15/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Etiopia sempre più coinvolta in una guerra civile senza prospettive
Se qualcuno aveva ancora dubbi sull'odio che la popolazione di Mogadiscio nutre verso le truppe etiopi, le immagini trasmesse la scorsa settimana dei tre soldati uccisi e trascinati per le strade della capitale in un macabro remake del 1993 devono averli fugati del tutto. Come i marines dell'operazione Restore Hope, i cadaveri degli etiopi sono stati oltraggiati in tutti i modi, scatenando una rappresaglia costata la vita ad almeno 200 persone. Troppo coinvolta per potersi tirare fuori dalla crisi ma senza i mezzi per risolverla, la missione etiope in Somalia assomiglia ogni giorno di più a quella americana in Iraq: senza prospettive.

Civili in fuga da MogadiscioE' passato quasi un anno da quando, lo scorso dicembre, le truppe etiopi entrarono nella capitale somala, dopo aver scacciato senza colpo ferire gli uomini delle Corti islamiche. In pochi mesi, il trionfo etiope si è trasformato in una vittoria di Pirro, con gli insorti somali che, in un'altra analogia irachena, hanno preferito ingaggiare un'estenuante lotta di retroguardia contro una forza di occupazione molto più potente. Il risultato sono stati migliaia di morti, soprattutto civili, e centinaia di migliaia di sfollati, frutto principalmente delle rappresaglie delle truppe somalo-etiopi, incapaci di stanare i ribelli e costrette a inseguire un nemico sfuggente, appoggiato dalla popolazione e che si nasconde in ogni dove.
Il fallimento militare fa pendant con quello politico: i due maggiori alleati di Addis Abeba, il presidente Abdullahi Yusuf e il premier Mohammed Gedi, si sono affrontati per mesi in una lotta che ha visto soccombere il secondo, costretto a rassegnare le dimissioni. Più in generale, Parlamento e governo, più impegnati a litigare tra loro che a risollevare il Paese, non sono riusciti a combinare granché. La Somalia rimane uno stato in preda alla guerra civile, con centinaia di migliaia di sfollati senza assistenza, un'economia allo sbando e servizi inesistenti.

In una situazione così disperata, i somali hanno sviluppato doti non comuni per sopravvivere, ravvivando certi settori economici e mettendosi in proprio per garantire alcuni servizi di base, come le scuole. Dal governo, impegnato negli ultimi giorni ad attuare l'ennesima stretta contro i media locali, non arrivano aiuti di alcun tipo. E l'Etiopia, grazie al cui esercito le istituzioni somale riescono a sopravvivere, si ritrova ad aver scommesso sul cavallo sbagliato.
Neanche l'internazionale guerra al terrorismo basta più giustificare la presenza etiope a Mogadiscio. Lo scorso fine settimana, l'Egitto ha chiesto alla comunità internazionale di prendersi le sue responsabilità, velocizzando la partenza degli etiopi che, secondo un diplomatico cairota, sono diventati parte del problema invece di esserne la soluzione.

Una manifestazione contro la presenza dei soldati etiopi a MogadiscioLa realtà è che l'Etiopia, con tutti i suoi limiti, è l'unica nazione disposta a sporcarsi le mani nel pantano somalo: dei quattro Paesi che avevano promesso soldati per la missione dell'Unione Africana, solo l'Uganda ha rispettato l'impegno. Ora, la missione di stanza a Mogadiscio conta 1.600 uomini (invece degli 8.000 previsti) e non ci sono segni che altri Paesi si facciano avanti per colmare il gap.
Le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, che ha recentemente definito “non realistica” l'eventualità di un dispiegamento di forze Onu nel Paese, fotografano bene la situazione. Secondo il segretario, l'unica soluzione sarebbe la creazione di una “coalizione di volenterosi”, anche questa in stile Iraq, che aprà la strada a un non garantito intervento Onu in futuro. Con una piccola differenza: mentre gli Usa avevano trovato decine di partner per la loro avventura irachena, a Mogadiscio nessuno vuole metter piede. 

Matteo Fagotto

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