La transizione, o qualcosa che le assomiglia molto, in Egitto è cominciata ieri, quando il vicepresidente Omar Suleiman ha ricevuto una composita delegazione in rappresentanza dell'opposizione, dai blogger ai Fratelli Musulmani. E' stato un incontro ufficiale, il primo di una lunga serie, perché la situazione resta fluida e la costruzione del post-Mubarak si annuncia molto meno spettacolare dei moti che da piazza Tahrir hanno inferto un durissimo colpo al sistema di potere del Faraone. Padrone del campo, al momento, resta Suleiman, l'uomo forte del regime di Mubarak, segno di una certa continuità. Per il negoziatore, al centro di quasi tutte le complicate trame mediorientali, trattare con il cartello dell'opposizione non dovrebbe essere troppo difficile e infatti ieri ha fissato un primo paletto: il presidente non si tocca, rimane al suo posto, né verrà privato dei suoi poteri. Che di fatto è un "no" alla principale richiesta avanzata dagli oppositori: la rimozione di Mubarak come prerequisito per qualsiasi altro negoziato. Si è mostrato possibilista invece sulla possibilità di alleggerire lo stato d'emergenza (in vigore da oltre 30 anni) e la censura sulla stampa, sulla liberazione dei prigionieri politici, nonché sulla nomina di un comitato giuridico-politico per studiare le riforme costituzionali da introdurre. I Fratelli Musulmani hanno respinto l'offerta. A loro ha fatto eco Mohammed el Baradei, che ieri non era presente al tavolo negoziale. Oggi il gruppo renderà noto se parteciperà ad ulteriori incontri. Considenrando però il pragmatismo di cui ha dato prova fin qui, è facile intuire che non si sottrarrà al confronto. E sempre in virtù di questo pragmatismo, ieri nella versione inglese del loro sito, i Fratelli hanno pubblicato una sorta di editoriale dal titolo eloquente: "La rivoluzione egiziana non ha un'agenda islamica". Un modo per tentare di vincere la forte diffidenza americana e soprattutto israeliana, che costituiscono una importante arma negoziale in mano a Suleiman e all'esercito.
Potrà anche rimanere in carica ma il presidente Mubarak è di fatto scomparso dai radar. Dopo i due discorsi trasmessi dalla televisione di stato, il Faraone è uscito di scena. Sono rimaste solo le voci raccolte e amplificate dai media: il presidente si appresterebbe a partire per la Germania per sottoporsi alle solite cure ma questa volta potrebbe rimanervi molto più a lungo. Altri lo vogliono in Sinai, più precisamente nella sua dimora di Sharm el Sheik e portano, a sostegno di questa tesi, l'indiscrezione circa movimenti dell'esercito nell'area. Ovunque sia, ha smesso di parlare, quasi il suo posto fosse stato commissariato dall'esercito e dall'ex capo dell'intelligence militare, quel Suleiman il cui peso reale sta emergendo in questi giorni. Di fronte a lui, c'è un'opposizione divisa, che ieri si è presentata sotto un nuovo ombrello, "Gruppo del 25 gennaio", il giorno della rabbia, suscitando il sospetto di chi è rimasto in piazza: "Chi sono, come si permettono di parlare a nostro nome?". E' tornata a farsi sentire anche la Casa Bianca, che ha ripetuto che la transizione deve essere effettiva e cominciare da subito. Ma, l'inviato speciale americano, Frank Wisner, ha precisato che nel frattempo il presidente deve restare al suo posto. L'idea che il dopo-Mubarak è già cominciato però è confermata dalla riapertura delle banche, della Borsa - imminente - e dei negozi. Addirittura nei dintorni di piazza Tahrir si è celebrato un matrimonio. D'altronde, secondo stime della Banca del credito agricolo, le proteste costano circa 310 milioni di dollari al giorno, e anche questo spiega quanto sia diffuso il bisogno di tornare alla normalità.
Alberto Tundo