L'alleanza tra gli insorti islamici e i pirati del Corno d'Africa minaccia il governo
scritto per noi da
Matteo Fagotto
"In un anno l'emergenza umanitaria è raddoppiata: da 34.000 sfollati siamo passati
a più di 75.000. E i mezzi per assistere questa gente non ci sono". Nelle parole
riferite a PeaceReporter dalla dottoressa Hawa Abdi, responsabile dell'omonimo campo per sfollati situato
ad Afgooye, alla periferia della capitale Mogadiscio, è racchiusa tutta la crisi
somala. La guerra civile ha raggiunto il suo apice dall'inizio degli anni '90.
Più di tre milioni di persone, metà della popolazione, necessitano di aiuti umanitari
per sopravvivere. Mentre gli attacchi delle milizie islamiche e dei pirati crescono
di intensità.

Nonostante l'accordo trovato due giorni fa a Nairobi tra il presidente Abdullahi
Yusuf e il premier Nur Hassan Adde, che dovrebbe porre fine alle divisioni interne
al governo, le autorità somale hanno poco di cui rallegrarsi. La scorsa settimana
le milizie islamiche hanno lanciato l'attacco più pesante dall'inizio della loro
ribellione, attaccando il porto meridionale di Kismayo e conquistandolo al prezzo
di più di cento morti e 150 feriti, secondo quanto riferito dall'emittente locale
Shabelle. Finora gli uomini vicini alle ex-Corti islamiche si erano limitati a
conquiste simboliche di città, che duravano poche ore, mentre ora Kismayo è sotto
il loro controllo da quattro giorni. Le milizie vicine al governo si starebbero
riorganizzando, muovendosi verso sud per cingere d'assedio la città, la cui riconquista
rischia di essere sanguinosa come la prima battaglia.
Secondo quanto riferito dalle autorità keniane che monitorano le coste somale,
la conquista di Kismayo potrebbe essere collegata al recente aumento della pirateria
nelle acque territoriali somale: al momento i pirati avrebbero sotto il loro controllo
sei imbarcazioni, tre di queste utilizzate come "navi madri", dotate di alte gru
per controllare il traffico marittimo e che possono guidare nei loro raid le piccole
imbarcazioni dei pirati. Gli ostaggi nelle loro mani sarebbero almeno 130. E proprio
le autorità keniane ritengono che pirati e milizie islamiche abbiano stretto una
solida alleanza, grazie alla quale gli uomini delle ex-Corti si finanzierebbero
coi riscatti pagati per riavere indietro uomini e navi.

In una simile situazione, in cui gli insorti stanno sensibilmente guadagnando
terreno nel sostanziale disinteresse della comunità internazionale, è difficile
aspettarsi svolte dai colloqui di pace. Quelli conclusisi a Gibuti due settimane
fa, con la firma di un accordo tra il governo e l'ala più moderata degli insorti,
hanno portato a una recrudescenza del conflitto. L'ala più radicale, di cui fa
parte la potente milizia
al-Shabaab, non ha riconosciuto i colloqui, e ha anzi intensificato gli scontri come risposta
agli accordi.
Nel momento più difficile degli ultimi 17 anni, la popolazione si trova senza
assistenza: nonostante metà della popolazione necessiti di aiuti, secondo quanto
reso noto da un'agenzia vicina alla Fao, i recenti attacchi contro giornalisti
e operatori umanitari hanno spinto Ong e agenzie umanitarie a ridurre le operazioni
sul campo per motivi di sicurezza. A pagarne gli effetti saranno ancora una volta
i civili.