Intervista a Ivan Cepeda Castro, portavoce del Movimento nazionale vittime di Stato
Scritto per noi da Simone Bruno
in collaborazione con Viola Conti
Iván Cepeda Castro è il figlio di Manuel Cepeda, il senatore dell’Unidad Patriótica
ucciso il 9 agosto 1994 dalle Forze Militari di Stato in combutta con i paramilitari
delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Personalità carismatica e di grande
coraggio, il parlamentare stava indagando sul “Plan Golpe de Gracia”, il piano
organizzato dai vertici militari colombiani per assassinare, uno a uno, i leader
del Partito Comunista Colombiano e della Unidad Patriotica e annientare così le
forze di sinistra del paese. Lo stesso Carlos Castaño, leader storico delle Auc, ha
ammesso nel suo libro "Mi confesión", la sua partecipazione all’omicidio di Manuel
Cepeda.
Iván Cepeda è ora presidente della Fondazione Manuel Cepeda e portavoce del Movimento
Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato (Movice). Contattato da PeaceReporter a Bogotà, stila un esaustivo quadro della grave
crisi colombiana.
Sono passati alcuni mesi dalla Marcia contro il paramilitarismo del 6 marzo scorso organizzata dal Movimento delle vittime di crimini di stato
(Movice) da lei fondato e che ha scatenato minacce di morte e di sequestro da
parte dei paracos. Com’è ora la situazione?
Dalla nascita del Movice si sono verificati una serie di attentati, omicidi,
minacce costanti, e dichiarazioni contro la nostra attività da parte di alti funzionari
del governo Uribe e dello stesso presidente. In Colombia accade molto spesso che
alti funzionari del governo attacchino in maniera pubblica difensori dei diritti
umani, giornalisti e opposizione politica.
Nel mio caso, dopo le dichiarazioni dell’alto consigliere presidenziale José
Obdulio Gaviria sono arrivate una serie di minacce e, a fine giugno, abbiamo saputo
che era in preparazione un operativo per seguirmi e poi, probabilmente, tentare
di sequestrarmi.
Abbiamo passato le informazioni alla procura, tutte molto dettagliate, con accuse
dirette a membri di una unità della polizia nazionale che era coinvolta nella
preparazione di questa operazione. Secondo la soffiata, si tratterebbe della stessa
unità coinvolta nel sequestro di un sindacalista a Bogotá, qualche settimana fa.
Eppure, finora, non è accaduto assolutamente nulla.
Tutte le organizzazioni che lavorano con le vittime sono sotto minaccia costante,
come ad esempio i membri della Comision intereclesial de Justicia y Paz e le loro famiglie che ricevono minacce quasi quotidiane nelle quali si intima
di abbandonare la regione del bajo Atrato nel Chocó, dove accompagnano le comunità afrodiscendenti.
Sappiamo di un piano per sequestrare Danilo Rueda e Abilio Peña, che da anni
lavorano con le comunità in resistenza nel Chocó minacciate dal business della
palma africana.
In Colombia si dà più credito ai carnefici che alle vittime. Da quando alcuni
comandanti paramilitari hanno cominciato a confessare i loro crimini, si stanno
correggendo le cifre, anche quelle ufficiali, del conflitto, di cui si parla poco,
ma che ha prodotto più vittime della dittatura argentina.
In America Latina abbiamo subìto tanta violenza. Se si vuole posizionare la Colombia
in una macabra classifica, purtroppo occupiamo una delle prime posizioni. Per
esempio, ora sappiamo che gli ultimi 25 anni contano 25.000 denunce di desaparecidos, 4 milioni di desplazados e più di 100.000 persone assassinate. La tortura è una pratica diffusa e lo
stupro è diventato una strategia di terrore per far scappare la gente dalla propria
terra. Tutto ciò mostra la persistenza nel tempo di crimini di lesa umanità, violazioni
molto gravi dei diritti umani, crimini di guerra, genocidi. Un quadro che dimostra
le dimensioni del conflitto armato, ma non solo, anche le strategie di accumulazione
di ricchezza e di potere politico. Una delle situazioni più gravi la vivono le
popolazioni indigene. La Onic ha denunciato che ci sono 18 etnie in Colombia vicine
all’estinzione per effetto di politiche genocide.
Tutto questo configura un quadro terrificante di quella che è la situazione colombiana.
Cepeda ripercorre l’evoluzione di una legge nata per assicurare l’impunità e
diventata, grazie alle pressioni di avvocati e associazioni umanitarie, un boomerang
per il suo ideatore, Alvaro Uribe. Da quando sono state imposte le confessioni,
prima scongiurate, è scoppiato uno scandalo che sta minacciando l’intero sistema
dell’uribismo. E intanto che il Movice ha preso contatti con la Corte Penale internazionale
affinché intervenga direttamente in Colombia.
Militari e paracos camuffano uomini comuni uccisi per rappresaglia con divise da guerrigliero.
Una maniera per mascherare esecuzioni extragiudiziali e per confondere l’opinione
pubblica. Sono anni che le organizzazioni in difesa dei diritti umani denunciano
questi crimini. Cepeda racconta come per la prima volta questa denuncia sia arrivata
sul tavolo del governo, ma con scarsi risultati