31/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una donna coraggiosa sfida le tradizioni di un Paese che non cambia
Donne afganeDonne lapidate a morte perché amano un uomo diverso da quello che sono state costrette a sposare.
Donne picchiate ferocemente o uccise perché non rispettano la tradizione o la volontà del marito. Donne maltrattate e violentate da uomini che nessun tribunale, in quanto uomini, punisce.
Donne che preferiscono darsi la morte con il fuoco pur di non vivere una vita d’inferno.
A tre anni e mezzo dalla caduta del regime talebano la condizione delle donne in Afghanistan non è migliorata. Non solo per il perdurare di tradizioni sociali e costumi familiari duri a morire, ma anche perché il nuovo Stato ‘democratico’ afgano perpetua una politica di discriminazione nei confronti delle donne praticando o assecondando condotte che poco si discostano da quelle promosse dallo Stato ‘tecoratico’ talebano.
Questo, in sintesi, il pessimistico e sconfortante quadro denunciato dall’ultimo rapporto di Amnesty International sulla condizione femminile in Afghanistan, “Donne sotto attacco”, presentato ieri alla stampa internazionale.
“Mariti, fratelli e padri rimangono i primi responsabili delle violenze contro le donne”, si legge nel rapporto, che spiega però come la loro condotta trovi ampio sostegno nel “sistema giuridico tradizionale” e anche nelle “autorità statali”. Queste ultime accusate non solo di “sistematico fallimento” nella tutela dei diritti delle donne, ma di responsabilità diretta in abusi e violenze contro di loro, commessi dagli apparati giudiziari e di polizia.
“Nelle zone rurali del Paese gli uomini continuano a trattar le donne come fossero animali”, ammette Nooria Haqnagar, portavoce del ministero afgano degli Affari Femminili.
Un'ammissione di impotenza che fa il paio con la sprezzante dichiarazione rilasciata ad Amnesty dal governatore di Kandahar: “Abbiamo problemi ben più gravi che star dietro ai diritti delle donne”.
Ma ci sono donne coraggiose che si ribellano e che decidono di difendere da sole i propri diritti.
Carima è una di queste.
E.P.
 

Scritto per noi da Tommaso Merlo*
 
Villaggio nel nord dell'AfghanistanSono le sei di sera e l’ufficio elettorale di Baghlan dovrebbe essere già chiuso da tempo. Mentre degli uomini discutono animatamente al centro del salone, Carima siede in un angolo coprendo con il velo un timido sorriso. Sui trent’anni, il burqa alzato sulla fronte, e un viso colorito e segnato da donna di montagna. Gli occhi neri spalancati e vispi danzano per non perdersi un solo secondo della scena, del suo piccolo trionfo.

L’avventura di Carima ha inizio qualche settimana prima quando, spronata dalla gente del suo villaggio, decide di candidarsi alle prime elezioni parlamentari del dopoguerra. Decisione coraggiosa, non solo perché da poco tempo sa di aspettare un bambino, ma perché qui nel nord le antiche tradizioni tardano ad allentarsi sulle donne. Ma Carima è una donna forte, e nel suo villaggio è tra le poche che hanno studiato.
 
Un villaggio nel nord dell'Afghanistan L’addetto elettorale dell’Onu era giunto al villaggio con l’elicottero. Si era trattenuto solo pochi minuti, giusto il tempo di consegnare agli aspiranti candidati la documentazione necessaria e le istruzioni sulle procedure burocratiche da seguire: trecento firme e 200 dollari di iscrizione. Requisiti entrambi difficili da ottenere in questi piccoli villaggi di contadini poveri.
Ma Carima, mossa dalla sua grande forza di volontà, ci era riuscita.
Dopo aver raccolto le firme e i soldi è partita alla volta della città per presentare la sua candidatura.

Un pastore afganoLa città, Baghlan, non è lontana, ma qui in alta montagna non ci sono strade.
Dopo aver mandato avanti suo fratello con il denaro e i preziosi documenti, Carima si è incamminata lungo il sentiero che si dirige verso sud, verso Kuruck, distante tre giorni di marcia attraverso il passo del Nhamen e poi lungo la valle del fiume Hardim.

Lungo il cammino approfitta dell’ospitalità di amici e parenti che la incoraggiano nella sua sfida. Ma c’è anche chi, tra di loro,  le consiglia di rinunciare “perché tanto non serve a nulla”. Carima però non si fa scoraggiare e prosegue decisa il suo cammino fino Kuruck, da dove prosegue il suo viaggio a dorso di mulo. Un viaggio di altri quattro giorni e mezzo, che ha già fatto tante volte. Ma mai avendo una scadenza così importante da rispettare. Questa volta l’asino le sembra dannatamente lento.
 
Le montagne dell'Afghanistan del nordGiunta in città l’ultimo giorno utile per la presentazione della candidatura Carima ha una bruttissima sorpresa: suo fratello, che l’aveva preceduta con carte e soldi, ha usato le firme e il denaro per candidarsi lui. Ma Carima non si arrende davanti a questa ingiustizia, proprio ora che era arrivata a un passo dalla meta. Infuriata corre all’ufficio elettorale per denunciare il fatto. Sono le quattro e venti quando di fronte al cancello un guardiano le comunica spiacente che è arrivata troppo tardi. In poco tempo un gruppo di passanti attirati dalle proteste di Carima lo convince ad aprire il cancello.

Gli addetti alla registrazione venivano da giorni di lavoro infernale, e una grana all’ultimo minuto proprio non ci voleva. Ma quando capiscono la disavventura di Carima, tutti si convincono ad aiutarla. Così cominciano a firmare per lei. Ma non bastano. I fogli escono dal cortile dell’ufficio e tornano poco dopo zeppi di firme fresche d’inchiostro. E’ quasi fatta, manca solo lui, il fratello con i soldi. Ed eccolo arrivare e, con un sorriso imbarazzato, attraversare velocemente il salone per restituire il maltolto alla sorella. Espletate le ultime formalità, Carima diventa ufficialmente candidata alla Wolesi Jirga, il Parlamento afgano. Mentre degli uomini continuano a discutere di democrazia al centro del salone, Carima li guarda soddisfatta e pensa a quanto Kabul sia ancora lontana. Ma Carima è forte.
 
Categoria: Diritti, Donne, Elezioni
Luogo: Afghanistan
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