28/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Si comincia a votare in Libano per le prime elezioni libere dal 1972
Dopo molti anni di oblio, il 14 febbraio scorso, il Libano è tornato all’attenzione della comunità internazionale. Le televisioni di tutto il mondo trasmettono immagini frenetiche dal lungomare di Beirut, devastato da un cratere enorme: in un attentato hanno perso la vita Rafik Hariri, ex primo ministro libanese, e altre 13 persone.  In poche ore migliaia di libanesi scendono in piazza chiedendo la verità sull’omicidio. Migliaia di voci per un unico sospettato: la Siria, un vicino da sempre in ogni senso “invadente”.

 
una donna palestinese con i ritratti dei due figli uccisi a sabra e chatilaUna scia di sangue. Una lunga guerra civile combattuta in Libano, ma voluta dai paesi vicini.  Il paese dei cedri era occupato da più di 10.000 militari siriani, arrivati nel 1972 per “salvaguardare” l’indipendenza libanese dalla pressione militare d’Israele.  La presenza in Libano di centinaia di migliaia di profughi palestinesi rappresentava un pericolo per il governo di Tel Aviv, ma anche per la numerosa comunità cristiana – la più numerosa del Medio Oriente –, preoccupata che gli esuli palestinesi mutassero l’equilibrio demografico (e i conseguenti rapporti di potere) tra le comunità musulmana e cristiana maronita.  Dal 1975 al 1990, il Libano diventò così teatro di una terribile guerra civile che causò 15.000 vittime.  La guerra ebbe il suo momento più buio il 16 settembre 1982, quando 2.000 tra palestinesi e libanesi dei campi profughi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, vennero massacrati da miliziani delle forze cristiano-maronite, sotto la supervisione e con il sostegno logistico dell’esercito di Tel Aviv, che da poche ore occupava Beirut ovest.  L’effetto della strage sull’opinione pubblica internazionale fu enorme.
La società civile israeliana e quella del resto del mondo chiesero la fine delle azioni militari in Libano e il ritiro delle truppe israeliane e siriane.  La fine delle ostilità venne siglata nel 1991 con l’accordo di Taef (sotto l’egida della Siria), che pose termine alla guerra civile e instaurò un governo che rispecchiava fedelmente la ripartizione confessionale della popolazione: un cristiano maronita venne eletto presidente della Repubblica, un musulmano sunnita divenne capo del governo e un musulmano sciita presidente del parlamento.
 
giovani in piazza a beirut chiedono la verità sull'omicidio di haririLa rivolta dei cedri. La fine alla guerra civile non coincise però con la fine dell’occupazione militare. L’esercito israeliano continuò a stazionare nel Sud del Libano, dove fronteggiava la milizia sciita filo-siriana di Hezbollah, e l’esercito siriano continuò a occupare la valle della Bekaa, nel Libano orientale, come misura preventiva contro eventuali colpi di mano israeliani.
Nel 2000, il governo israeliano guidato da Ehud Barak decise di ritirare definitivamente il contingente militare dal Libano, anche se le incursioni dell’aviazione israeliana contro le posizioni di Hezbollah sono ancora oggi all’ordine del giorno.  Dopo il passo israeliano, le pressioni internazionali sulla Siria per il ritiro delle sue truppe s’intensificarono.  Il 2 settembre 2004, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votò la risoluzione 1559, un vero e proprio atto d’accusa verso alla Siria che, pur non essendo mai citata direttamente, era il vero bersaglio della mozione.  L’Onu chiese al Libano di restaurare la sovranità nazionale, disarmando gli Hezbollah che controllavano alcune zone del paese e provvedendo al ritiro delle truppe straniere presenti sul suolo nazionale. Mentre Damasco prendeva tempo, cresceva il numero degli oppositori all’occupazione siriana. E anche Rafik Hariri, magnate della televisione e carismatico primo ministro libanese, diede il suo appoggio alle richieste delle Nazioni Unite chiedendo il ritiro delle forze armate siriane.
Questa presa di posizione gli procurò forti difficoltà che lo indussero, nell’ottobre 2004, a «irrevocabili dimissioni», mentre il presidente della Repubblica Emile Lahoud, filo-siriano, allungava il proprio mandato con una modifica costituzionale. Le mosse di Damasco vennero duramente condannate dagli Stati Uniti e la situazione precipitò quando Hariri venne assassinato.

la devastazione dopo l'autobomba a beirut che ha ucciso haririLa fine tanto attesa di una “tutela” durata 23 anni.  Torniamo così sul lungomare di Beirut, tra i rottami fumanti del convoglio di auto di Hariri e la sua scorta.  La Siria si sente messa con le spalle al muro: i media occidentali la indicano come la responsabile diretta o indiretta dell’attentato. Le truppe di Washington marciano in poche ore su Damasco, inserita da tempo dall’amministrazione Bush nell’elenco dei “paesi canaglia”. Migliaia di giovani e meno giovani continuano a presidiare Piazza dei martiri, ribattezzata per l’occasione «Piazza della libertà». I cori dei manifestanti chiedono il ritiro delle truppe siriane dal Libano e, sull’esempio di Ucraina e Georgia, già si parla di «rivoluzione dei cedri».  Dopo tante acrobazie diplomatiche, il presidente della Siria Assad è costretto a dare l’ordine di ritirare le truppe dal Libano e alla fine di aprile le ultime unità militari della Siria abbandonano pacificamente il paese.  Le elezioni legislative programmate per quattro domeniche consecutive tra il 29 maggio e il 19 giugno sono le prime a svolgersi, dal 1972, senza l’ingombrante presenza delle truppe di Damasco.  Sotto questo profilo, costituiscono indubbiamente una svolta storica.

Christian Elia

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