Trent'anni di oblio. Sono passati 32 anni da quando, il 17 aprile 1975, i guerriglieri comunisti
Khmer Rossi, guidati dal generale Pol Pot, entravano nella capitale Phnom Penh,
rovesciando il governo del filoamericano Lon Nol. Ne sono passati più di 28, invece,
da quando le truppe vietnamite, suscitando lo sdegno della comunità internazionale,
rovesciarono il regime di Pol Pot, nel gennaio del 1979. Ma sembrava che nemmeno
lo scorrere del tempo fosse sufficiente a far maturare nel popolo cambogiano e
nella comunità internazionale la forza, l'interesse e la volontà reali di processare
i responsabili di quel genocidio che in quattro anni, con la scusa della rieducazione
di un popolo "corrotto" dai soldi, dall'istruzione e dalle lingue straniere, uccise
almeno un milione e settecentomila persone.
Accordo raggiunto. Oggi è invece arrivato il tanto atteso annuncio: con un ritardo di oltre 6 mesi,
parte il processo nei confronti degli Khmer Rossi. Una commissione mista di giudici
nazionali e internazionali ha infatti trovato un accordo in merito alle regole
procedurali sugli standard giudiziari minimi da imporre durante le udienze, con
lo scopo esplicito di garantirne trasparenza e equità. Era questo il problema
centrale che, dopo anni passati nel tentativo di risolvere una cronica carenza
di fondi per la creazione del tribunale, bloccava da mesi la partenza del processo.
Durante l'ultima settimana il comitato di giuristi ha però deciso che gli avvocati
stranieri potranno difendere gli imputati, mentre le vittime del genocidio potranno
presentare querele alle corti, ma solo in gruppo. Per il resto, la bozza istitutiva
del tribunale, approvata dall'Assemblea Nazionale cambogiana il 2 gennaio del
2001, aveva già stabilito le regole di selezione dei giudici che avrebbero fatto
parte delle Camere Straordinarie, le sfere di competenza delle corti, le modalità
di deliberazione e di svolgimento dell'attività investigativa, che prosegue da
allora.
Mandanti impuniti. Le prime udienze sono ora previste per il 2008, quando il mandato triennale
della corte internazionale sarà ormai ridotto a due soli anni, ma la questione
critica che rimane sul tavolo non sembra essere tanto il tempo a disposizione
dei giudici. Non si sa ancora infatti con precisione chi siederà al banco degli
imputati. Pol Pot è morto ormai da nove anni, mentre il capo dello Stato dei tempi
del regime, Khieu Samphan, e il ministro degli Esteri, Leng Sary, continuano a
circolare a piede libero per la Cambogia. Tra gli analisti internazionali lo scetticismo
è forte: si teme infatti che a fronteggiare il giudizio delle Camere Straordinarie
compariranno solo gli esecutori del regime, mentre la convenienza imporrà di lasciare
che i capi degli Khmer Rossi ancora in vita continuino a godere di una inspiegabile
immunità.