dal nostro inviato
Christian Elia
Punti di vista.
“Mi dica cosa rappresenta per lei questo disegno”, chiede un agente della
sicurezza israeliana a un palestinese dopo avergli porto un foglio di carta
dove è disegnata una brocca, “un papero, per me è un papero”, risponde placido
il palestinese. “E allora secondo lei cosa sarebbe questa?”, replica l’agente
israeliano senza perdere la testa indicando uno dei due manici. “Il becco
signore”, risponde il palestinese. “E questo per lei cosa rappresenta?”, dice
il militare innervosendosi e indicando il secondo manico. “Il secondo becco del
papero signore!”. Quella che potrebbe sembrare una storiella è solo un esempio
della fantasia di un non-violento che resiste a modo suo a uno degli
innumerevoli interrogatori che un palestinese subisce quasi ogni giorno, con tanto
di test psicologici. Nafez
Assaily racconta un episodio di una vita in un Paese difficile, un Paese in
guerra, ma lo fa con un sorriso disarmante.
Nafez Assaily ha dedicato la
sua vita alla scelta della non-violenza ed è rigenerante trovarsi di fronte a
una persona che dà voce alla ragione, in una zona in cui da troppo tempo
parlano solo le armi.
Una scelta coraggiosa. “La mia storia comincia nel 1986”, racconta Nafez,
“quando ho fondato il LOWNP (
Library on
Wheels for Nonviolence & Peace). Tutto è partito da una scelta
non-violenta. Giravo per i villaggi arabi più sperduti, con il mio furgoncino.
Alle famiglie mi avvicinavo chiedendo di poter lasciare dei libri per bambini
da leggere ai loro piccoli, così senza avere nulla in cambio. Non era un regalo,
ma un prestito. Dopo una settimana tornavo e chiedevo i libri indietro,
lasciandone dei nuovi. Così ottenevo due risultati: da una parte i bambini
leggevano e aumentavano le loro conoscenze, dall’altra parte riuscivo a entrare
in confidenza con le famiglie, conoscevo i loro problemi. Loro si fidavano e
si confidavano, a quel punto mi davo da fare per dare loro una mano. Non mi sono
mai fermato davanti a niente, neanche quando dovevo raggiungere i posti più
impervi. Arrivavo in macchina fino a dove era possibile, poi caricavo i libri
su un mulo e cominciavo ad arrampicarmi su per le stradine”. Nafez racconta la
sua storia con un entusiasmo travolgente e un’autoironia che non diventa mai
retorica. Dietro i suoi occhiali che gli conferiscono un’aria da maestro
elementare, fumando una sigaretta dietro l’altra, ride di gusto delle sue
trovate sul cammino della non-violenza. “Una volta i militari israeliani hanno
abbattuto tutti gli alberi di ulivo di una comunità”, continua l’educatore di
strada, come ama definirsi Nafez, “allora ho radunato le famiglie coinvolte e
ho detto loro che la risposta non era la violenza, ma la perseveranza.
Bisognava ripiantare gli alberi. La prima volta tutte le piante sono state
sradicate nuovamente, ma la seconda volta abbiamo agito diversamente. Per
piantarle abbiamo aspettato la Festa della Terra in Israele, giorno in cui
tutti piantano alberi. Ho invitato le persone a piantare alberi e nessuno
poteva dirci nulla, perché c’era la festa. I soldati alla fine hanno accettato
di lasciare gli alberi al loro posto in cambio dell’impegno a non piantarne di
nuovi. Un buon risultato, ottenuto senza bisogno di lanciare pietre che
avrebbero dato la scusa per attaccare la popolazione”.
Resistenza non-violenta. “Il conflitto di questa terra segue uno schema
triangolare che andrebbe rovesciato”, spiega Nafez afferrando con le sue grandi
mani un blocco di appunti e cominciando a disegnare figure geometriche, “il
vertice alto è sempre l’occupazione. I due vertici bassi possono cambiare e lo
hanno fatto durante questi anni. Possono esserci i movimenti armati da una
parte e la popolazione civile dall’altra. Questo triangolo è velenoso, perché
l’occupazione schiaccia i militanti e i civili ne pagano le conseguenze. Io
propongo un triangolo differente: ai vertici bassi devono esserci la non-violenza
e la popolazione civile. Questo garantisce l’appoggio dell’opinione pubblica
internazionale e israeliana. Così si vince!” L’entusiasmo di Nafez è tale che
quello che dice, nella sua semplicità, in una terra contesa dove tutto sembra
difficoltoso, riesce a sembrare possibile. “La situazione è durissima”, dice il
palestinese facendosi serio, “la disoccupazione è terribile, io per primo avevo
due biblioteche stabili, ma ho dovuto chiuderle perché non coprivo le spese.
L’esercito israeliano adotta una strategia dura che mira a disgregare il nucleo
familiare palestinese umiliando il padre davanti a sua moglie e ai suoi figli.
Nella cultura araba è gravissimo. Inoltre il padre è spesso un uomo in
difficoltà, senza lavoro e questo finisce per renderlo frustrato e magari
violento con la moglie i figli. Ma non riusciranno a farlo, perché le famiglie
palestinesi sono molto unite. Allora provano a diffondere la sfiducia reciproca
tra i palestinesi, per dividere la comunità, portandoli a sospettare l’uno
dell’altro. Questo purtroppo riesce meglio, perché il tam tam tra la nostra
gente è fortissimo e questo fa circolare in fretta le voci su uno di noi. Ma io
ho fiducia nel futuro. La società israeliana, così militarizzata, rischia di
sgretolarsi. I divorzi per violenze domestiche sono sempre di più. Questo
perché i militari, provati da un servizio così duro, tornano a casa cambiati.
Tutto questo non può durare”.
Il
futuro. Nafez ha la sua ricetta per cambiare le cose. “Io
punto tutto sui bambini e faccio sempre un gioco con loro”, racconta con
l’eterno sorriso, “se chiudi le ultime due dita della mano, la forma ricorda
quella della scritta Allah. Quindi spiego ai bimbi che non devono fare del male
a nessuno, perché Dio è ovunque, anche quando non si vede. Cerco di lavorare
con loro insegnando che tutti abbiamo dei diritti e dobbiamo farli valere. Vi
faccio un esempio: l’altro giorno hanno dichiarato che tutte le macchine
illegali a Hebron, dove vivo e lavoro, dovranno essere distrutte. Quasi tutte
le famiglie ne hanno una, che serve loro per andare a lavorare. I bambini mi
chiedevano perché accadeva e io ho deciso di portarli dal capo della polizia a
chiedere di persona. Così si fa!”. Nafez sorride e sottolinea che gli manca il
45 per cento dei finanziamenti necessari a coprire le spese dei suoi progetti
per l’infanzia, ma sottolinea orgoglioso che non accetta fondi dal governo. “Il
35 per cento della popolazione palestinese ha meno di 18 anni. E’ sul futuro
che dobbiamo investire: faremo partire corsi di teatro per aiutarli a elaborare
il dramma della violenza, corsi d’informatica per permettere loro di migliorare
se stessi senza dimenticare i progetti di svago, per rilassarsi. Ma soprattutto
mi servono i soldi per comprare un camioncino nuovo, il mulo non può bastare.
Chiedo
ai bambini di pregare ogni sera, prima di andare a letto, per 15 minuti: 10 per
le sofferenze che l’occupazione infligge alla popolazione palestinese e 5 per
Allah…serve anche questo”, conclude con un sorriso beffardo Nafez. Per strada
si vedono i lampeggianti delle camionette militari e si sente il sibilo delle
sirene, ma stasera fanno meno paura.