Un rapporto del governo iracheno descrive la dissoluzione delle minoranze religiose irachene
La
popolazione irachena è costituita in maggioranza da musulmani,
che sono il 97 percento della popolazione. Al 65 percento sono
sciiti, al 32 percento sono sunniti, mentre il restante 3 percento
sono cristiani e altre minoranze. Sono dati che risalgono all'ultimo
censimento fatto nel paese, nel 1997, ma dall'invasione del 2003
molte cose sono cambiate. Una fotografia della situazione delle
minoranze religiose l'ha divulgata il 1 luglio il ministero dei
Diritti Umani iracheno che, per ogni comunità, ha calcolato il
numero di vittime e quello delle persone sfollate all'interno del
paese, dal 2003 al 2007.

Secondo
il rapporto, la comunità che ha dovuto subire maggiori
persecuzioni in seguito all'invasione è stata quella degli
shabaki, cultori di una religione ibrida tra l'islam della mistica
sufi, cristianesimo e yazidismo. Possono bere alcolici e vanno in
pellegrinaggio nei luoghi santi dello yazidismo. Comunemente vengono
considerati una minoranza tra i curdi. In seguito alle campagne di
arabizzazione condotte da Saddam negli anni '80, gli shabaki furono
spinti verso il nord del paese e oggi vivono quasi totalmente a est
di Mosul e nella provincia di Niniveh. Prima del 2003 si stimava che
fossero circa 300mila persone. I ministero iracheno sostiene che,
alla fine del 2007 la comunità contava 529 casi di omicidi
legati più o meno direttamente alla guerra, e almeno 16 mila
elementi sfollati in altre zone del paese. Il secondo gruppo
maggiormente preso di mira è stato quello degli Yazidi,
insediati anche loro nel nord, nella provincia di Niniveh. Questi
sono considerati dai musulmani come degli eretici adoratori del
diavolo, ma si tratta solo di pregiudizi. In realtà credono
che il mondo sia retto da sette creature angeliche, capeggiate da
Melek Taus, un angelo dalle fattezze di pavone chiamato anche
Shaytan, nome che ha dato origine al pregiudizio. Gli Yazidi in Iraq
erano circa 650 mila. Il rapporto sostiene che le vittime tra loro
dal 2003 sono state 335, ma non ci sono dati su quanti abbiano
lasciato il paese. In questo caso due terzi delle vittime sono cadute
lo stesso giorno, nell'agosto del 2007, quando quattro autobombe li
presero di mira a Niniveh, uccidendone 215. La terza minoranza più
colpita è stata quella cristiana, storicamente la meglio
integrata ma presa di mira soprattuto per la vicinanza al mondo
occidentale: gli episodi di attacchi contro rivendite di alcolici o
musica gestite da cristiani sono stati molto numerosi. I più
colpiti sono stati i caldei (107 vittime), segiuti dagli ortodossi
(33) e poi cattolici, assiri, anglicani e armeni. Infine il rapporto
cita i sabei. Noti anche come mandeani, sono rappresentanti di un
culto monoteista incentrato sulla figura di Giovanni Battista e sulla
convinzione che Gesù fosse un falso messia. Prima della guerra
i Sabei iracheni erano circa 60mila, insediati soprattuto nel sud del
Paese, nella zona dello Shatt el Arab. Il rapporto del ministero
iracheno conta 127 vittime legate al conflitto e 13 mila famiglie che
hanno lasciato il paese.

I
numeri dei caduti all'interno delle comunità minoritarie
irachene citati dal rapporto sembrano però calcolati per
difetto, oppure, sono afflitti dal problema in cui si incappa ogni
volta che si cerca di calcolare le vittime totali del conflitto:
possono essere contate solo quelle di cui la stampa dà
notizia, ma gran parte delle violenze in Iraq avvengono lontano dai
riflettori, specialmente quando a farne le spese sono, appunto, le
minoranze. Questo forse può spiegare il fatto che, secondo
altre fonti, le comunità citate nel rapporto risultino oggi
decimate. La popolazione degli shabaki, 300mila persone prima del
2003, risulta oggi ridotta a 60mila. Mentre quella dei Mandeani
sarebbe passata da 60 a 5 mila. L'enorme divario tra prima e dopo la
guerra si può spiegare anche con il fatto che il clima di
intolleranza esploso nel paese dopo l'invasione abbia spinto molti
gruppi a nascondersi sotto la superficie, come nel caso degli
shabaki, che sono sempre più mimetizzati, almeno
politicamente, nella comunità curda.

Che
la libertà religiosa sia fortemente più minacciata
rispetto al tempo di Saddam lo certifica anche il Dipartimento di
Stato Usa, secondo cui, se da un lato c'è stata una riduzione
delle restrizioni imposte dal governo alle comuntà religiose,
dall'altro, c'è stata una netta crescita delle vessazioni
sociali ai danni dei non musulmani, che hanno dovuto subite
discriminazioni, abusi e una lunghissima serie di lutti per mano
delle squadre della morte che hanno imperversato per tutto il 2007.
Anche dal punto di vista delle leggi, però, la Costituzione
scritta dopo l'invasione non tutela esplicitamente le minoranze.
All'articolo 2 si parla di “libertà religiose garantite”,
ma nello stesso si stabilisce anche che nessuna legge del codice potà
contraddire i precetti dell'islam. Questa clausola apre le porte
della giustizia ai teologi, che devono decidere cosa sia o non sia
conforme all'islam. Nell'articolo 89 si dichiara esplicitamente che
la composizione della Corte Suprema irachena dovrà includere
anche esperti di legge islamica. Non stupisce che, in questo
contesto, le minoranze preferiscano scappare dalla Mesopotamia,
sempre più patria dell'islam e sempre meno culla delle
civiltà.