La guerra continua
senza sosta, tra bombardamenti e attentati suicidi. Mentre la Nato
cerca di convincere gli alleati che quella in Afghanistan è
ancora una “missione possibile”.
Le bombe della Nato. Oltre alle
piogge torrenziali, che hanno spazzato via interi villaggi nella zona
orientale del Paese e causato almeno un centinaio di vittime, in
Afghanistan dal cielo cadono bombe. Il Comando centrale dell'aviazione
statunitense (Centaf) riporta nel suo quotidiano bollettino quelle
che tecnicamente vengono definite operazioni di “supporto aereo
ravvicinato”. Sono decine ogni giorno. Il comando della missione
Nato-Isaf fornisce poi, per le operazioni più grosse, una
stima degli “insorti” uccisi nel corso di queste operazioni. Sono
stime, e non dati precisi, perché di norma Isaf non va a
controllare di persona, dopo i bombardamenti, il numero dei morti e
la loro appartenenza alla categoria dei combattenti o a quella dei
civili. Così ad esempio, la scorsa domenica, secondo
il
bollettino di Centaf i bombardieri delle Royal Air Force “hanno
fornito supporto aereo ravvicinato alle truppe Isaf in contatto con i
talebani vicino a Musa Qala”, nella provincia meridionale di
Helmand, e hanno lanciato razzi sulle “postazioni nemiche”. Un
altro aereo, sempre a Musa Qala, ha sganciato una bomba teleguidata e
ancora razzi. Supporto aereo ravvicinato è stato fornito anche
vicino a Lashkargah, dove gli aerei GR-7 hanno sganciato una bomba da
540 libbre (circa 250 chili). Alcuni dei feriti dei bombardamenti in
questa zona sono arrivati nell'ospedale di Emergency a Lashkargah.
Marina Castellano, infermiera nel centro chirurgico della Ong
italiana, racconta: “Una famiglia è arrivata dal villaggio
di Erabzi, nel
distretto di Kajaki. Domenica, dalle nove di sera in
poi, il villaggio è stato bombardato dagli aerei Nato, per
ore. Rokia ha 25 anni, al nono mese di gravidanza, è arrivata
con i suoi bambini Saly, sette anni, e Idris che ne ha dieci. Con
loro è arrivato anche lo zio. Racconta che la loro casa e le
altre del villaggio sono state distrutte. La loro famiglia e tutte le
altre anche. La piccola Saly ha una scheggia conficcata nella testa:
è inoperabile. E' confusa, non parla, si lamenta, gli occhi
semiaperti. Il fratello Idris ha il volto coperto di ferite, una
scheggia nel torace, è stato operato. Anche lo zio dovrà
essere operato, per togliere una scheggia nell'anca. Il giorno dopo
sono arrivati altri due pazienti: una vecchina di novant'anni e un
ragazzo di ventotto, tutti e due avevano bisogno di un intervento
chirurgico per rimuovere le schegge”. Lo zio di Rokia ha racontato
che nel suo villaggio ci sono stati undici morti, tutti civili. Le
“postazioni nemiche” di Kajaki sono le case di fango e paglia
dove vivono Rokha e i suoi bambini?
Attentati suicidi. Continuano
senza sosta anche gli attacchi dei kamikaze. Lo scorso sabato in un
ristorante di Urgun, nella provincia orientale di Paktika, un uomo si
è fatto esplodere provocando la morte di quindici persone.
Lunedì un attentatore suicida a bordo di un'auto ha attaccato
un convoglio delle truppe canadesi, uccidendo due soldati canadesi e
un civile afgano. Martedì un kamikaze ha ucciso un poliziotto
afgano nella provincia occidentale di Herat e lo stesso giorno un
ordigno posto a lato della strada ha ucciso due soldati della Nato
vicino a Logar, poco a sud della capitale Kabul. Mercoledì un
convoglio della Nato è sfuggito all'attacco di un kamikaze,
sono morti però due civili afgani. Uno scenario di guerra
aperta, dunque, mentre i membri del Patto Atlantico si riunivano al
vertice di Riga.
“
Missione possibile”. Intanto
a Riga, al vertice del Patto Atlantico, il segretario generale della
Nato Jaap de Hoop Scheffer ha cercato di convincere gli alleati che
quella in Afghanistan è ancora una “missione possibile”,
ma che è necessario un maggior coinvolgimento di tutti gli
Stati membri. Scheffer si è poi detto “soddisfatto”
dell'allentamento dei
caveat, cioè
delle restrizioni che le singole nazioni pongono al dispiegamento dei
loro contingenti nel Paese. Allentamento che però, a ben
vedere, difficilmente cambierà in modo sostanziale le
possibilità di utilizzare le forze Nato in Afghanistan: tra
gli alleati, solo Lussemburgo, Slovenia e altri contributori minori
hanno accettato di ripensare i loro
caveat. Italia, Francia e
Germania – che insieme contano quasi 5.500 uomini dispiegati nel
Paese - hanno escluso di poterlo fare.