Dopo molti anni di oblio, il 14 febbraio scorso, il Libano è
tornato all’attenzione della comunità internazionale. Le televisioni di
tutto il mondo trasmettono immagini frenetiche dal lungomare di Beirut,
devastato da un cratere enorme: in un attentato hanno perso la vita
Rafik Hariri, ex primo ministro libanese, e altre 13 persone. In
poche ore migliaia di libanesi scendono in piazza chiedendo la verità
sull’omicidio. Migliaia di voci per un unico sospettato: la Siria, un
vicino da sempre in ogni senso “invadente”.
Una scia di sangue.
Una lunga guerra civile combattuta in Libano, ma voluta dai paesi
vicini. Il paese dei cedri era occupato da più di 10.000 militari
siriani, arrivati nel 1972 per “salvaguardare” l’indipendenza libanese
dalla pressione militare d’Israele. La presenza in Libano di
centinaia di migliaia di profughi palestinesi rappresentava un pericolo
per il governo di Tel Aviv, ma anche per la numerosa comunità cristiana
– la più numerosa del Medio Oriente –, preoccupata che gli esuli
palestinesi mutassero l’equilibrio demografico (e i conseguenti
rapporti di potere) tra le comunità musulmana e cristiana
maronita. Dal 1975 al 1990, il Libano diventò così teatro di una
terribile guerra civile che causò 15.000 vittime. La guerra ebbe
il suo momento più buio il 16 settembre 1982, quando 2.000 tra
palestinesi e libanesi dei campi profughi di Sabra e Chatila, alla
periferia di Beirut, vennero massacrati da miliziani delle forze
cristiano-maronite, sotto la supervisione e con il sostegno logistico
dell’esercito di Tel Aviv, che da poche ore occupava Beirut
ovest. L’effetto della strage sull’opinione pubblica
internazionale fu enorme.
La società civile israeliana e quella del resto del mondo chiesero la fine delle
azioni militari in Libano e il ritiro delle truppe israeliane e siriane. La fine
delle ostilità venne siglata nel 1991 con l’accordo di Taef (sotto l’egida della
Siria), che pose termine alla guerra civile e instaurò un governo che rispecchiava
fedelmente la ripartizione confessionale della popolazione: un cristiano maronita
venne eletto presidente della Repubblica, un musulmano sunnita divenne capo del
governo e un musulmano sciita presidente del parlamento.
La rivolta dei cedri.
La fine alla guerra civile non coincise però con la fine
dell’occupazione militare. L’esercito israeliano continuò a stazionare
nel Sud del Libano, dove fronteggiava la milizia sciita filo-siriana di
Hezbollah, e l’esercito siriano continuò a occupare la valle della
Bekaa, nel Libano orientale, come misura preventiva contro eventuali
colpi di mano israeliani.
Nel 2000, il governo israeliano guidato da Ehud Barak decise di ritirare definitivamente
il contingente militare dal Libano, anche se le incursioni dell’aviazione israeliana
contro le posizioni di Hezbollah sono ancora oggi all’ordine del giorno. Dopo
il passo israeliano, le pressioni internazionali sulla Siria per il ritiro delle
sue truppe s’intensificarono. Il 2 settembre 2004, il Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite votò la risoluzione 1559, un vero e proprio atto d’accusa
verso alla Siria che, pur non essendo mai citata direttamente, era il vero bersaglio
della mozione. L’Onu chiese al Libano di restaurare la sovranità nazionale, disarmando
gli Hezbollah che controllavano alcune zone del paese e provvedendo al ritiro
delle truppe straniere presenti sul suolo nazionale. Mentre Damasco prendeva
tempo, cresceva il numero degli oppositori all’occupazione siriana. E anche Rafik
Hariri, magnate della televisione e carismatico primo ministro libanese, diede
il suo appoggio alle richieste delle Nazioni Unite chiedendo il ritiro delle forze
armate siriane.
Questa presa di posizione gli procurò forti difficoltà che lo indussero, nell’ottobre
2004, a «irrevocabili dimissioni», mentre il presidente della Repubblica Emile
Lahoud, filo-siriano, allungava il proprio mandato con una modifica costituzionale.
Le mosse di Damasco vennero duramente condannate dagli Stati Uniti e la situazione
precipitò quando Hariri venne assassinato.
La fine tanto attesa di una “tutela” durata 23 anni.
Torniamo così sul lungomare di Beirut, tra i rottami fumanti del
convoglio di auto di Hariri e la sua scorta. La Siria si sente
messa con le spalle al muro: i media occidentali la indicano come la
responsabile diretta o indiretta dell’attentato. Le truppe di
Washington marciano in poche ore su Damasco, inserita da tempo
dall’amministrazione Bush nell’elenco dei “paesi canaglia”. Migliaia di
giovani e meno giovani continuano a presidiare Piazza dei martiri,
ribattezzata per l’occasione «Piazza della libertà». I cori dei
manifestanti chiedono il ritiro delle truppe siriane dal Libano e,
sull’esempio di Ucraina e Georgia, già si parla di «rivoluzione dei
cedri». Dopo tante acrobazie diplomatiche, il presidente della
Siria Assad è costretto a dare l’ordine di ritirare le truppe dal
Libano e alla fine di aprile le ultime unità militari della Siria
abbandonano pacificamente il paese. Le elezioni legislative
programmate per quattro domeniche consecutive tra il 29 maggio e il 19
giugno sono le prime a svolgersi, dal 1972, senza l’ingombrante
presenza delle truppe di Damasco. Sotto questo profilo,
costituiscono indubbiamente una svolta storica.