L’Algeria confina a nord-ovest con il Marocco e il Sahara Occidentale, a sud-ovest con il Mali e la Mauritania, a sud-est con il Niger, a est con la Libia e a nord-est con la Tunisia. A nord si affaccia sul Mar Mediterraneo e la fascia costiera è molto fertile. La parte meridionale è desertica (Sahara) e quella centrale è caratterizzata dai rilievi dell’Atlante. Paese ricco di risorse naturali: petrolio e gas, ma anche zinco e uranio. Nel sud il processo di desertificazione è rapido e il problema si aggrava se si considera che il nord del paese subisce una pesante erosione idrica. L’Algeria è un territorio estremamente sismico ed è stato devastato da un violento terremoto nel maggio 2003, costato la vita a circa 2300 persone: una strage che deve le sue dimensioni anche alle drammatiche condizioni abitative delle regioni colpite e alla lentezza dei soccorsi.
Anche se controverso, rimane forte il rapporto con l’ex potenza coloniale francese: la comunità di algerini che vive in Francia è numerosa. Il sud del paese è abitato da gruppi nomadi legati ai Tuareg del Niger e del Mali. La società civile è attraversata dalle tensioni tra governo (con l’appoggio dei militari) e fondamentalisti islamici e tra governo e ribelli berberi della Cabilia.
La fonte di ricchezza principale del paese è il petrolio e il governo ha fatto della riforma del settore petrolifero la sua priorità, attraverso una maggiore apertura ad aziende straniere. Ha una rete efficiente che collega i pozzi alle raffinerie e queste ai porti sulla costa. L’agricoltura viene praticata sulla fertile fascia costiera, sugli altipiani e nelle oasi, ma non basta al fabbisogno nazionale.
Il governo sembra reggersi sull’appoggio dei militari e dei servizi segreti. In vista delle elezioni presidenziali del 2004 la tensione ha ricominciato a salire. Nel 2002-2003, l’Algeria ha moltiplicato gli impegni internazionali per normalizzare i suoi rapporti diplomatici, come se cercasse all’estero il riconoscimento che in patria gli manca. Non sono ammessi partiti politici la cui ideologia si richiami alla razza, alla religione, al sesso o alla lingua. Il tentativo è di tenere sotto controllo la minoranza berbera e gli estremisti islamici, ma con scarsi risultati.
Le televisioni e le stazioni radio subiscono un rigido controllo dalle autorità
governative, ma una stampa libera esiste e riesce, dopo l’abolizione del monopolio
statale dell’informazione nel 2000, a lavorare in maniera critica verso il governo
e i gruppi islamici integralisti, pagando spesso con la vita. Dal 1993 al 1997
ben 57 giornalisti sono stati assassinati. La maggior parte di loro è stata uccisa
da fondamentalisti islamici.
Resta comunque libera, secondo alcuni, in quanto innocua nel senso che pochissimi
algerini leggono i giornali e, qualora esagerassero, sarebbero comunque ricattabili
dal fatto che tutta la stampa e la pubblicità passa dalle casse governative.
L'Algeria - divenuta indipendente nel 1962 dopo otto anni di sanguinosa guerra
contro la Francia (più di un milione furono i civili algerini uccisi) - fino al
1989 è stata governata dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). Leader indiscusso
della lotta di liberazione, Ben Bella, dovette subito sedare le derive confessionali
degli ulema che volevano fare dell’Algeria indipendente, un paese islamico.
Populista di orientamento socialista, Ben Bella nazionalizzò i beni francesi
e tentò un’autogestione delle risorse che si rivelò economicamente disastrosa.
Le tensioni con la minoranza berbera e con i fondamentalisti islamici erano a
stento trattenute ed esplosero quando il paese tentò la via della modernità. Le
prime elezioni multipartitiche (1991) sono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza
(Fis), ma questo risultato viene dichiarato nullo dall'esercito, che nel 1992
prende il potere con un golpe e mette fuori legge il Fis.
Inizia così un periodo di violenti scontri armati tra le forze governative e
le milizie islamiche del Fis clandestino, con ricorrenti massacri di civili, compiuti
sia dagli integralisti che dalle squadre speciali dell'esercito. Nel 1999, dopo
sette anni di guerra e oltre 100 mila morti, il primo presidente civile, Abdelaziz
Boutefilka, avvia il processo di pace, offrendo l'amnistia ai combattenti islamici
in cambio del loro disarmo.
Il Fis accetta la tregua, ma le fazioni più fondamentaliste - il Gruppo Islamico
Armato (Gia) e il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc)
- la rigettano, proseguendo la guerriglia contro il governo e portando a termine
azioni di stampo terroristico ai danni delle popolazioni dei villaggi algerini
per alimentare le tensioni che già attraversano il Paese. Secondo alcuni osservatori
internazionali sembra che i sanguinosi massacri di civili non siano sempre opera
degli integralisti: stando alle denunce di alcuni ex ufficiali dell'esercito algerino,
le forze di sicurezza statali infiltrano e manipolano i gruppi armati islamici
per giustificare agli occhi del mondo la permanenza al potere del governo.
Gli scontri armati e le violenze terroristiche continuano ancora. Il numero delle
vittime supera ormai i 150 mila morti, senza contare le migliaia di persone torturate
e scomparse e le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute da entrambe
le parti in conflitto. A questa guerra civile a bassa intensità - come spesso
viene definita - dalla primavera 2001 si aggiunge la ribellione autonomista della
minoranza berbera della Cabilia, duramente repressa dal regime e ancora non esaurita
nonostante il riconoscimento costituzionale della lingua tamazight.
La guerra civile tra i gruppi integralisti islamici e il governo non conosce
tregua. Stragi di civili, agguati e scontri armati continuano a segnare la quotidianità
delle cronache algerine. Il presidente Abdelaziz Boutefilka ha adottato il pugno
di ferro contro gli estremisti del Gruppo Islamico Armato (Gia) e del Gruppo Salafita
per la Predicazione e il Combattimento (Gspc): le operazioni antiterrorismo condotte
dall'esercito sono sempre più frequenti e si concludono spesso con pesanti perdite
tra le fila degli integralisti armati.
Parallelamente, nel tentativo di guadagnare consensi sia interni che internazionali,
il governo ha teso una mano all'opposizione islamica scarcerando nel luglio 2003
i due leader storici del disciolto Fronte Islamico di Salvezza (Fis), Abassi Madani
e Ali Belhadj. Boutefilka ha inoltre istituito nel 2003 il "Der el Ifta", un'istituzione
religiosa che ha il compito di fornire le indicazioni e le prescrizioni ufficiali
in materia di fede. Il governo algerino continua comunque a godere di un notevole
sostegno popolare, sorretto da alcune riforme come la presenza di quattro donne
nella squadra di governo, dopo le elezioni del 2002, per la prima volta nella
storia del Paese ( tra loro la leader femminista Khalida Messaoudi). Il governo,
risolto o quasi il problema della sicurezza, deve tenere sotto controllo la situazione
rispetto alle tensioni sociali e alle misere condizioni di vita in cui versa la
maggior parte della popolazione, che considera i governanti e i politici di Algeri
come una classe corrotta e inefficiente.
La disoccupazione, quindi, è il problema principale. Le elezioni
presidenziali dell'aprile 2004 hanno visto la trionfale rielezione di
Bouteflika, a dimostrazione del fatto che, pur con tutti i problemi
legati al lavoro, la gratitudine verso il presidente della
pacificazione non accenna a calare. Alì Benflis, principale rivale di
Bouteflika, ha denunciato brogli ma, 120 osservatori dell'OSCE,
hanno ritenuto le operazioni di voto trasparenti. A settembre del 2005
il Presidente Bouteflika ha deciso che, per tentare di bloccare lo
stillicidio di morti che continua quotidiano a causa degli scontri tra
polizia algerina e nuclei di fondamentalisti, ha deciso di sottoporre
alla popolazione un referendum che chiedeva semplicemente di mettere
una pietra sopra al passato: cancellazione di tutte le responsabilità
della guerra civile, sia quelle dei militari che quelle dei miliziani
del GIA. Il referendum è stato approvato con il 99 per cento dei
consensi, anche se l'affluenza alle urne è stata ridotta.
Da quel momento sono stati rilasciati più di 2mila ex guerriglieri, ma
il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento non depone le
armi e continua a scontrarsi con l'esercito. Al momento, secondo fonti
dell'opposizione, Bouteflika lavorerebbe a una riforma della
Costituzione che gli permetterebbe di ottenere un nuovo mandato.