Si chiama "Venditori ambulanti contro Funzionari delle città", è il nuovo gioco online che - secondo Bbc - impazza in Cina e rivela le pulsioni profonde degli utenti Internet d'oltre Muraglia.
In pratica, il giocatore prende le parti dei venditori ambulanti che devono sfuggire alle retate dei poliziotti e dei "chengguan", le guardie private assoldate dai commercianti e dai condomìni esclusivi che sorgono come funghi in ogni angolo di Cina. Se resisti a dieci attacchi, hai vinto.
E' una sorta di lotta di classe online, in cui la Rete si schiera dalla parte dei poveracci: spesso, nella vita reale, cinesi delle minoranze etniche o migranti rurali che cercano di ritagliarsi un piccolo reddito nelle nicchie del boom economico.
Di sicuro, il gioco esprime il dissenso nei confronti del patto sociale tra Partito e ceti medi che regge la Cina contemporanea: noi - sembra dire - stiamo con gli esclusi.
Non è la prima volta che l'"altra" Cina si esprime attraverso la subcultura del gioco online. Secondo Bbc, "Venditori ambulanti contro Funzionari delle città" prenderebbe infatti spunto da un altro, uscito un mese fa. Si chiama "Famiglia sfrattata contro Squadra di Demolizione" e i personaggi da interpretare sono i membri di una famiglia impegnata a scacciare la squadra di demolizione che vorrebbe buttare giù la sua casa. Altra situazione abbastanza tipica, nella Cina della bolla immobiliare.
E ci sono altri precedenti.
A gennaio, circolò in Rete un video ispirato a World of Warcraft (Wow) - forse il gioco di ruolo online più famoso del mondo - che, attraverso personaggi e ambientazioni, faceva una parodia dei tentativi del governo di “armonizzare” Internet in Cina. Si intitolava "War of Internet Addiction", con riferimento ai centri di rieducazione dove vengono inviati i giovani considerati ormai affetti da cyber-dipendenza.
Oltre a criticare l'aumento dei prezzi per accedere a Wow, invitava i giocatori ad "alzare le mani" per opporsi alle "ingiustizie della società". Alla fine del video - lungo un'ora - un "Harmony Electric Shock" (riferimento esplicito all'"armonia" che ispira le politiche di Hu Jintao), fulminava i personaggi e li riconduceva all'inerzia.
Che insegnamento si può trarne?
A febbraio, in piena crisi-Google, la professoressa sino-americana Ying Zhu tenne una conferenza nella sede newyorkese del motore di ricerca. La docente di “Media Culture” alla City University of New York sosteneva che nelle società fortemente mediatizzate, sia in Occidente sia in Oriente, l’agire politico si basa sempre più cosiddetta “politica informale-partecipativa” (“informal participatory politics”).
La gente si unisce sulla base di valori individuali e agisce in forme molteplici: scelte di consumo, comunicazione online, dimostrazioni reali e virtuali.
Generalmente non fa rivoluzioni e non spinge per cambiamenti politici radicali. Si organizza in gruppi d’interesse che "parlano" un proprio linguaggio, sfuggono per loro natura ai controlli tradizionali e fanno attività di lobbying su esigenze specifiche.
I cinesi sono grandi giocatori e la subcultura del gioco online si presta quindi a veicolare messaggi di ogni tipo. Generalmente - osserva Ying - nella Cina del boom, i membri di questa comunità puntano "alla propria fetta di torta".
Tuttavia, 420 milioni di utenti Internet (36 milioni dei quali si sono aggiunti negli ultimi sei mesi), sono per forza di cose un problema che le autorità si pongono, e la censura cinese si focalizza sempre più su Internet e sui giochi online. Ma è un mondo troppo vasto e sfuggente, reprimere non basta, per cui il "sistema" acquisisce ciò che gli è utile e nel frattempo si trasforma. E' una forma di adattamento.
In questo modo, a volte si aprono spazi di libertà imprevedibili, soprattutto per i media tradizionali come la carta stampata e quando interpretano le campagne politiche di Pechino. L'esempio lampante sono le denunce dei fenomeni di corruzione e malcostume.
Gabriele Battaglia