Uccide un bambino africano ogni 30 secondi, infetta 300-500 milioni di persone
nel mondo (nove casi su dieci nell’Africa Sub Sahariana), causa più di un milione
di morti ogni anno, soprattutto sotto i cinque anni. Sono i numeri della malaria,
di cui si torna a parlare il rischio di epidemie tra le popolazioni vittime dello
tsunami.
La ricerca in Mozambico. A metà ottobre si era parlato dell'infezione malarica dopo la pubblicazione
sulla rivista The Lancet dei risultati di una ricerca svolta in Mozambico. Circa duemila bambini, fra
uno e quattro anni di età, hanno ricevuto tre dosi di un vaccino che ha ridotto
il numero di nuove infezioni e la gravità delle stesse nei sei mesi successivi
la vaccinazione. “La messa a punto di un vaccino antimalarico è un obiettivo inseguito
da tanti anni, ma ancora lontano”, spiega Giancarlo Majori, dell’Istituto Superiore
di Sanità, collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). “Il controllo degli effetti del vaccino nei bambini del Mozambico è stato
limitato a 6 mesi, perché la protezione non va oltre, le nuove infezioni in questo
breve periodo sono state ridotte di quasi un terzo. Sono invece interessanti gli
effetti del preparato sulla gravità dell’infezione nei piccoli vaccinati”.
Protezione naturale. Chi vive in zone dove il plasmodio (parassita causa della malaria trasmesso
da alcuni tipi di zanzare) è diffuso, acquista una protezione verso la malattia,
che si presenta con sintomi meno gravi fino addirittura a non dare segno di sé.
Da qui le ricerche su un vaccino che riproduca artificialmente e senza rischi
le condizioni di esposizione al parassita. “Le possibilità di arrivare ad un vaccino
non sono molte. La protezione naturale si ottiene lentamente e solo se vi è una
continua esposizione all’infezione, e la si perde dopo un breve periodo di soggiorno
in una zona non malarica. Un piccolo nato dove la malaria è diffusa ha una protezione
passiva che gli deriva dalla madre fino all’età di sei mesi. Dopo è vulnerabile
all’infezione” sottolinea Majori
Lontano dal proprio Paese. Questo spiega perché la mortalità è alta fino ai 5 anni di età. “A questo punto
il bimbo si è costruito questa immunità: fino a che c’è l’esposizione al plasmodio
si continua a irrobustire la protezione dai sintomi dell’infezione, che sparisce
però appena si lascia la zona dove la malattia è diffusa. I nostri immigrati,
dopo uno o due anni, perdono la loro immunità, e quando ritornano a visitare i
loro cari in Africa, si ammalano. L’infezione che hanno è comunque raramente mortale
(se non curata), perché sono diventati semi-immuni” spiega ancora Majori. “Per
altre malattie infettive è più facile pensare a un vaccino. Per esempio, chi ha
avuto il morbillo sviluppa una protezione di lunga durata e con il vaccino si
ottiene ciò che avviene in natura. Con il virus dell’influenza è più difficile:
ci sono 10 parti del microrganismo che possono stimolare le difese della persona
infettata, ma solo 2 inducono la produzione di anticorpi protettivi. I parassiti
malarici sono ancora più complessi, perché hanno 100 volte di più informazioni
genetiche”.
Tempi lungi, costi alti. La protezione che si può ottenere con i vaccini sembra sia più efficace di quella
naturale. “Questo bilancia un pochino il pessimismo appena espresso. Vi sono oggi
da 25 a 75 candidati vaccini. Il preparato utilizzato in Mozambico è il più avanzato
nella sperimentazione ma, ammesso che vada tutto bene, non sarà in commercio prima
del 2010. Per esso si prospetta un mercato di circa 3 miliardi di dollari. Con
costi così alti, quanto vaccino potrà arrivare in Africa e quando?”.