17/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo Shabaab minaccia di attaccare il Kenya per il suo appoggio al governo somalo
scritto per noi da
Matteo Fagotto
 
 
 
Dopo la Somalia, la prossima tappa dell'insorgenza islamica sarà il Kenya. E' quanto ha minacciato di fare lo Shabaab, l'ala più oltranzista dell'opposizione armata somala, che da quasi due anni combatte contro il governo di transizione supportato dalle truppe etiopi. L'ex-milizia delle Corti islamiche ha minacciato, per bocca del suo portavoce, di estendere le operazioni militari al vicino Kenya, se a Nairobi confermeranno l'intenzione di addestrare 10.000 uomini dell'esercito somalo. Intanto, a Mogadiscio continua la mattanza di civili, vittime della guerra senza quartiere che da alcune settimane ha coinvolto anche i contingenti dell'Unione Africana.
 
Distribuzione di aiuti umanitari nei dintorni di MogadiscioVerità o propaganda? E' quello che si stanno chiedendo in molti all'indomani delle dichiarazioni di Sheikh Muktar Robow, portavoce dello Shabaab, che ieri ha lanciato l'avvertimento alle autorità keniane. Finora da Nairobi non è arrivato nessun commento ufficiale, ma è ovvio che la minaccia non può essere presa troppo alla leggera. Il sud della Somalia è infatti una roccaforte degli insorti, che dal porto di Kismayo possono facilmente minacciare i territori nord - orientali del Kenya, poco abitati e non controllati adeguatamente dalle forze di sicurezza keniane. Prova ne è il fatto che, nonostante il confine sia stato ufficialmente chiuso più di un anno fa, da allora migliaia di somali l'hanno attraversato per rifugiarsi nel campo profughi di Dadaab (che ospita almeno 160.000 persone) e sfuggire alla guerra. Una sorta di calderone che ospita rifugiati somali di tutte le età, da quelli fuggiti poco dopo lo scoppio della guerra civile nel 1991 a quelli giunti nel campo pochi mesi fa, Dadaab potrebbe essere un primo obiettivo sensibile dell'insorgenza.
 
Le nuove minacce riflettono l'accresciuta forza dello Shabaab, che nelle ultime settimane ha guadagnato sempre più terreno nei confronti delle truppe federali, assistite dai contingenti della vicina Etiopia. Oltre ad aver conquistato parte del sud della Somalia, gli insorti hanno intensificato i loro attacchi a Mogadiscio, prendendo di mira anche i 3.400 soldati dell'Unione Africana, finora rimasti ai margini degli scontri. Nei mesi passati lo Shabaab, che si rifiuta di partecipare ai colloqui di pace in corso a Gibuti tra governo e islamisti moderati, aveva scatenato una campagna contro gli operatori umanitari, nel chiaro intento di trasformare la Somalia in una terra di nessuno.
 
Contingenti dell'Unione Africana sbarcano a MogadiscioUna tattica che, per il momento, sta pagando. Per ragioni di sicurezza le agenzie umanitarie hanno drasticamente ridotto il loro impegno nel Paese, lasciando alla mercé di carestie e malattie decine di migliaia di sfollati dispersi su tutto il territorio. Mogadiscio, dove solo ieri si sono registrati altri 23 morti a causa dei combattimenti, è ormai una città fantasma, abbandonata da più della metà dei suoi abitanti. Inoltre, il primo ministro etiope Meles Zenawi ieri ha ribadito la possibilità di un ritiro dei suoi contingenti, senza i quali il governo di transizione somalo non riuscirebbe a reggere la forza d'urto della ribellione. I costi della guerra stanno diventando proibitivi per il governo di Addis Abeba, che da mesi aspetta un chiaro impegno delle Nazioni Unite per l'invio di un contingente di pace. Ma al Consiglio di Sicurezza le immagini dei caschi blu costretti a fuggire dalla Somalia nel 1993 sono ancora troppo vive. A breve termine, nessun peacekeeper dell'Onu metterà piede nella polveriera del Corno d'Africa.