
Dal 2001 a oggi, qualcosa è
cambiato per la popolazione femminile in Afghanistan. Diverse donne sono state
elette all’Assemblea nazionale (tutte però, è bene ricordarlo, grazie alle
“quote rosa” e non perché siano state realmente premiate dal voto degli elettori),
nelle città in molte hanno potuto ricominciare a lavorare fuori casa, a
studiare, a frequentare gli spazi pubblici. Per la stragrande maggioranza di
chi abita al di fuori dei grossi centri urbani, tuttavia, sembra che il tempo
non sia passato. Ancora oggi, una donna che nasce in Afghanistan - chiamiamola
Gulchì, con nome di fiore - ancora prima di venire al mondo appartiene al
padre. Nella vita di tutti i giorni, è il fratello a controllarla,
accompagnandola e sorvegliandola quando è costretta a uscire di casa. Se il
padre deve assentarsi per lavoro, o se il padre muore, è il fratello a
diventare il capo della famiglia e a disporre di lei. “Il fratello è peggio del
padre” è la frase di circostanza che le donne usano ogni volta che vengono a
conoscenza di qualche abuso perpetrato su una donna da parte del fratello.
Matrimoni forzati. Il
matrimonio in Afghanistan perlopiù non è una faccenda di cuore, ma un
affare di
famiglia: i matrimoni combinati sono all'ordine del giorno,
perché dare in sposa le proprie figlie a questo o quell'altro gruppo
sociale
serve a stringere legami di solidarietà e cooperazione (e in questo,
notiamo,
raramente i maschi hanno più libertà di scelta rispetto alle loro
sorelle). Gulchì quindi sposerà per scelta della sua famiglia, in
cui ha poca o nulla voce in capitolo, un uomo che attraverso il
matrimonio
acquisisce il diritto di disporre della sua persona, del suo lavoro e
della sua
capacità riproduttiva. La dote, o
shir baha, viene di norma corrisposta
alla famiglia della sposa, proprio nel momento in cui questa lascia la casa del
padre per trasferirsi con il nuovo marito. Questo sistema, contrario peraltro
alle disposizioni coraniche (secondo il Corano, infatti, la dote spetta alla
sposa, che ne dispone in completa libertà e non può essere costretta a cederla
o alienarla contro la sua volontà) fa sì che Gulchì di fatto non possieda nulla
in tutto l’arco della sua vita, anche perché tendenzialmente sarà costretta a
lavorare in casa, ma non potrà trovare un impiego al di fuori di essa. La
condizione delle donne è ulteriormente complicata dalla tendenza, piuttosto
frequente in Afghanistan e pressoché abituale per i gruppi
pashtun, al
matrimonio fra cugini primi, e in particolare fra i figli di fratelli maschi.
Nei matrimoni esogamici, vale a dire quando si sposa qualcuno estraneo al
proprio nucleo familiare, i poteri del
padre e del marito possono in qualche modo bilanciarsi allentando la pressione
sulla donna, che ha “più gioco” fra l'uno e l'altro per ottenere maggiore
libertà. Al contrario, quello che succede quando ci si sposa all’interno della
famiglia, è che il controllo sulla donna di fatto raddoppia.
Suocere e mullah. All'interno della
casa, che per una donna sposata è quindi gran parte del mondo, Gulchì è
sottoposta all'autorità della madre del marito: la suocera dirige la casa,
decide dell’educazione dei nipoti, dà ordini alle nuore. La vecchiaia è di
fatto l’unico periodo della vita in cui una donna acquisisce una forma di
potere, per quanto limitato all’ambito domestico. Ogni venerdì della vita di
Gulchì, invece, il
mullah - figura religiosa che a livello del villaggio
incarna una serie di altre funzioni politiche e di controllo sociale - può
dettare le regole della sua libertà dagli altoparlanti della moschea, imponendo
ad esempio restrizioni sui movimenti delle donne, o sulla loro possibilità di
andare a scuola.
Lo spazio negato. E’ bene ricordare che alle donne afgane lo spazio pubblico è
di norma negato. Quando escono di casa lo possono attraversare, ad
esempio per
andare a comprare qualcosa al mercato (accompagnate naturalmente da un
uomo di
famiglia) o per raccogliere legna, ma non lo possono abitare: gli
uomini si fermano a chiaccherare al mercato, un diritto che le donne
non hanno. Tutto lo spazio è diviso e organizzato in modo che uomini e
donne
appartenenti a diverse famiglie non si possano mai incontrare. Ad
esempio la strada è maschile, come il
bazar e la moschea:
le donne pregano tendenzialmente nelle loro case. Gli spazi di necessità
comuni, come ad esempio il campo ed il cimitero, possono essere luoghi
“pericolosi”: una regola non scritta, quindi, ne regola l'accesso in tempi
distinti, affinché uomini e donne non vi si possano incontrare. Nel
caso dei funerali, alla sepoltura di un parente (uomo o donna) possono
partecipare solo gli uomini: le donne rimangono a casa e possono recarsi al
cimitero solo il giorno dopo, quando gli uomini ne sono invece esclusi. Il
primo giorno dell'anno afgano è il giorno della festa e dei
pic-nic per
tutti i maschi: le donne e i bambini festeggiano il giorno dopo, quando prati
e
montagne sono precluse al sesso opposto. La
vita di una donna afgana, quindi, è ancora oggi nelle mani degli uomini –
padri, mariti, fratelli,
mullah.