scritto per noi da
Matteo Fagotto
Dopo la Somalia, la prossima tappa dell'insorgenza islamica sarà il Kenya. E'
quanto ha minacciato di fare lo Shabaab, l'ala più oltranzista dell'opposizione
armata somala, che da quasi due anni combatte contro il governo di transizione
supportato dalle truppe etiopi. L'ex-milizia delle Corti islamiche ha minacciato,
per bocca del suo portavoce, di estendere le operazioni militari al vicino Kenya,
se a Nairobi confermeranno l'intenzione di addestrare 10.000 uomini dell'esercito
somalo. Intanto, a Mogadiscio continua la mattanza di civili, vittime della guerra
senza quartiere che da alcune settimane ha coinvolto anche i contingenti dell'Unione
Africana.

Verità o propaganda? E' quello che si stanno chiedendo in molti all'indomani
delle dichiarazioni di Sheikh Muktar Robow, portavoce dello Shabaab, che ieri
ha lanciato l'avvertimento alle autorità keniane. Finora da Nairobi non è arrivato
nessun commento ufficiale, ma è ovvio che la minaccia non può essere presa troppo
alla leggera. Il sud della Somalia è infatti una roccaforte degli insorti, che
dal porto di Kismayo possono facilmente minacciare i territori nord - orientali
del Kenya, poco abitati e non controllati adeguatamente dalle forze di sicurezza
keniane. Prova ne è il fatto che, nonostante il confine sia stato ufficialmente
chiuso più di un anno fa, da allora migliaia di somali l'hanno attraversato per
rifugiarsi nel campo profughi di Dadaab (che ospita almeno 160.000 persone) e
sfuggire alla guerra. Una sorta di calderone che ospita rifugiati somali di tutte
le età, da quelli fuggiti poco dopo lo scoppio della guerra civile nel 1991 a
quelli giunti nel campo pochi mesi fa, Dadaab potrebbe essere un primo obiettivo
sensibile dell'insorgenza.
Le nuove minacce riflettono l'accresciuta forza dello Shabaab, che nelle ultime
settimane ha guadagnato sempre più terreno nei confronti delle truppe federali,
assistite dai contingenti della vicina Etiopia. Oltre ad aver conquistato parte
del sud della Somalia, gli insorti hanno intensificato i loro attacchi a Mogadiscio,
prendendo di mira anche i 3.400 soldati dell'Unione Africana, finora rimasti ai
margini degli scontri. Nei mesi passati lo Shabaab, che si rifiuta di partecipare
ai colloqui di pace in corso a Gibuti tra governo e islamisti moderati, aveva
scatenato una campagna contro gli operatori umanitari, nel chiaro intento di trasformare
la Somalia in una terra di nessuno.

Una tattica che, per il momento, sta pagando. Per ragioni di sicurezza le agenzie
umanitarie hanno drasticamente ridotto il loro impegno nel Paese, lasciando alla
mercé di carestie e malattie decine di migliaia di sfollati dispersi su tutto
il territorio. Mogadiscio, dove solo ieri si sono registrati altri 23 morti a
causa dei combattimenti, è ormai una città fantasma, abbandonata da più della
metà dei suoi abitanti. Inoltre, il primo ministro etiope Meles Zenawi ieri ha
ribadito la possibilità di un ritiro dei suoi contingenti, senza i quali il governo
di transizione somalo non riuscirebbe a reggere la forza d'urto della ribellione.
I costi della guerra stanno diventando proibitivi per il governo di Addis Abeba,
che da mesi aspetta un chiaro impegno delle Nazioni Unite per l'invio di un contingente
di pace. Ma al Consiglio di Sicurezza le immagini dei caschi blu costretti a fuggire
dalla Somalia nel 1993 sono ancora troppo vive. A breve termine, nessun
peacekeeper dell'Onu metterà piede nella polveriera del Corno d'Africa.