10/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il nord nelle mani dei ribelli, il sud in quelle del golpista Gbagbo a capo di un regime che sta portando il Paese verso il baratro

 

Il cappio si sta stringendo e ormai l'economia ivoriana è anemica, lo stato è prossimo al collasso. E' questo l'effetto principale del braccio di ferro che dallo scorso 28 novembre oppone lil golpista Laurent Gbagbo ad Alassane Ouattara, presidente riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale. E potrebbe essere proprio il collasso economico a riuscire dove la minaccia delle armi ha fallito.

Martedì 8 febbraio, un incendio ha devastato il secondo e il terzo piano del palazzo della Banca centrale della Comunità economica dell'Africa occidentale (Ecowas), distruggendo - dicono fonti locali - documenti importanti. Un episodio inquietante sulle cui cause non ci sono risposte certe. Poche settimane fa, militari fedeli a Gbagbo presero il controllo  delle agenzie della banca. A Dakar, però, dove c'è la sede centrale, cambiarono i codici elettronici delle casseforti e a Gabgbo rimase poco. Se si uniscono i due episodi, si capisce qualcosa di più. Il regime è sull'orlo del crack finanziario. L'Ecowas ha chiuso il rubinetto del credito. Ouattara, poi, a fine gennaio ha invocato un blocco delle importazioni di cacao ivoriano. Quello che era il principale propulsore dell'economia del Paese, adesso non ha più mercato. Lo stesso vale per il caffè e per il petrolio. Ferme le dogane, quasi inesistente il traffico portuale. Secondo quanto riferito dall'ambasciatore americano, Phillip Carter, a Gbagbo è rimasto solo il racket, chiedere il pizzo alle imprese, le poche rimaste e in grado di lavorare. Il presidente ha perso i suoi asset bancari, a causa delle sanzioni adottate a metà gennaio da Stati Uniti e Unione Europea, inizialmente estese a 14 persone dell'inner circle presidenziale; adesso sono 91 le persone colpite dai provvedimenti e 13 imprese. Anche il governatore ivoriano della Bc dell'Ecowas, Philippe-Henry Dacoury Tabley, si è dovuto dimettere. Ha perso anche metà del Paese, il nord, dove sono tornate padrone le Forces Nouvelles, pro-Ouattara, proprio come al tempo della guerra civile del 2002. Il nord ha bloccato i rifornimenti verso il sud del Paese, il quale a sua volta ha sospeso il trasferimento del personale governativo: nella parte settentrionale della Costa d'Avorio, tanto l'ordine pubblico che l'amministrazione della giustizia sono tornate in mano ai ribelli. I sostenitori di Gbagbo vivono nella paura, alcuni sono scappati in Guinea. Tanti invece gli ivoriani fuggiti in Liberia dall'inizio della crisi, circa 30 mila.

Nel sud invece il padrone resta Gbagbo, signore del nulla. A gennaio non ha pagato le pensioni né gli stipendi agli insegnanti. Gli unici che hanno visto soldi sono i 55 mila agenti e militari che lo tengono in sella e gli oltre 100 mila funzionari o finzionari, perché in realtà il loro compito è quello di dare credibilità a una finzione. La comunità internazionale sta strangolando lui e il suo regime, come aveva anticipato diverse settimane fa il rappresentante in Italia del presidente Ouattara, in un'intervista a Peacereporter. La diplomazia africana, nel frattempo, ha collezionato fiaschi e fallimenti: fallita la mediazione dell'Ecowas, che ha già pronti i piani per un intervento armato, fallita anche quella dell'Unione Africana che ha chiesto in extremis un ultimo tentativo, dopo il buco nell'acqua fatto dal premier keniota Raila Odinga, tra dicembre e gennaio. Un gruppo speciale di mediatori, composto dai presidenti di Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Sudafrica e Tanzania, si riunirà il 20, per tentare un'ultima missione. Poi, dovrebbe a toccare alle armi.

Ma non è detto che sia necessario: il presidente golpista ha bisogno di 100-150 milioni di dollari al mese per pagare l'apparato repressivo che lo protegge. Soldi che non ha e che non riuscirà a mettere insieme. E senza denaro, anche la lealtà dell'esercito si squaglierà velocemente. Proprio in questo senso stanno lavorando gli Usa, il cui inviato sta cercando di incontrare i tre capi degli apparati di sicurezza che contano: Dogbo Ble Brunot, della Guardia repubblicana, l'ammiraglio Vagba Fraussignau e Guiai Bi Poin, comandante della famigerata unità antisommossa della Gendarmeria, i Cecos. Se dovessero sganciarsi, a Gbagbo non rimarrebbe che issare bandiera bianca, negoziando una uscita di scena onorevole. Sempre che non cerchi la prova di forza. Peacereporter ha già scritto che suoi emissari hanno riattivato un flusso d'armi dall'Angola. Girano reports analoghi che raccontano di uno scambio armi contro petrolio negoziato con la società parastatale dello Zimbabwe, Defence Industries. Robert Mugabe è un suo sponsor,  come l'angolano josé Eduardo Dos Santos e l'ugandese Yoweri Museveni: tre campioni di democrazia. Anche il presidente del Sudafrica Jacob Zuma si sta spendendo per lui e, casualmente, una nave sudafricana è stata avvistata al largo della costa ivoriana, per portare rifornimenti. Lo dice il presidente dell'Ecowas, il ghanese James Vicotr Gbeho. Pretoria smentisce. Intanto, mentre il balletto della diplomazia e delle alleanze sotto banco prosegue, il Paese si avvia al collasso.

Alberto Tundo