Le Filippine disegnano, da nord a sud, una linea di circa 7mila isole al largo
delle coste vietnamite e a nord dell'Indonesia. I rapporti con i Paesi vicini
sono difficili a ovest, dove il governo di Manila rivendica la sovranità della
regione malaysiana di Sabah e rivaleggia con Cina, Malaysia, Taiwan, Vietnam e
Brunei per il controllo degli atolli Spratly, via strategica per il traffico marittimo
e ricchissimi di petrolio. Nelle isole maggiori di Luzon a nord e di Mindanao
a sud si concentrano le tensioni interne che vedono contrapposti gruppi separatisti
al governo centrale.
I disastri naturali sono molto frequenti e minacciano periodicamente la sopravvivenza
delle popolazioni più disagiate, le più esposte alle conseguenze di terremoti
e alluvioni. Cime di una catena montuosa parzialmente sommersa, le Filippine contano
47 vulcani dei quali molti attivi. Il clima é caratterizzato dalla presenza del
monsone estivo (giugno-ottobre) che soffia da sud-ovest sulle isole circa 15 cicloni
all'anno. Un alto grado di sismicità scatena inoltre numerosi terremoti distruttivi.
Colonia spagnola fino al 1898 e poi statunitense fino al 1946, le Filippine rimangono
strettamente legate agli Usa anche dopo l'indipendenza. Washington mantiene nell'arcipelago
una massiccia presenza militare ed economica, e appoggia sia i primi regimi conservatori
espressione dei latifondisti (1946-1965), sia la dittatura di Ferdinando Marcos,
al potere dal 1965.
Nel 1986 però un fortissimo movimento popolare, non piegato dalla repressione militare,
il cosiddetto People Power, costringe Marcos all'esilio e porta al potere Corazòn Aquino. Il governo della
Aquino, chiamata dal popolo "Cory" e moglie del senatore Ninoy Aquino assassinato
dal regime di Marcos, sopravvive a sei tentativi di colpo di stato, intraprendendo
un coraggioso processo di democratizzazione e trasformazione sociale del Paese.
Nell''87 viene adottata la prima costituzione democratica. Di fronte all'avvio
della riforma agraria, la resistenza dei latifondisti ostacola le altre riforme,
lasciando gran parte della popolazione filippina in condizioni di estrema povertà.
Miseria e disperazione, fin dagli anni '70, tengono vive due rivolte armate nelle
aree più degradate del Paese.
Nell'isola meridionale di Mindanao, abitata dalla minoranza musulmana (i più
poveri ed emarginati tra i filippini), combattono i guerriglieri del Fronte di
Liberazione Nazionale Moro (Mnlf) che nel 1996 cambiano nome in Fronte Islamico
di Liberazione Moro (Milf).
Nel nord montuoso e arretrato è attiva, invece, la guerriglia maoista del Nuovo
Esercito Popolare (Npa).
Dopo la Aquino, dal 1992 in poi, si succedono al governo presidenti inetti e
corrotti, che accumulano tesori personali lasciando sprofondare il Paese in una
gravissima crisi economica.
Nel 2001, come 15 anni prima, il People Power ritorna a lottare per le riforme. Le piazze di Manila si riempiono di cittadini
che chiedono e ottengono le dimissioni del presidente Joseph Estrada, accusato
di corruzione e di incapacità politica. Gli succede - anche qui come nell'86 -
una donna, Gloria Arroyo, che si impegna per risollevare le sorti morali ed economiche
del Paese.
I movimenti armati però continuano a seminare il terrore tra i civili. La guerriglia
comunista dell'Npa dalle campagne arriva anche nelle città del nord e il trentennale
conflitto indipendentista a Mindanao, che nonostante numerosi tentativi di pacificazione
ha già causato 150 mila morti, prosegue senza tregua.
Dal 1991 l'esercito di Manila è impegnato in una difficile campagna militare
contro il gruppo terrorista islamico "Abu Sayyaf", che opera nell'arcipelago sud-occidentale
di Sulu compiendo attentati e rapimenti. La formazione sembra essere legata alla
rete terroristica di Osama Bin Laden, Al-Qaeda. Ciò costituisce un motivo in più
per l'Arroyo per stringere alleanza con gli Usa nella "guerra mondiale al terrorismo",
soprattutto dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Il governo ha così intensificato
la repressione militare nei confronti dei guerriglieri indipendentisti islamici
che da trent'anni combattono nel sud del Paese. In cambio, gli Usa hanno inviato
nel luglio 2002 un contingente di 1700 marines per combattere a fianco dei soldati
filippini. Ma il conflitto, costato finora 150 mila morti, non si é fermato.
Nel 2002 gli scontri tra l'esercito governativo e i combattenti del Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf) nell'isola meridionale di Mindanao sono riesplosi con violenza. Sempre aperto, anche se meno "caldo", il fronte dei ribelli maoisti del Nuovo Esercito Popolare (Npa). Dal 1969 l'Npa combatte contro il governo nel centro e nel nord del Paese. Un conflitto che ha provocato 25mila morti. Tutti gli scontri armati si alternano ad attentati contro civili e tentativi di dialogo mai concretizzati.
Nel corso del 2003 povertà, corruzione endemica e terrorismo secessionista continuano dunque ad affliggere le Filippine facendo vacillare il governo di Gloria Arroyo. Il 27 luglio 2003 quasi 300 militari hanno occupato il quartiere diplomatico della capitale Manila lamentandosi per i bassi salari e per la corruzione degli alti ufficiali. Dopo 24 ore gli ammutinati sono tornati in caserma, ma le tensioni non si sono esaurite. Nella notte del 7 settembre un pugno di militari ha occupato la torre di controllo dell'aeroporto. L'assedio è durato un'ora e si conclude nel sangue: tutti gli uomini del commando sono stati uccisi dalle forze dell'ordine.
Due commissioni indagano su un eventuale tentativo di golpe ideato dall'ex presidente corrotto Estrada, mentre pendono le accuse mosse dai militari ribelli contro l'Arroyo: "Il presidente finanzierebbe i guerriglieri secessionisti del sud per assicurarsi il supporto degli Stati Uniti".
L'80% della popolazione filippina è cattolica e la convivenza con la minoranza musulmana (5%) é spesso fonte di tensioni alimentate dallo scontro tra i guerriglieri indipendentisti islamici e le forze del governo. I conflitti, concentrati nelle regioni meridionali di Sulu e di Mindanao, a maggioranza musulmana, provocano da tre decenni fughe in massa e vittime tra la popolazione civile. Mentre le comunità musulmane crescono nella capitale Manila.
Continue emigrazioni affliggono la popolazione filippina che dagli anni '60 fugge dalle aree rurali più povere verso le concentrazioni urbane interne e verso i paesi stranieri industrializzati. A Manila i filippini lavorano come manodopera a basso costo nelle fabbriche in cui sono prodotti i beni delle multinazionali occidentali. In Europa, Asia e Stati Uniti sono impiegati nelle collaborazioni domestiche e soffrono l'emarginazione.
Le carenze del sistema giudiziario continuano a colpire i più deboli. I bambini di strada vengono incarcerati e sono di solito privi di qualsiasi assistenza. Le le donne in prigione sono vittime di stupri e aggressioni. Le milizie private, che hanno caratterizzato la dittatura di Ferdinand Marcos (1965-1986) sono ancora attivi. A Mindanao lo Squadrone della morte Davao compie uccisioni sommarie e in alcune zone gli agenti locali sparano a vista ai criminali sospetti.
Le lingue ufficiali sono il Filippino e l'Inglese, quest'ultimo retaggio della colonizzazione Usa. La maggioranza dei filippini preferisce parlare i ben 87 dialetti locali.
Nonostante la promessa del governo Arroyo di "cancellare 40 anni di povertà in dieci anni (2001-2011)", un numero crescente di filippini vive in miseria. Il 40 per cento degli abitanti é povero, il 23 per cento é denutrito, mentre circa il 30 per cento dei bambini (metà della popolazione filippina) non ha accesso a una alimentazione adeguata. La miseria colpisce prevalentemente le genti delle zone rurali come quelle musulmane del sud, alimentando le insurrezioni dei guerriglieri separatisti in nome dell'Islam.
I programmi di privatizzazione, di miglioramento delle infrastrutture e di revisione
del sistema fiscale che dovrebbero avvicinare le Filippine ai paesi neo-industrializzati
dell'Asia Orientale, stridono con la diminuzione della produzione (-2 per cento)
e la contrazione degli investimenti esteri (-37 per cento).
Per quanto riguarda il turismo, le Filippine restano l'angolo più dimenticato
del Sud-Est asiatico. Il futuro dell'economia dipende dalle performance dei suoi
maggiori partner economici: gli Stati Uniti che Manila appoggia nella lotta internazionale al terrorismo e il Giappone. I consiglieri Usa sostengono l'amministrazione Arroyo che per
combattere criminalità e terrorismo ha dotato la polizia e l'esercito di fondi
straordinari.
Le Filippine approdano alla democrazia con la ratifica della Costituzione del 1987. Anche se diversi tentativi di colpi di stato e amministrazioni corrotte fanno vacillare i governi fino all'elezione del presidente Gloria Macapagal Arroyo nel gennaio 2001. L'Arroyo, 52enne, economista e cattolica, succede al presidente Estrada, incriminato per corruzione, perseguendo un programma di stabilizzazione politica. Vicina agli Usa, dove ha studiato, é tra i primi leader asiatici ad appoggiare Washington nella guerra al terrorismo.
Un'iniziativa che accentua i contrasti interni al governo. Il ministro degli esteri si dimette nel luglio 2002, quando le truppe statunitensi sbarcano nel sud del paese per combattere Abu Sayyaf. In due anni, l'Arroyo ha perso progressivamente il consenso popolare. Il suo governo non ha trovato soluzione alle questioni che stanno più a cuore ai filippini: la crisi economica e il dilagare di criminalità e attentati a danno dei civili. Potenziali rivali si stanno affacciando sulla scena politica, mentre a luglio 300 ammutinati hanno accusato il presidente di finanziare i guerriglieri del Sud. Il 10 maggio scorso si sono tenute le elezioni e, dopo uno spoglio elettorale durato sei settimane, l'Arroyo è risultata vincitrice per un pugno di voti. Segno che il Paese è profondamente spaccato.
La libertà di stampa é una recente conquista (Costituzione del 1987). Le reti televisive sono controllate da un gruppo ristretto di grandi imprenditori e ricche famiglie e molte di queste trasmettono nei dialetti locali. Solo 4 milioni di filippini hanno accesso a internet.