Donne lapidate a morte perché amano un uomo diverso da
quello che sono state costrette a sposare.
Donne picchiate ferocemente o uccise perché non rispettano
la tradizione o la volontà del marito. Donne maltrattate e violentate da uomini
che nessun tribunale, in quanto uomini, punisce.
Donne che preferiscono darsi la morte con il fuoco pur di
non vivere una vita d’inferno.
A tre anni e mezzo dalla caduta del regime talebano la
condizione delle donne in Afghanistan non è migliorata. Non solo per il
perdurare di tradizioni sociali e costumi familiari duri a morire, ma anche perché
il nuovo Stato ‘democratico’ afgano perpetua una politica di discriminazione
nei confronti delle donne praticando o assecondando condotte che poco si
discostano da quelle promosse dallo Stato ‘tecoratico’ talebano.
“Mariti, fratelli e padri rimangono i primi responsabili
delle violenze contro le donne”, si legge nel rapporto, che spiega però come la
loro condotta trovi ampio sostegno nel “sistema giuridico tradizionale” e anche
nelle “autorità statali”. Queste ultime accusate non solo di “sistematico
fallimento” nella tutela dei diritti delle donne, ma di responsabilità diretta
in abusi e violenze contro di loro, commessi dagli apparati giudiziari e di
polizia.
“Nelle zone rurali del Paese gli uomini continuano a trattar
le donne come fossero animali”, ammette Nooria Haqnagar, portavoce del
ministero afgano degli Affari Femminili.
Un'ammissione di impotenza che fa il paio con la sprezzante
dichiarazione rilasciata ad Amnesty dal governatore di Kandahar: “Abbiamo problemi
ben più gravi che star dietro ai diritti delle donne”.
Ma ci sono donne coraggiose che si ribellano e che decidono
di difendere da sole i propri diritti.
Carima è una di queste.
E.P.
Scritto per noi da Tommaso
Merlo*

Sono le sei di sera e l’ufficio elettorale di Baghlan dovrebbe
essere già chiuso da tempo. Mentre degli uomini discutono animatamente al
centro del salone, Carima siede in un angolo coprendo con il velo un timido
sorriso. Sui trent’anni, il burqa alzato sulla fronte, e un viso colorito e
segnato da donna di montagna. Gli occhi neri spalancati e vispi danzano per non
perdersi un solo secondo della scena, del suo piccolo trionfo.
L’avventura di Carima ha inizio qualche settimana prima
quando, spronata dalla gente del suo villaggio, decide di candidarsi alle prime
elezioni parlamentari del dopoguerra. Decisione coraggiosa, non solo perché da
poco
tempo sa di aspettare un bambino, ma perché qui nel nord le antiche tradizioni
tardano ad allentarsi sulle donne. Ma Carima è una donna forte, e nel suo
villaggio è tra le poche che hanno studiato.

L’addetto elettorale dell’Onu era giunto al villaggio con
l’elicottero. Si era trattenuto solo pochi minuti, giusto il tempo di
consegnare agli aspiranti candidati la documentazione necessaria e le istruzioni
sulle procedure burocratiche da seguire: trecento firme e 200 dollari di
iscrizione. Requisiti entrambi difficili da ottenere in questi piccoli villaggi
di contadini poveri.
Ma Carima, mossa dalla sua grande forza di volontà, ci era
riuscita.
Dopo aver raccolto le firme e i soldi è partita alla volta
della città per presentare la sua candidatura.

La città, Baghlan, non è lontana, ma qui in alta montagna non
ci sono strade.
Dopo aver mandato avanti suo fratello con il denaro e i preziosi
documenti, Carima si è incamminata lungo il sentiero che si dirige verso sud,
verso Kuruck, distante tre giorni di marcia attraverso il passo del Nhamen e
poi lungo la valle del fiume Hardim.
Lungo il cammino approfitta dell’ospitalità di amici e
parenti che la incoraggiano nella sua sfida. Ma c’è anche chi, tra di loro, le consiglia di rinunciare “perché tanto non
serve a nulla”. Carima però non si fa scoraggiare e prosegue decisa il suo
cammino fino Kuruck, da dove prosegue il suo viaggio a dorso di mulo. Un
viaggio di altri quattro giorni e mezzo, che ha già fatto tante volte. Ma
mai avendo una scadenza così importante da rispettare. Questa volta l’asino le
sembra
dannatamente lento.

Giunta in città l’ultimo giorno utile per la presentazione
della candidatura Carima ha una bruttissima sorpresa: suo fratello, che l’aveva
preceduta con carte e soldi, ha usato le firme e il denaro per candidarsi lui.
Ma
Carima non si arrende davanti a questa ingiustizia, proprio ora che era arrivata
a un passo dalla meta. Infuriata corre all’ufficio elettorale per denunciare il
fatto. Sono le quattro e venti quando di fronte al cancello un guardiano le comunica
spiacente che è arrivata troppo tardi. In poco tempo un gruppo di passanti
attirati dalle proteste di Carima lo convince ad aprire il cancello.
Gli addetti alla registrazione venivano da giorni di lavoro
infernale, e una grana all’ultimo minuto proprio non ci voleva. Ma quando
capiscono la disavventura di Carima, tutti si convincono ad aiutarla. Così
cominciano a firmare per lei. Ma non bastano. I fogli escono dal cortile
dell’ufficio e tornano poco dopo zeppi di firme fresche d’inchiostro. E’ quasi
fatta, manca solo lui, il fratello con i soldi. Ed eccolo arrivare e, con un
sorriso imbarazzato, attraversare velocemente il salone per restituire il
maltolto alla sorella. Espletate le ultime formalità, Carima diventa
ufficialmente candidata alla Wolesi Jirga, il Parlamento afgano. Mentre degli
uomini continuano a discutere di democrazia al centro del salone, Carima li
guarda soddisfatta e pensa a quanto Kabul sia ancora lontana. Ma Carima è forte.