Domani e dopo si terrà a Riga il vertice dell'Alleanza: sul tavolo il problema della "solidarietà"
Il 27 e 28 novembre si terrà a
Riga il vertice della Nato. Nella capitale della Lettonia i
rappresentanti dell'Alleanza Atlantica dovranno affrontare diverse
questioni spinose, che ruotano attorno al problema della sempre
minore “solidarietà” tra gli Stati membri. Tanto che
qualcuno lancia l'allarme: è la fine della Nato?
I caveat della discordia. Parte delle discussioni verterà sui problemi della
missione in Afghanistan, la prima operazione Nato di vasta portata al
di fuori dei confini europei, che sarà inevitabilmente la
cartina tornasole dei rapporti fra gli alleati. Al
summit di Mons, lo
scorso settembre, la Nato aveva chiesto altri 2.500 soldati da
dispiegare nel sud del Paese, e solo la Lettonia aveva risposto
all'appello. Accettando di mandarne venti. E poiché altri
soldati non arriveranno, i vertici militari cercano di ridispiegare
quelli che già ci sono. A Riga si affronterà il
problema dei
caveat nazionali, cioè quelle limitazioni
geografiche e operative che ogni Stato può porre ai propri
contingenti militari impegnati nelle missioni all'estero. L'olandese
Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale della Nato, ha
recentemente dichiarato che i
caveat, pur essendo
“comprensibili”, rischiano di creare una frattura
all'interno dell'alleanza. C'è chi combatte nel sud del Paese,
roccaforte talebana, chi opera nelle più tranquille province
occidentali e settentrionali, e chi rimane chiuso nelle proprie basi
a Kabul: è evidente che non tutti gli Stati membri affondano
allo stesso modo gli scarponi dei loro soldati nel
pantano afgano. Ne
sa qualcosa il Canada, che per primo ha sollevato la questione:
“Perché i nostri uomini devono sopportare il fardello
maggiore?”.
In mezzo ai talebani. Il Canada
ha dispiegato in Afghanistan circa 2.300 soldati che, ad eccezione di
una cinquantina di ufficiali basati a Kabul, operano nella provincia
meridionale di Kandahar, teatro da mesi dei più sanguinosi
scontri fra miliziani talebani e truppe della coalizione. Fino ad
oggi sono morti in Afghanistan 42 militari canadesi, 34 solo nel
2006. Anche la maggior parte delle truppe britanniche, circa 4.300
uomini, sono dispiegati nella provincia di Kandahar e nella
confinante Helmand. Ad oggi sono morti in Afghanistan 41 soldati del
Regno Unito. “Siamo la carne da macello dell'Alleanza Atlantica”,
hanno iniziato a lamentarsi i diretti interessati. “Siamo impegnati
in una
missione suicida”, hanno fatto eco i danesi, impegnati nella provincia orientale di Uruzgan.
E i rispettivi governi hanno cominciato a
chiedere agli alleati – in particolare Germania, Spagna e Italia -
di ripensare i loro
caveat per consentire ai loro contingenti
di dividere con canadesi, britannici e statunitensi (ma anche danesi e olandesi)
il peso dei combattimenti nelle più
travagliate regioni del Paese. Per spartire più equamente i
rischi e anche per una questione di immagine: il ministro della
Difesa danese ha sottolineato che il “doppio livello”di impegno
nella missione è una brutta faccia da mostrare al popolo
afgano, e “danneggia la credibilità della Nato”.
Sul banco
degli imputati. Tra i primi accusati ci sono i militari tedeschi,
circa 3.000 persone, dispiegati nel relativamente tranquillo nord
dell'Afghanistan. Il cancelliere tedesco Angela Merkel, però,
ha battuto sul tempo le prevedibili richieste che la Nato farà
a Riga: “Non ci sarà un ridispiegamento delle nostre forze –
ha dichiarato sabato scorso in una conferenza stampa - Continueranno
a lavorare nel nord, dove vive il 40 percento della popolazione”.
La Germania quindi si fa da parte. Il contingente italiano è
basato nella provincia occidentale di Herat, e il caveat italiano
autorizza i soldati a operare, si legge sul sito del ministero della
Difesa, “all’interno delle aree ovest e di Kabul o anche nord,
mentre per gli impieghi al di fuori di esse è necessaria
l’autorizzazione dei Vertici”. Autorizzazioni che, ufficialmente,
non sono mai state date.
Sul tavolo delle discussioni i possibili scenari sul futuro della
Nato: dalla cosiddetta “strong toolbox” (un'alleanza con una
forte leadership statunitense, che possa sopperire alla politica
europea debole e frammentaria) alla “partnership condivisa” (con
un'equa divisione delle capacità di indirizzo, e una sorta di
divisione del lavoro che affida all'Europa missioni “alla sua
portata”), passando per la cosiddetta “Old boys lounge Nato”:
un'alleanza abbandonata sia dagli Stati Uniti dall'Europa, la fine
del Patto Atlantico.
La guerra continua. A Riga si
cercherà dunque di lavorare, tra le reciproche diffidenze,
alla “solidarietà” del Patto Atlantico. Mentre in
Afghanistan la guerra continua: solo nel fine settimana si sono
contati almeno settanta morti. Sabato i soldati della Nato
hanno ucciso cinque miliziani nella provincia di Kandahar. Lo stesso
giorno le truppe straniere sono state attaccate da miliziani armati
nella provincia di Uruzgan, un militare è morto. I soldati
hanno allora chiesto il “supporto aereo ravvicinato”: l'aviazione
ha bombardato la zona uccidendo, secondo quanto dichiarato dal
comando, “circa 50 insorti”. Le vicende degli ultimi mesi hanno
però dimostrato che, nelle operazioni di supporto aereo, le
decine di “insorti” si rivelano
troppo spesso civili.
Domenica, nella provincia
orientale di
Paktika, un attentatore suicida si è fatto saltare in aria in
un ristorante, uccidendo quindici persone. Questa mattina, invece, un
attentatore suicida ha attaccato un convoglio della Nato nella città di
Kandahar, uccidendo due militari stranieri. Il comando non ha ancora
rivelato la nazionalità delle vittime, ma è probabile che si tratti di
canadesi. Intanto le
forze della coalizione a Kabul hanno attaccato sul retro dei loro
mezzi militari un cartello in tre lingue che invita a non avvicinarsi
troppo. “Una precauzione”, secondo il comando, per evitare che le
truppe aprano il fuoco contro le auto che “non rispettano la
distanza di sicurezza o arrivano troppo veloce”. Come è
successo lo scorso mercoledì, quando la “minaccia immediata”
che è morta sotto il fuoco dei soldati britannici si è
rivelata poi essere un civile: un medico afgano, che andava di
fretta.