Se qualcuno aveva
ancora dubbi sull'odio che la popolazione di Mogadiscio nutre verso
le truppe etiopi, le immagini trasmesse la scorsa settimana dei tre
soldati uccisi e trascinati per le strade della capitale in un
macabro remake del 1993 devono averli fugati del tutto. Come
i marines dell'operazione Restore Hope, i cadaveri degli
etiopi sono stati oltraggiati in tutti i modi, scatenando una
rappresaglia costata la vita ad almeno 200 persone. Troppo coinvolta
per potersi tirare fuori dalla crisi ma senza i mezzi per risolverla,
la missione etiope in Somalia assomiglia ogni giorno di più a
quella americana in Iraq: senza prospettive.

E'
passato quasi un anno da quando, lo scorso dicembre, le truppe etiopi
entrarono nella capitale somala, dopo aver scacciato senza colpo
ferire gli uomini delle Corti islamiche. In pochi mesi, il trionfo
etiope si è trasformato in una vittoria di Pirro, con gli
insorti somali che, in un'altra analogia irachena, hanno preferito
ingaggiare un'estenuante lotta di retroguardia contro una forza di
occupazione molto più potente. Il risultato sono stati
migliaia di morti, soprattutto civili, e centinaia di migliaia di
sfollati, frutto principalmente delle rappresaglie delle truppe
somalo-etiopi, incapaci di stanare i ribelli e costrette a inseguire
un nemico sfuggente, appoggiato dalla popolazione e che si nasconde
in ogni dove.
Il
fallimento militare fa pendant con quello politico: i due
maggiori alleati di Addis Abeba, il presidente Abdullahi Yusuf e il
premier Mohammed Gedi, si sono affrontati per mesi in una lotta che
ha visto soccombere il secondo, costretto a rassegnare le dimissioni.
Più in generale, Parlamento e governo, più impegnati a
litigare tra loro che a risollevare il Paese, non sono riusciti a
combinare granché. La Somalia rimane uno stato in preda alla
guerra civile, con centinaia di migliaia di sfollati senza
assistenza, un'economia allo sbando e servizi inesistenti.
In una
situazione così disperata, i somali hanno sviluppato doti non
comuni per sopravvivere, ravvivando certi settori
economici e mettendosi in proprio per garantire alcuni servizi di
base, come le scuole. Dal governo, impegnato negli ultimi giorni ad
attuare l'ennesima stretta contro i media locali, non arrivano aiuti
di alcun tipo. E l'Etiopia, grazie al cui esercito le istituzioni
somale riescono a sopravvivere, si ritrova ad aver scommesso sul
cavallo sbagliato.
Neanche
l'internazionale guerra al terrorismo basta più giustificare
la presenza etiope a Mogadiscio. Lo scorso fine settimana, l'Egitto ha
chiesto alla comunità internazionale di prendersi le sue
responsabilità, velocizzando la partenza degli etiopi che,
secondo un diplomatico cairota, sono diventati parte del problema
invece di esserne la soluzione.

La
realtà è che l'Etiopia, con tutti i suoi limiti, è
l'unica nazione disposta a sporcarsi le mani nel pantano somalo: dei
quattro Paesi che avevano promesso soldati per la missione
dell'Unione Africana, solo l'Uganda ha rispettato l'impegno. Ora, la
missione di stanza a Mogadiscio conta 1.600 uomini (invece degli
8.000 previsti) e non ci sono segni che altri Paesi si facciano
avanti per colmare il gap.
Le
parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, che ha
recentemente definito “non realistica” l'eventualità di un
dispiegamento di forze Onu nel Paese, fotografano bene la situazione.
Secondo il segretario, l'unica soluzione sarebbe la creazione di una
“coalizione di volenterosi”, anche questa in stile Iraq, che aprà
la strada a un non garantito intervento Onu in futuro. Con una
piccola differenza: mentre gli Usa avevano trovato decine di partner
per la loro avventura irachena, a Mogadiscio nessuno vuole metter
piede.