La guerra è peggio che nel 2001. “E durerà anni”, ammette il comandante di Isaf

Un anno fa, il 18 settembre 2005, veniva eletto il primo
parlamento afgano del dopoguerra. Per gli Stati Uniti era la prova del successo
della strategia di Washington in Afghanistan, la dimostrazione che la
democrazia e la pace si possono imporre con le bombe e l’occupazione militare.
Il
voto come panacea di tutti i mali. Poco importava che il voto fosse stato
caratterizzato da brogli e irregolarità di ogni genere, che gli eletti fossero
in
maggioranza signori della guerra votati per denaro o per paura, che la ricostruzione
del Paese fosse completamente fallita, che la produzione di oppio fosse tornata
a livelli record e che i talebani si stessero riorganizzando nel sud del Paese,
completamente fuori dal controllo del governo di carta di Hamid Karzai. All’amministrazione
Bush serviva un risultato eclatante per poter dire al mondo, e ai suoi
elettori, “missione compiuta” e giustificare così il disimpegno militare Usa da
un fronte, quello afgano, che era sul punto di esplodere, di trasformarsi in un
nuovo – politicamente insostenibile – Iraq. Le elezioni di un anno fa erano il
trofeo perfetto da esibire a tutti.
Disimpegno Usa e intervento
Nato. Finito il teatrino elettorale, Washington ha annunciato il ritiro di
buona parte delle sue truppe proprio da quel sud del paese dove si stavano
addensando i nuvoloni neri della resistenza talebana. La patata bollente veniva
lasciata nelle mani degli alleati della Nato, fermamente sollecitati a inviare
migliaia di soldati per prendere il controllo delle province meridionali. Sapendo
bene a cosa sarebbero andati incontro, i paesi dell’alleanza hanno nicchiato.
Solo i “fedelissimi” britannici e canadesi hanno subito risposto alla chiamata
alle armi, accettando di spartirsi le due province più pericolose: Kandahar e
Helmand. Il passaggio ufficiale delle consegne venne fissato per il 1° agosto
2006, giorno in cui il comando delle operazioni nel sud dell’Afghanistan
sarebbe passato dalla missione Usa “Enduring Freedom” alla missione Nato Isaf,
che così si trasformava da missione di pace a missione di guerra al terrorismo.
Una metamorfosi che ha suscitato accesi dibattiti in tutti i paesi Nato, tranne
in Italia, all’epoca in preda alla campagna elettorale.
Operazione “Avanzata
Montana”. Con l’arrivo della primavera, migliaia di truppe britanniche e
canadesi sono iniziate ad affluire nel sud afgano. Il “benvenuto” dei talebani
non si è fatto attendere e la loro preannunciata offensiva nel sud è iniziata
in aprile, con un’intensità che ha spaventato gli Stati Maggiori della Nato, ancora
alle prese con il cosiddetto “irrobustimento” delle regole d’ingaggio che la
missione Isaf, vista la sua nuova natura, avrebbe dovuto avere. Il Pentagono –
già
impegnato nell’est con l’operazione “Leone di Montagna” – in maggio ha avviato
nel
sud una massiccia campagna di bombardamenti aerei e in giugno ha sferrato la
più massiccia operazione bellica dal 2001: l’operazione “Mountain Thrust”,
Avanzata Montana, che ha visto impegnati, accanto a 2.300 soldati Usa, 3.300
militari britannici e 2.200 canadesi (oltre a 3.500 soldati afgani), armati di
artiglieria pesante, mezzi corazzati e caccia-bombardieri.
Operazione “Medusa”.
Alla scadenza del 1° agosto, dopo oltre un mese di feroci battaglie e
bombardamenti aerei sulle roccaforti talebane del sud, la resistenza talebana
sembrava
ancora più forte di prima. I comandi Usa sostenevano di aver ucciso almeno
1.100 combattenti, ma nella realtà gran parte di questi erano civili morti
sotto le bombe. Il risentimento popolare suscitato da questi fatti ha aumentato
il sostegno ai talebani e ingrossato le loro fila. Gli attacchi contro le
truppe Isaf sono infatti proseguiti a ritmo serrato per tutto agosto. E alla
fine del mese è ripresa l’offensiva alleata sotto il nuovo comando Nato:
l’operazione “Medusa”, condotta dalle truppe Isaf britanniche, canadesi e
statunitensi.
Seguendo l’esempio dell’aviazione israeliana in Libano, le
forze Isaf hanno lanciato migliaia di volantini sui villaggi dei distretti di
Panjwayi e Zhari, nel deserto a ovest di Kandahar, invitando i civili ad
evacuare la zona e affermando che chiunque fosse rimasto sarebbe stato
considerato un combattente. Migliaia di famiglie si sono affrettate a lasciare
le proprie case, accampandosi alla periferia di Kandahar: sfollati senza nessun
tipo di assistenza umanitaria. Molti hanno fatto in tempo a scappare (85 mila
i
profughi fuggiti a Kandahar e Lashkargah). Molti altri no.
In due settimane di scontri e bombardamenti aerei (con bombe
da 500 libre) si sono contati più di 500 morti: tutti talebani secondo la Nato,
in gran parte civili secondo talebani e fonti locali. Autorità governative
locali, ufficiali di polizia e fonti mediche del posto hanno riferito numerosi
casi di massacri di civili.
Operazione “Furia
Montana”. Sabato scorso, il comando Isaf ha annunciato la conclusione dell’operazione
“Medusa”. “L’operazione è stata un successo – ha dichiarato il generale
canadese David Fraser – perché abbiamo eliminato la presenza dei talebani da
questi distretti, riportando la sicurezza nella seconda città del paese,
Kandahar”.
Due giorni dopo, 4 soldati canadesi sono morti a Kandahar in
un attentato suicida.
Domenica, il comando Usa – ancora in carico per le
operazioni nell’est del paese – ha annunciato l’inizio dell’operazione “Furia
Montana”, un’altra imponente offensiva militare (3.000 soldati Usa e 4.000
soldati afgani) nelle province meridionali di Khost, Paktia, Paktika e Ghazni:
le uniche rimaste finora immuni dalle offensive della Coalizione.
Lunedì, il comandante della missione Isaf, il generale
britannico David Richards, ha detto che per vincere la guerra contro i talebani
ci vorranno altri tre anni, forse cinque.
E quanti altri morti?