto sistemi d'arma. Considerate queste pratiche, Action Aid calcola che 86 centesimi su ogni dollaro siano "aiuto fantasma".
 
Secondo gli standard fissati anni orsono dall'Onu e ai quali ha aderito praticamente ogni nazione del mondo, un paese ricco dovrebbe dare lo 0,7 percento del suo introito nazionale annuale a quelli poveri. Solo i paesi scandinavi, l'Olanda ed il Lussemburgo (con lo 0,65 percento) si avvicinano alla percentuale; all'altro capo della fila, ci sono gli Usa con lo 0,02 percento: 8 dollari l'anno a persona dal "paese più ricco del mondo" (a confronto, pensate che la Svezia ne dà 193, la Norvegia 304 e il Lussemburgo 357).
Il presidente Bush si vanta di aver mandato miliardi di dollari in Afghanistan, ma in effetti avremmo ottenuto un miglior risultato passando in giro un cappello. 
 
una scuola femminile, all'aria aperta, a PaghmanL'amministrazione Usa spesso deliberatamente rappresenta in modo falso il suo programma di aiuti ad uso delle popolazioni. Lo scorso anno, per esempio, mentre il presidente Bush mandava sua moglie a Kabul per poche ore, il tempo di fare qualche fotografia pubblicitaria, il New York Times riportava che la missione di costei era "la promessa di un impegno a lungo termine per l'istruzione di donne e bambini". Nel suo discorso di Kabul, la signora Bush disse che gli Usa avrebbero fornito 17,7 milioni di dollari in più per sostenere l'istruzione in Afghanistan.
Quello che è accaduto è che il fondo in questione è stato usato per costruire un'università privata, l'Università americana dell'Afghanistan, diretta alle elite afgane e statunitensi, e a cui si accede a pagamento: il fatto che un'università privata venga finanziata dai soldi delle tasse pubbliche e costruita dal corpo dei genieri dell'esercito Usa è un'altra delle peculiarità degli aiuti in stile Bush.
Ashraf Ghani, l'ex ministro delle finanze afgane, e presidente dell'Università di Kabul, si è lamentato: "Non si può continuare a sostenere l'istruzione privata ed ignorare quella pubblica".
 
Tipicamente, gli Usa preferiscono canalizzare il danaro degli aiuti umanitari verso appaltatori statunitensi.
L'assistenza umanitaria Usa è sempre più privatizzata, ed è ormai solo un meccanismo per trasferire i dollari delle tasse ai forzieri di ditte americane selezionate, ed alle tasche di chi i soldi li ha già. Nel 2001 Andrew Natsios, l'allora direttore di Usaid, citò i fondi per l'assistenza all'estero come "uno strumento politico chiave", disegnato per aiutare gli altri paesi a "diventare migliori mercati per l'esportazione statunitense". Per garantire che tale missione vada a buon fine, il Dipartimento di Stato ha di recente assunto la direzione di quelle che prima, almeno formalmente, erano agenzie umanitarie semi-autonome.
E poichè lo scopo dell'aiuto americano è quello di rendere il mondo sicuro per gli affari americani, Usaid si serve di una lista di ditte "favorite" (che può leggermente mutare a seconda dei risultati elettorali) a cui chiede di sottoporre progetti, e talvolta interpella un solo appaltatore, la stessa efficiente procedura che ha reso l'Halliburton così fortunata in Iraq.
Le ditte preselezionate stipulano un contratto con l'Usaid, detto Iqc (ovvero "per quantità indefinite"). Le ditte presentano informazioni vaghe su cosa potrebbero fare in aree non meglio specificate, riservandosi le definizioni per un successivo contratto. La ditta di volta in volta scelta verrà invitata a materializzare le sue speculazioni tramite il formato Rfp (ovvero "richiesta di proposte"), e poi inviata in un paese straniero a cercare di rendere reale qualsiasi tipo di lavoro sognato da teorici di Washington, assolutamente non oberati dalla conoscenza di prima mano dello sfortunato paese in questione.
I criteri con cui si scelgono gli appaltatori ha poco o niente a che fare con le condizioni del paese che li riceve, e non sono esattamente ciò che chiamereste campioni di trasparenza. 
 
nomadi afghani, i kuchi Prendete il caso della strada maestra Kabul-Kandahar, che il sito dell'Usaid propaganda con orgoglio come un successo.
In cinque anni è la sola strada che sia mai stata finita, il che supera almeno di un punto il record dell'amministrazione Bush nella costruzione di sistemi idrici o fognari (nessuno).
Nel marzo 2005, la superstrada in questione apparve sul giornale Kabul Weekly sotto il titolo: "Milioni buttati via per strade di seconda mano". Il giornalista afgano Mirwais Harooni raccontò che sebbene ditte internazionali si fossero offerte per ricostruire la strada al prezzo di 250 dollari al chilometro, gli statunitensi del Louis Berger Group avevano ottenuto il lavoro al prezzo di 700 dollari al chilometro (ce ne sono 389). Perchè?
La risposta standard americana è che gli americani lavorano meglio, sebbene non sia il caso della ditta Berger che all'epoca era già in ritardo su un altro contratto di 665 milioni di dollari per costruire scuole in Afghanistan. La Berger subappaltò la costruzione della stretta strada a due corsie, priva di guard-rail, a ditte turche ed indiane, al costo finale di un milione di dollari a miglio: e chiunque ci viaggi oggi può constatare che sta già cadendo a pezzi.
L'ex ministro della pianificazione Ramazan Bashardost fece notare che in materia di strade i talebani avevano fatto un miglior lavoro, ed anche lui pose la fatidica domanda: "Dove sono finiti i soldi?". Oggi, con una mossa che certamente farà crollare gli indici di gradimento di Karzai, e danneggerà ulteriormente le truppe Usa e Nato presenti nell'area, l'amministrazione Bush sta facendo pressione sul governo afgano affinchè questo "dono del popolo degli Stati Uniti" (così venne definita la strada) sia trasformato in una strada a pagamento: 20 dollari a guidatore per un permesso di transito valido un mese. In questo modo, dicono gli esperti americani fornitori di superpagata assistenza tecnica, l'Afghanistan potrebbe avere un introito annuo di 30 milioni di dollari dai suoi cittadini immiseriti e alleggerire finalmente il "peso" dell'aiuto che grava sugli Usa.
 
C'è da stupirsi se l'aiuto straniero sembra all'afgano ordinario qualcosa di cui sono gli stranieri a godere? Ad una estremità dell'infame superstrada, a Kabul, gli afgani si lamentano dei fantasiosi ristoranti dove questi esperti ed altri forestieri si riuniscono per bere alcolici, divertirsi e piombare nudi nelle piscine. Obiettano alla presenza di bordelli in città (otto nel 2005), bordelli in cui donne afgane vengono trafficate per servire ai "bisogni" degli stranieri. Si lamentano del fatto che la capitale è ancora un ammasso di rovine, che molte persone vivano ancora sotto le tende, che in migliaia non trovano lavoro, che i bambini sono denutriti, che le scuole e gli ospedali sono sovraffollati, che donne in burqa stracciati mendicano nelle strade e finiscono per prostituirsi, che i bambini vengono rapiti e venduti in schiavitù, o assassinati per ricavarne organi da trapianto.
Si chiedono dove sia finito il denaro degli aiuti promessi e cosa questo governo fantoccio possa fare per migliorare le cose.
 
All'altra estremità della strada c'è Kandahar, la città natale del presidente Karzai. Nelle province del sud (Kandahar, Helmand, Zabul e Uruzgan) si stima che il comandante talebano Mullah Dadullah abbia più di 12.000 uomini armati e squadre di suicidi pronti a farsi saltare in aria con bombe. Tendono agguati alle truppe Nato arrivate di fresco. Il comandante britannico Richards ha di recente dato il suo avviso: "Dobbiamo capire che in effetti qui possiamo fallire".
Gli Usa attaccano i talebani come fecero nel 2001, con i bombardamenti aerei. Il Times di Londra riporta che solo nel maggio scorso ce ne sono stati 750; ogni giorno ci sono notizie di vittime prodotte dai combattimenti fra Nato e talebani, e di vittime che erano "sospetti" talebani o semplici civili, uccisi dai bombardamenti americani a largo raggio.
Nel frattempo, i talebani prendono il controllo dei villaggi. Uccidono gli insegnanti e fanno saltare per aria le scuole. Le squadre antidroga guidate dagli Usa pure prendono il controllo di villaggi e distruggono le coltivazioni di papavero da oppio di contadini in miseria. Presi, come al solito, nel mezzo di due fazioni in guerra, gli afgani del sud e dell'est hanno da tempo cessato di chiedersi dove sono finiti i soldi.
Si chiedono invece chi sia a governare.
E che fine abbia fatto la pace.  
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Afghanistan