La crisi ivoriana è entrata in una fase decisiva. Lo dicono i fatti degli ultimi giorni, lo lascia intuire il linguaggio bizantino, eppure a suo modo eloquente, della diplomazia. Lo stallo cominciato lo scorso 28 novembre con il rifiuto del presidente uscente Laurent Gbagbo di riconoscere la sconfitta elettorale e lasciare la presidenza, sembra essersi avviato verso un bivio: da una parte c'è una soluzione politica, dall'altra la deflagrazione definitiva di una guerra civile che cova da quasi tre mesi sotto la cenere.
Ma l'impressione è che l'epilogo potrebbe arrivare in tempi brevi. Negli ultimi giorni, il golpista Gbagbo ha subito gravi sconfitte, tanto sul piano militare che su quello diplomatico, che hanno ristretto ulteriormente il suo spazio di manovra. Oltre a non controllare il nord del Paese, in mano alle Forces Nouvelles che appoggiano il vincitore, Alassane Ouattara, l'esercito ha perso il controllo di alcuni centri dell'ovest. Nel fine settimana, la guerriglia ha preso il controllo di Doké, un piccolo centro che sta tra le più importanti Toulépleu (conquistata dalle Forces Nouvelles il 6 marzo) e Blolequin: presa questa cittadina, gli insorgenti avrebbero gioco facile nell'avanzare verso San Pedro, il più grande porto per la distribuzione del cacao al mondo. E questo avrebbe due conseguenze: renderebbe quasi inutile la nazionalizzazione del mercato del cacao, decisa due settimane fa da Gbagbo nel tentativo di assicurare al suo regime un afflusso costante e imponente di denaro; ridurrebbe ulteriormente la porzione di territorio in mano alle forze governative. Che starebbero perdendo anche ad Abobo, enorme bidonville a nord di Abidjan, 1,5 milioni di abitanti, una sorta di enclave pro-Ouattara in un'area dove invece Gbagbo è fortissimo. Qui, secondo fonti del posto, ormai sono padroni i "commando invisibili", la prima linea delle Forces Nouvelles, un esercito di straccioni ma ben organizzato e destinatario di un importante flusso di aiuti nelle ultime settimane. Sono circa 2500 i ribelli che improvvisamente, a dispetto del nome, sono comparsi e hanno preso possesso della periferia nord della capitale commerciale. Domenica mattina, però, spari si sono sentiti in un altro quartiere, Yopougon, proprio in prossimità della casa del capo di Stato maggiore, Philippe Mangou, guadata dalle Forze di Sicurezza giorno e notte: lo scambio di armi da fuoco sarebbe durato un'ora. I ribelli non avevano mai osato tanto. Pare che adesso stiano puntanto a Concody, quartiere residenziale dove ha casa lo stesso Gbagbo. Se riuscissero a farlo diventare teatro di scontri, come lo è Abobo, questa sarebbe la prova che al presidente non è rimasto quasi nulla.
La sconfitta peggiore, però, il leader golpista l'ha subita da un punto di vista diplomatico. L'Unione Africana, che fin qui aveva mantenuto una posizione ambigua, quasi sbilanciata a favore di Gbagbo, ha sciolto gli indugi e scelto di schierarsi a favore di Ouattara. Ha pesato soprattutto il riallineamento del Sud Africa, il cui ex presidente Jacob Zuma era parte del quintetto di mediatori dell'Au che nelle ultime settimane ha tentato inutilmente di trovare una soluzione poltica all'empasse. A Pretoria hanno preso atto che con Gbagbo è inutile trattare. Il 24 si riunirà ad Abuja il Consiglio di Pace e Sicurezza dell'Unione: è presto per dire se l'Ua darà via libera all'Ecowas, che sotto la leadership nigeriana ha pronti da tre mesi piani per un intervento militare, o adotterà sanzioni ma non è da escludere, anche perché il governo ivoriano appare sempre più isolato. Fatale, forse, proprio la morte di quelle sei donne che l'8 marzo partecipavano ad una marcia anti-Gbagbo, uccise a sangue freddo dalle forze di sicurezza. Strangolato economicamente, con un rivale che ormai gode del pieno sostegno della comunità internazionale e sostenuto da una guerriglia che sta raccogliendo successi pesanti, al presidente non rimane molto da fare, anche perché pare che le defezioni tra le sue forze armate stiano diventando sempre più frequenti. Lunedì, l'Afp scriveva di 100 soldati che avrebbero attraversato il confine con la Liberia dopo aver abbandonato le armi, subito raccolte dalle Fn, che anche per questo stanno crescendo militarmente. Alcuni analisti temono che a Gbagbo non resti che far scoppiare la guerra, attaccando il quartiere di Abobo e contrattaccando a ovest. Le Forces Nouvelles a quel punto però reagirebbero, ricreando lo scenario della guerra civile del 2002. Un generale della guerriglia, citato da Le Figaro, ha detto che aspettano solo che Ouattara e il premier da lui nominato, Guillaume Soro, diano la luce verde e poi sarà guerra. Potrebbe trattarsi di una spacconata ma forse non lo è.
Alberto Tundo