10/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Giornata della rabbia in Arabia Saudita, ma tutta la regione freme

La Libia brucia e di certezze se ne vedono poche. In Egitto e in Tunisia si cerca di costruire il loro nuovo mondo. Tutto ruota, per ora, attorno all'asse del Nord Africa. Il Golfo Persico è attraversato da correnti non meno impetuose e, rispetto all'Europa e al Nord America, i cambiamenti potrebbero avere un impatto anche maggiore di quanto visto fino a ora.

L'Arabia Saudita, per esempio. La monarchia di Riad vive la crisi più profonda della sua storia. La casa reale non ha un candidato al trono. O ne ha troppi, che è poi l'altra faccia della stessa medaglia.
Oggi è la 'giornata della rabbia', in Arabia Saudita. Qui, come altrove, la rabbia ha un'agenda particolare. La minoranza sciita, della regione di Qatif, ricca di giacimenti di greggio, furibonda per l'arresto di alcuni leader. Altrove, però, quando a un'agenda specifica si sono saldate altre istanze, la situazione è precipitata.

Il Centro Re Abdelaziz per il dialogo nazionale è una specie di ultima spiaggia. Nato otto anni fa, è l'organo preposto dal reame alla trattative con i riformisti. Perché se questi si saldassero con la minoranza - per poi fare i conti in un secondo momento - sarebbero guai. I 25mila aderenti alla manifestazione su facebook non sono un bel segnale per il monarca e il suo entourage. Che non è compatto e questo è un altro elemento di instabilità. Una cricca di ultraottantenni, con centinaia di figli, senza una chiara successione.

Oltre 2mila tra accademici, attivisti per i diritti umani e liberi professionisti sauditi, per lo più sunniti, hanno firmato tre diverse petizioni in cui si chiede una profonda riforma della costituzione del regno, dove non esiste un potere legislativo eletto e dove i partiti e le manifestazioni pubbliche sono fuorilegge. Ecco, la saldatura possibile. Mentre l'Iran, l'arcinemico di sempre, pressa e sostiene gli sciiti. In Arabia Saudita come in Bahrein.

Se il reame di Riad, entrando in crisi, lascerebbe un vuoto enorme nello scacchiere regionale, il regno di Manama pare meno importante. Ma è anche la sede della flotta Usa nella zona. Come se, d'improvviso, entrasse in crisi il sistema di difesa-offesa predisposto in tanti anni di lavoro da Washington con l'obiettivo di contenere l'Iran. Un bel problema.

Ma la voglia di cambiamento pare inarrestabile. Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar compresi. A Dubai lo sceicco si è visto recapitare una lettera di notabili in vista che chiede riforme. A Doha per la prima volta al-Jazeera sarà costretta a raccontare i fatti di casa sua. A Kuwait City le proteste non si fermano neanche davanti ai rimpasti di governo.

Perfino l'Oman, da sempre terra felice, ha visto auto date alle fiamme e scontri con la polizia. In ultimo, ma non meno grave, lo Yemen. Il presidente Saleh, sempre più in difficoltà, ha promesso di emendare la costituzione e di non ricandidarsi. Ma non sembra sufficiente. Ecco, come per l'Arabia Saudita, la saldatura. Ribelli sciiti, secessionisti, tribali. Tutti per il cambiamento. Le acque del Golfo non sono mai state così calde.

Christian Elia

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