
“Ripensare” è un bel verbo, politicamente corretto, garbato,
che in genere non comporta grossi sacrifici se il nuovo pensiero si ferma lì.
Tuttavia “ripensare” le missioni militari, come si è ripreso a dire in questi
giorni con l’Afghanistan, non è mai un semplice esercizio di pensiero. Con
uomini sul campo che hanno una missione da compiere e che la conducono
credendoci e credendo che tutti ci credano, anche il solo parlare di
“ripensamenti” comporta rischi aggiuntivi. Inoltre si aprono spazi per le
speculazioni e i “ripensamenti” possono essere presi per debolezze, paure,
tentennamenti, disimpegno unilaterale, fuga, tradimento, connivenza con il
nemico e così via. “Ripensare” è perciò in questi casi qualcosa che deve
partire da un quadro di situazione chiaro e ne deve determinare uno altrettanto
inequivocabile.
Significa che quando se ne parla si hanno già una strategia e
un piano operativo che tengono conto dei rischi e delle conseguenze. Significa
che si sono già superate tre fasi preliminari: 1) analisi della missione, dei
risultati, del suo contributo alla stabilità e dei suoi costi; 2) analisi delle
prospettive della sua continuazione; 3) discussione sulla fattibilità e i
rischi delle eventuali alternative.
Afghanistan Compact. Fra pochi giorni cadrà il primo anniversario dell’Accordo
siglato lo scorso anno a Londra: l’Afghanistan Compact, il patto
congiunto tra l’Afghanistan di Karzai, da una parte, e la Comunità
internazionale, compresa la Nato, dall’altra. Fra poco comincerà la serie di
valutazioni sui primi risultati. Tutto scontato: grandi successi sul piano
amministrativo e della democrazia, sul piano della legalità, dell’impianto di
un nuovo sistema giudiziario. Grandi successi nella sicurezza interna e nella
cooperazione internazionale. Grandi successi nella repressione del terrorismo
(ormai scomparso) e della guerriglia dei Talebani. Grazie alla Nato e a
“Enduring Freedom”, l’operazione americana che conferma la prima parte del nome
(infatti “dura” da tanto) con qualche dubbio sulla seconda. Qualche problemino
di sicurezza può essere risolto con più truppe da combattimento della Nato;
qualche difficoltà economica può essere superata con più fondi e i danni
collaterali delle vittime civili o militari coinvolte in azioni di fuoco, sono
appunto collaterali.
Il bicchiere mezzo pieno. Le vittime civili innocenti stanno tuttavia diminuendo
perché i morti sono comunque tutti colpevoli di essere o Taliban o terroristi
o
ribelli soltanto perché morti. A prescindere dal sesso e dall’età.
Qualche
problemino di droga, di corruzione, di criminalità e di dissidenza è in via di
risoluzione con una maggiore forza e determinazione dei servizi segreti, delle
forze armate e di quelle di polizia puntualmente assistite da esperti
stranieri. Stranieri, e in quanto tali “esperti” e “democratici”, sono anche
gli estensori di tutti i rapporti che, per giustificare la paga, non possono
che citare i successi: la classica metà piena del bicchiere. Poco importa se
l’altra metà (il 50 percento) è fatto di rischi e d’insuccessi. Nella corte dei
miracoli degli osservatori internazionali la matematica conta poco. In
qualsiasi ambito il 50 percento di rischi maggiori o di fallimenti sarebbe un
disastro,
nelle aree di crisi è un “incredibile successo”.
Una pietra tombale. Nessuno si azzarderà a dire
che ad appena un anno dalla sua nascita il Compact già presenta il più grave
dei suoi effetti collaterali: la presenza pesante degli americani, il nuovo
ruolo della Nato, l’appalto della sicurezza interna a forze straniere, di stato
e private, e l’appoggio incondizionato a un governo che sopravvive soltanto per
la presenza straniera ha posto una pietra tombale, più che miliare, su
qualsiasi prospettiva di autonomia dell’Afghanistan da interessi e interferenze
esterne. Il Compact era stato presentato dalle Nazioni Unite di Annan, dalla
Gran Bretagna di Blair e dagli Stati Uniti di Bush come una svolta decisiva per
l’Afghanistan, che avrebbe dovuto gradualmente fare da solo. Questo processo
non è neppure incominciato. E dove è cominciato ha visto l’autonomia delle bande
e dei produttori di droga. Kofi Annan se n’è andato, Blair e Bush stanno
uscendo, i falchi dell’antitalebanismo sono in minoranza e Karzai rappresenta
sempre meno l’Afghanistan, ma il paese è più che mai dipendente dall’intervento
straniero.
Cambiare gli equilibri. Il tipo d’intervento è ciò su cui verte il “ripensamento”, ma non è
semplice neppure proporlo, perché il rischio più grave di qualsiasi proposta è
che sia ritenuta velleitaria dagli stessi alleati, se non proprio offensiva,
che venga archiviata come tentativo di sciacallaggio politico o compatita con
sufficienza.
La prospettiva di cambiare la natura e gli equilibri dei
vari contributi nazionali ha senso, ma è irta di difficoltà. Per farla in
armonia, interna e internazionale, occorrerebbe che la Nato cambiasse la propria
strategia e si riportasse sull’assistenza e la cooperazione piuttosto che sulla
repressione. Le prime hanno qualche prospettiva di modificare le condizioni che
causano le ribellioni e il cosiddetto terrorismo mentre la seconda non può che
aggravarle. In caso di rifiuto (prevedibile) bisogna avere il coraggio di
restare o andarsene. Restare con la Nato significa però riconoscere di aver
assunto un impegno comune che richiede la nostra parte: da pari e non da
“paria”. Significa condividere le strategie e le operazioni; significa dare gli
uomini e i mezzi che servono per fare ciò che viene stabilito dall’Alleanza e
che noi condividiamo.
A testa alta. Se invece decidiamo di uscire dall’Afghanistan non
dobbiamo cercare formule meschine o scuse da scolaretti. Dobbiamo dire chiaramente
di essere stati coinvolti in un allargamento di compiti e in una nuova fase
della missione che non condividiamo. Non tanto come italiani, ma come membri
della Nato e dell’Unione Europea; non tanto per beghe interne ma per il
rispetto della lettera e dello spirito delle norme sancite dalla nostra
Costituzione e dalle organizzazioni di cui facciamo parte. Se lo crediamo,
dobbiamo dirlo chiaramente e andarcene, a testa alta e sbattendo la porta. Ne
avremmo il diritto e saremmo rispettati.
Gli strateghi di piombo. Le altre soluzioni alle quali pensano molti nostri
“strateghi di piombo” (dall’equivalenza in peso specifico a ciò che li tiene in
poltrona) sono tutte improponibili. Rimanere e non fare quello che fanno gli
altri ci isola ulteriormente e mortifica il lavoro di quei soldati che a parole
si dice di sostenere. Rimanere e vedersi tagliare i fondi aumenta i rischi e
l’usura dei mezzi e degli uomini senza benefici per la missione. Rimanere e non
avere la responsabilità di un’area determinata, ci fa correre gli stessi rischi
e ci qualifica come “mezzo servizio”. Avere un’area di responsabilità e pensare
di condurvi “strategie” diverse da quelle degli altri significa contribuire
alla divisione del paese.
"Civilizzare le missioni". Pensare
in termini di missione esclusivamente “civile” significa tentare qualcosa mai
tentato da nessun paese. Può essere un’innovazione salutare che però si prevede
di sperimentare sulla pelle degli altri. Come spirito umanitario, non è un buon
inizio. Chi dice che in Afghanistan i problemi di sicurezza sono causati dalle
stesse
forze di sicurezza dice una mezza verità (o mezza menzogna). Chi, invece,
predica la “civilizzazione delle missioni”, dicendo che senza forze di
sicurezza non ci sarebbero problemi, salvo rarissime eccezioni mente sapendo di
mentire. Si potrebbe tentare di convincerlo togliendo qualsiasi controllo dal
territorio in cui opera e vedere quanto dura fisicamente. Oppure vedere quanto
dura senza dover ricorrere alla corruzione, alla connivenza con i banditi e i
criminali o senza sottostare ai ricatti. Poi ci sono i problemi
organizzativi, anche questi tutti inesplorati. Non basta quantificare e
qualificare il nuovo impegno sostitutivo: in soldoni e in progetti concreti.
Mille rivoli di denaro. Bisogna fare attenzione a non toccare i feudi consolidati delle agenzie
internazionali e delle decine (e poi saranno centinaia e migliaia come accaduto
in Kosovo) di organizzazioni non governative che si presentano sullo stesso
territorio. Bisogna fare attenzione ai “profittatori di dopoguerra”, ai
mercenari, agli squadroni della morte, alla criminalità, alle bande e milizie
private che inevitabilmente sono attratte dall’afflusso di “aiuti” e dalla
presenza di stranieri da “mungere”. Bisogna controllare gli aiuti stessi e
capire le intenzioni delle ONG islamiche, o di quelle evangeliste, quacchere e
perfino cattoliche. Occorre non cadere nel vizio globale della “concorrenza
sleale a fini umanitari”. Pensare di affidare tutto alle Organizzazioni non
governative può essere una novità dura da far digerire alla Nato e una sfida
concettuale e organizzativa per gli apparati militari abituati a una visione
mono-dimensionale degli interventi di peace-keeping e cooperazione. Ma potrebbe
anche non piacere all’Onu, per la frammentazione delle iniziative e delle
risorse, e allo stesso Karzai che vedrebbe sparire in mille rivoli (di cui
molti diretti verso i suoi avversari) il fiume di denaro proveniente
dall’estero.
Fattore Afghanistan. E’ evidente che la “strategia del ripensamento” richiede coraggio
e idee chiare, ma non assicura il successo e rischia di provocare guai in Afghanistan,
nella Nato, all’Onu, in Europa e a casa nostra dove il clima è tutt’altro che
improntato alla comprensione dei problemi o alla soluzione concordata.
Occorre
però considerare un ultimo e non insignificante fattore: l’Afghanistan. Perché
è la gente di questo paese a richiedere un cambiamento di strategia. Per il
popolo afgano il Compact è già fallito al 100 percento, se gli aiuti esterni non
consentono la crescita interna, l’autonomia, il diritto di affrontare i propri
problemi con le proprie forze.
L’Afghanistan forse vuole anche un cambiamento
di guida politica; di certo vuole che il cambiamento interno e l’atteggiamento
delle forze esterne si manifestino anche nel rispetto per la gente, per i suoi
diritti e per la sua cultura. L’aiuto internazionale non è commerciabile con la
dignità e allora l’Afghanistan ha bisogno di una strategia complessa e
articolata, fuori dagli schemi e lontana dalle ricette ritenute valide per ogni
situazione e dalle formule magiche che la politica riesce a esprimere quando
non sa che pesci pigliare.
Ha bisogno di un cocktail di provvedimenti di
sicurezza e di aiuti coordinati e condivisi da tutta la comunità
internazionale. Aiuti che non si qualifichino soltanto per la compassione o la
pietà (o la mancanza di compassione e pietà), ma che puntino a uno scopo ormai
dimenticato e via via più difficile: rendere l’Afghanistan protagonista della
costruzione del suo futuro. Avanti, quindi, con giudizio!