35.860. Sono tanti i cinesi che stanno precipitosamente rientrando in patria dalla Libia, i più numerosi tra i lavoratori stranieri che in questi giorni riempiono navi e aerei per riparare dai disordini.
Il fuggi fuggi si è trasformato in uno spot per il governo, capace di organizzare l'esodo via terra e via mare - per la prima volta anche una fregata militare di Pechino scorrazza nel Mediterraneo - e in grado di rimpatriare anche duemila cittadini di altri Paesi.
Che ne sarà di questa forza lavoro? Nessuno per ora ne parla. I giornali cinesi sembrano più interessati a riferire note di colore, come quella che narra di cento lavoratori della provincia sud-orientale del Jiangxi: sono arrivati a Nanchang da Pechino su un treno superveloce, dove hanno potuto mangiare gratuitamente tutto quello che volevano. Un segno di benvenuto a casa.
Ma qua e là si avverte preoccupazione, anticamera della tensione sociale. Secondo quanto riporta Xinhua, all'aeroporto di Guangzhou (Canton), un centinaio di lavoratori edili appena sbarcati da un charter proveniente dalla Libia si sono rifiutati di ripartire per il natio Henan, inscenando una protesta improvvisata. La Hunan Tianying Construction, loro datore di lavoro, non gli aveva corrisposto 15mila yuan (1640 euro) a testa di salari arretrati.
Alla fine, le autorità di Guangzhou e dello Henan hanno mediato e la compagnia di costruzioni si è impegnata formalmente a saldare il dovuto.
È forse presto per discutere del futuro della forza lavoro rimpatriata. O forse è inopportuno. Si tiene infatti in questi giorni il Langhui, cioè la riunione congiunta dei due massimi organi decisionali cinesi, L'Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza politica consultiva. Dovranno varare il dodicesimo piano quinquennale.
Da un lato, il potere politico ha interesse a legare l'evento alle immagini che grondano ottimismo di una Cina proiettata verso il futuro, forte, capace di prendersi cura dei propri cittadini nelle situazioni d'emergenza. Dall'altro, è quella del Langhui la notizia che riempie le pagine. Un articolo, un dibattito, sulle prospettive dei lavoratori provenienti dalla Libia, passerebbe inosservato. Nessun giornalista ha interesse a tirarlo fuori ora.
È comunque probabile che i lavoratori trovino impiego in qualche altro cantiere o base commerciale sparsi ai quattro angoli del pianeta. A fine 2010, i cinesi impiegati all'estero erano 847mila, quasi settantamila in più dell'anno precedente. Il trenta per cento lavora nelle costruzioni. L'espansione economica del Dragone garantisce notevoli margini d'assorbimento, soprattutto per la manodopera generica.
La Cina però si interroga su altri aspetti più preoccupanti. La strategia commerciale win-win, incentrata sul rapporto con i Paesi in via di sviluppo, ha sempre avuto infatti due caratteristiche che le attuali vicende libiche mettono in crisi.
Primo. Pechino chiede ai suoi partner commerciali soprattutto materie prime in cambio di investimenti. I contratti con la Libia assommano a diciotto miliardi di dollari, al momento non si sa quanti di questi andranno in fumo. In tutta l'Africa, il valore degli investimenti dovrebbe raggiungere i cinquanta miliardi entro il 2015 e quello degli scambi almano trecento. La Cina scopre così che un evento politico inaspettato può improvvisamente interrompere le forniture e mandare a monte gli affari, lasciando la sua economia energivora all'asciutto e disintegrando un bel po' di moneta sonante.
Secondo. La Cina sposa il principio di non intromissione nelle vicende politiche interne dei Paesi con cui fa affari. Questo le permette di operare là, dove altri non mettono piede. Ora, la Libia insegna che esiste un problema di sicurezza proprio nelle aree politicamente instabili del globo.
Per risolvere entrambi i problemi, il Dragone potrebbe accelerare nella sua strategia del filo di perle, cioè la costruzione di basi multifunzionali all'estero: centri di smistamento delle merci (verso il Paese ospitante) e delle materie prime (in direzione Cina), con installazioni militari annesse.
Non bisogna dimenticare che per garantire gli approvvigionamenti energetici, Pechino ha già inviato la propria flotta militare a pattugliare l'Oceano Indiano contro i pirati somali. Anche se autorizzata dall'Onu, è la prima missione fuori dalle proprie acque territoriali. Il modello potrebbe estendersi alla terraferma, con la creazione di vere e proprie concessioni cinesi - comprate in moneta sonante dalle burocrazie locali - in casa d'altri: con diritti d'extraterritorialità.
Sarebbe un curioso ribaltamento della storia, se si pensa che proprio attraverso le concessioni commerciali - non comprate ma estorte con la forza - l'Occidente invase il Celeste Impero nell'Ottocento.
Gabriele Battaglia