06/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Ivan Cepeda Castro, portavoce del Movimento nazionale vittime di Stato
Scritto per noi da Simone Bruno
in collaborazione con Viola Conti
 
Iván Cepeda Castro è il figlio di Manuel Cepeda, il senatore dell’Unidad Patriótica ucciso il 9 agosto 1994 dalle Forze Militari di Stato in combutta con i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Personalità carismatica e di grande coraggio, il parlamentare stava indagando sul “Plan Golpe de Gracia”, il piano organizzato dai vertici militari colombiani per assassinare, uno a uno, i leader del Partito Comunista Colombiano e della Unidad Patriotica e annientare così le forze di sinistra del paese. Lo stesso Carlos Castaño, leader storico delle Auc, ha ammesso nel suo libro "Mi confesión", la sua partecipazione all’omicidio di Manuel Cepeda.
Iván Cepeda è ora presidente della Fondazione Manuel Cepeda e portavoce del Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato (Movice). Contattato da PeaceReporter a Bogotà, stila un esaustivo quadro della grave crisi colombiana.
 
Sono passati alcuni mesi dalla Marcia contro il paramilitarismo del 6 marzo scorso organizzata dal Movimento delle vittime di crimini di stato (Movice) da lei fondato e che ha scatenato minacce di morte e di sequestro da parte dei paracos. Com’è ora la situazione?
Dalla nascita del Movice si sono verificati una serie di attentati, omicidi, minacce costanti, e dichiarazioni contro la nostra attività da parte di alti funzionari del governo Uribe e dello stesso presidente. In Colombia accade molto spesso che alti funzionari del governo attacchino in maniera pubblica difensori dei diritti umani, giornalisti e opposizione politica.
Nel mio caso, dopo le dichiarazioni dell’alto consigliere presidenziale José Obdulio Gaviria sono arrivate una serie di minacce e, a fine giugno, abbiamo saputo che era in preparazione un operativo per seguirmi e poi, probabilmente, tentare di sequestrarmi.
Abbiamo passato le informazioni alla procura, tutte molto dettagliate, con accuse dirette a membri di una unità della polizia nazionale che era coinvolta nella preparazione di questa operazione. Secondo la soffiata, si tratterebbe della stessa unità coinvolta nel sequestro di un sindacalista a Bogotá, qualche settimana fa. Eppure, finora, non è accaduto assolutamente nulla.
Tutte le organizzazioni che lavorano con le vittime sono sotto minaccia costante, come ad esempio i membri della Comision intereclesial de Justicia y Paz e le loro famiglie che ricevono minacce quasi quotidiane nelle quali si intima di abbandonare la regione del bajo Atrato nel Chocó, dove accompagnano le comunità afrodiscendenti.
Sappiamo di un piano per sequestrare Danilo Rueda e Abilio Peña, che da anni lavorano con le comunità in resistenza nel Chocó minacciate dal business della palma africana.
 
In Colombia si dà più credito ai carnefici che alle vittime. Da quando alcuni comandanti paramilitari hanno cominciato a confessare i loro crimini, si stanno correggendo le cifre, anche quelle ufficiali, del conflitto, di cui si parla poco, ma che ha prodotto più vittime della dittatura argentina.
In America Latina abbiamo subìto tanta violenza. Se si vuole posizionare la Colombia in una macabra classifica, purtroppo occupiamo una delle prime posizioni. Per esempio, ora sappiamo che gli ultimi 25 anni contano 25.000 denunce di desaparecidos, 4 milioni di desplazados e più di 100.000 persone assassinate. La tortura è una pratica diffusa e lo stupro è diventato una strategia di terrore per far scappare la gente dalla propria terra. Tutto ciò mostra la persistenza nel tempo di crimini di lesa umanità, violazioni molto gravi dei diritti umani, crimini di guerra, genocidi. Un quadro che dimostra le dimensioni del conflitto armato, ma non solo, anche le strategie di accumulazione di ricchezza e di potere politico. Una delle situazioni più gravi la vivono le popolazioni indigene. La Onic ha denunciato che ci sono 18 etnie in Colombia vicine all’estinzione per effetto di politiche genocide.
Tutto questo configura un quadro terrificante di quella che è la situazione colombiana.
 
Seconda parte. Paramilitarismo e processo di pace
Cepeda ripercorre l’evoluzione di una legge nata per assicurare l’impunità e diventata, grazie alle pressioni di avvocati e associazioni umanitarie, un boomerang per il suo ideatore, Alvaro Uribe. Da quando sono state imposte le confessioni, prima scongiurate, è scoppiato uno scandalo che sta minacciando l’intero sistema dell’uribismo. E intanto che il Movice ha preso contatti con la Corte Penale internazionale affinché intervenga direttamente in Colombia.
 
Terza parte. Lo scandalo dei Falsos Positivos
Militari e paracos camuffano uomini comuni uccisi per rappresaglia con divise da guerrigliero. Una maniera per mascherare esecuzioni extragiudiziali e per confondere l’opinione pubblica. Sono anni che le organizzazioni in difesa dei diritti umani denunciano questi crimini. Cepeda racconta come per la prima volta questa denuncia sia arrivata sul tavolo del governo, ma con scarsi risultati
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